editoriale

“La” presidente e il tetto di cristallo

28 ottobre 2022

Cuneo

Giorgia Meloni Se è vero che di rado le donne diventano “premier”, a farlo più spesso e facilmente sono le donne di destra. Giorgia Meloni, prima presidente del consiglio in un paese ancora profondamente sessista, non fa eccezione: anche lei è infatti una donna di destra, come di destra sono gli alleati che ne hanno sostenuto l’ascesa, molto più delle donne che ha ringraziato per essere state “gli assi della scala” su cui è salita, in un insolito elenco di nomi senza cognomi, che rende la loro identità e le loro opere poco riconoscibili. Nonostante questo omaggio alle donne, Giorgia Meloni rifiuta l’articolo femminile singolare “la” a favore del maschile “il” davanti alla parola presidente. Perché? È una scelta solo formale? Per definizione un partito di destra si propone agli elettori come conservatore, custode di una tradizione percepita e venduta come preferibile al presente in declino e al futuro incerto: i bei tempi andati per cui si ha “nostalgia”, il ritornello “che quando si stava peggio si stava meglio”. Per questo, da una donna di destra ci si aspetta il rispetto dello status quo, e nel caso specifico, del millenario sistema patriarcale, che è ancora il modello a maggioranza maschile che permea i contesti in cui si decide. Una donna di destra “il soffitto di cristallo” di tale sistema non lo sfonda, ma semmai gli fa manutenzione. Non lo rompe proprio per niente, semmai lo lucida col Vetril. Per questo anche gli uomini “fanno rete” con lei, perché non la vedono come una scomoda e insistente femminista, ma come una grande madre patriarcale, protettrice di un ordine che non va messo in discussione, ma rafforzato.  Per queste ragioni è coerente, e anche rivelatorio di cosa Giorgia Meloni pensi in profondità del femminile e del femminismo, la sua scelta di farsi chiamare “il presidente” e non “la presidente”. È come quando certe donne affermano con orgoglio “Io ho solo amici maschi”. Sono scelte non solo linguistiche che dicono: “io sto coi più forti e mi faccio chiamare come loro, perché in questa società i più forti ci sono ancora e sono maschi, e per sentirmi forte pure io, sto dalla loro parte.” Se il significato di una cosa (specialmente se nuova come quella di una presidente del consiglio) si dà per differenza, non volersi distinguere nemmeno nel linguaggio è sinonimo di assorbimento nel già noto. Come già noti sono i volti che vediamo e che c’erano già prima di lei. Una donna “autenticamente” progressista, proprio per l’adesione a un’idea di società inclusiva sul piano dei diritti, presenterà se stessa e la sua azione con e per le donne in modo molto meno rassicurante per i compagni di partito e per gli eventuali alleati che, nonostante il progressismo di fondo, sono i figli maschi e privilegiati di un patriarcato cui non hanno voglia di rinunciare persino se sono di sinistra. E il soffitto di cristallo anche in questo caso resta lì. Tornando sulle parole e sul loro significato: femminismo non è il contrario di maschilismo. Il maschilismo infatti è la pretesa superiorità dell’uomo, il femminismo invece è stato ed è tuttora la sofferta per quanto ovvia affermazione della pari dignità delle donna e dovremmo tutte andarne trasversalmente fiere. Per questo continuerò serenamente a farmi definire professoressa e non professor Signetti dai miei studenti, la giornalista e non il giornalista, la collaboratrice e non il collaboratore. È un modo semplice, ma concreto, per riconoscersi in una storia, la mia, quella femminista (per la pari dignità delle donne), e ringraziare davvero tutte coloro che l’hanno resa possibile, troppo spesso a costo della vita.
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