Tra le sorprese non liete riservate alle famiglie (anche) cuneesi c’è quella dell’aumento dei costi che deve sostenere chi studia fuori sede.
Pur riconoscendo il lodevole ampliamento dell’offerta formativa nel nostro capoluogo, Cuneo è ancora una città che deve fare largamente riferimento ad altri centri per gli studi universitari.
All’aumento generalizzato dei prezzi si è sommato quello degli affitti; i dati riferiscono di incrementi anche superiori al dieci per cento, ma potrebbe essere una stima decisamente ottimistica, o che comunque non tiene conto di valori già esorbitanti anche negli anni passati.
In città come Milano o Roma, a sistemazioni non certo di lusso possono corrispondere richieste superiori ai cinquecento o ai seicento Euro mensili. Le cose vanno meglio a Torino o in altre sedi universitarie più vicine, ma è un fatto che l’università rischia di diventare sempre più un privilegio per pochi.
La parola “discriminazione” è tra quelle più usate, talvolta in modo decisamente improprio; tuttavia, in questo tipo di situazioni, pare indubbio che le famiglie che vivono in piccoli o piccolissimi centri incontrino maggiori limitazioni o difficoltà nell’accesso allo studio.
Se, inoltre, è vero, come si dice, che l’incremento del livello medio di istruzione in un paese generi benefici per tutta la collettività, allora pare ancora più evidente l’ingiustizia di questa situazione.
Il nostro Paese avrà sempre bisogno di insegnanti, medici, infermieri, ingegneri, magistrati, avvocati e via discorrendo, e non è più accettabile che i costi per la formazione dei ragazzi gravino in modo così pesante, e così mal distribuito, sulle famiglie e sui giovani.
Ci sono, infatti, almeno tre voci di costo che pesano sulle famiglie di chi prosegue gli studi e che riguardano lo sforzo di natura fiscale, quello dei costi vivi sostenuti negli anni universitari e, infine, le penalizzazioni che derivano dalla scelta universitaria sotto il profilo previdenziale.
Lo sforzo fiscale è quello che ogni contribuente sostiene (o dovrebbe sostenere). Si tende a dimenticare, infatti, che tutte le famiglie, attraverso le imposte e le tasse, contribuiscono a sostenere il sistema scolastico e universitario indipendentemente dall’iscrizione all’università di un proprio membro. Le tasse universitarie, infatti, sono una sola parte dell’onere fiscale complessivo perché, come è facile immaginare, coprono solo una porzione dei costi legati al mantenimento delle università. I rimanenti costi sono coperti con il gettito fiscale derivante, ad esempio, dalle imposte sui redditi, che le famiglie sostengono ben prima degli anni dell’università dei figli. Su questo punto, è appena il caso di ricordare che chi decide per l’iscrizione presso università private si trova a sostenere un doppio costo, perché oltre alle onerose rette di queste università (con vantaggi fiscali minimi), si continueranno a versare le imposte che sostengono anche le università pubbliche.
I costi vivi sono quelli più evidenti e, come si diceva, quelli che gravano in modo largamente maggiore sugli studenti fuori sede. Vitto, alloggio e trasporti rappresentano un onere sempre più significativo, come ben sanno molte famiglie cuneesi.
Infine, le penalizzazioni di natura previdenziale derivano dal fatto che non è previsto alcun automatismo nel conteggio, ai fini dell’anzianità lavorativa, degli anni universitari. Anche in questo caso, qualche timido passo in avanti è stato fatto attraverso agevolazioni nel riscatto degli anni si studio ai fini pensionistici. Si tratta, però, di misure insufficienti e che non riescono a scalfire l’irragionevolezza di un sistema che non mette sullo stesso piano gli anni di chi dopo il diploma ha proseguito gli studi e quelli di chi è entrato subito nel mondo del lavoro. Contrariamente a quanto avviene in altri Stati, in Italia neppure gli anni “di corso” vengo conteggiati, con ciò rendendo ancora meno semplice la scelta universitaria soprattutto per chi vive in contesti economici di incertezza.
Tra le mille proposte di impiego dei fondi dell’oramai onnipresente PNRR qualcuno potrebbe e dovrebbe valutare quelle legate al sostegno degli studenti universitari, magari ricordandosi che il fondo da cui arrivano queste risorse si chiama “Next Generation EU” (e dunque, letteralmente, “Prossima Generazione EU”) e che quindi, almeno per coerenza lessicale, i principali destinatari di questi benefici dovrebbero essere i nostri ragazzi.
editoriale
Tra le sorprese non liete riservate alle famiglie (anche) cuneesi c’è quella dell’aumento dei costi che deve sostenere chi studia fuori sede.
Pur riconoscendo il lodevole ampliamento dell’offerta formativa nel nostro capoluogo, Cuneo è ancora una città che deve fare largamente riferimento ad altri centri per gli studi universitari.
All’aumento generalizzato dei prezzi si è sommato quello degli affitti; i dati riferiscono di incrementi anche superiori al dieci per cento, ma potrebbe essere una stima decisamente ottimistica, o che comunque non tiene conto di valori già esorbitanti anche negli anni passati.
In città come Milano o Roma, a sistemazioni non certo di lusso possono corrispondere richieste superiori ai cinquecento o ai seicento Euro mensili. Le cose vanno meglio a Torino o in altre sedi universitarie più vicine, ma è un fatto che l’università rischia di diventare sempre più un privilegio per pochi.
La parola “discriminazione” è tra quelle più usate, talvolta in modo decisamente improprio; tuttavia, in questo tipo di situazioni, pare indubbio che le famiglie che vivono in piccoli o piccolissimi centri incontrino maggiori limitazioni o difficoltà nell’accesso allo studio.
Se, inoltre, è vero, come si dice, che l’incremento del livello medio di istruzione in un paese generi benefici per tutta la collettività, allora pare ancora più evidente l’ingiustizia di questa situazione.
Il nostro Paese avrà sempre bisogno di insegnanti, medici, infermieri, ingegneri, magistrati, avvocati e via discorrendo, e non è più accettabile che i costi per la formazione dei ragazzi gravino in modo così pesante, e così mal distribuito, sulle famiglie e sui giovani.
Ci sono, infatti, almeno tre voci di costo che pesano sulle famiglie di chi prosegue gli studi e che riguardano lo sforzo di natura fiscale, quello dei costi vivi sostenuti negli anni universitari e, infine, le penalizzazioni che derivano dalla scelta universitaria sotto il profilo previdenziale.
Lo sforzo fiscale è quello che ogni contribuente sostiene (o dovrebbe sostenere). Si tende a dimenticare, infatti, che tutte le famiglie, attraverso le imposte e le tasse, contribuiscono a sostenere il sistema scolastico e universitario indipendentemente dall’iscrizione all’università di un proprio membro. Le tasse universitarie, infatti, sono una sola parte dell’onere fiscale complessivo perché, come è facile immaginare, coprono solo una porzione dei costi legati al mantenimento delle università. I rimanenti costi sono coperti con il gettito fiscale derivante, ad esempio, dalle imposte sui redditi, che le famiglie sostengono ben prima degli anni dell’università dei figli. Su questo punto, è appena il caso di ricordare che chi decide per l’iscrizione presso università private si trova a sostenere un doppio costo, perché oltre alle onerose rette di queste università (con vantaggi fiscali minimi), si continueranno a versare le imposte che sostengono anche le università pubbliche.
I costi vivi sono quelli più evidenti e, come si diceva, quelli che gravano in modo largamente maggiore sugli studenti fuori sede. Vitto, alloggio e trasporti rappresentano un onere sempre più significativo, come ben sanno molte famiglie cuneesi.
Infine, le penalizzazioni di natura previdenziale derivano dal fatto che non è previsto alcun automatismo nel conteggio, ai fini dell’anzianità lavorativa, degli anni universitari. Anche in questo caso, qualche timido passo in avanti è stato fatto attraverso agevolazioni nel riscatto degli anni si studio ai fini pensionistici. Si tratta, però, di misure insufficienti e che non riescono a scalfire l’irragionevolezza di un sistema che non mette sullo stesso piano gli anni di chi dopo il diploma ha proseguito gli studi e quelli di chi è entrato subito nel mondo del lavoro. Contrariamente a quanto avviene in altri Stati, in Italia neppure gli anni “di corso” vengo conteggiati, con ciò rendendo ancora meno semplice la scelta universitaria soprattutto per chi vive in contesti economici di incertezza.
Tra le mille proposte di impiego dei fondi dell’oramai onnipresente PNRR qualcuno potrebbe e dovrebbe valutare quelle legate al sostegno degli studenti universitari, magari ricordandosi che il fondo da cui arrivano queste risorse si chiama “Next Generation EU” (e dunque, letteralmente, “Prossima Generazione EU”) e che quindi, almeno per coerenza lessicale, i principali destinatari di questi benefici dovrebbero essere i nostri ragazzi.
Sostenere il diritto allo studio degli studenti universitari
23 ottobre 2022
Cuneo
Tra le sorprese non liete riservate alle famiglie (anche) cuneesi c’è quella dell’aumento dei costi che deve sostenere chi studia fuori sede.
Pur riconoscendo il lodevole ampliamento dell’offerta formativa nel nostro capoluogo, Cuneo è ancora una città che deve fare largamente riferimento ad altri centri per gli studi universitari.
All’aumento generalizzato dei prezzi si è sommato quello degli affitti; i dati riferiscono di incrementi anche superiori al dieci per cento, ma potrebbe essere una stima decisamente ottimistica, o che comunque non tiene conto di valori già esorbitanti anche negli anni passati.
In città come Milano o Roma, a sistemazioni non certo di lusso possono corrispondere richieste superiori ai cinquecento o ai seicento Euro mensili. Le cose vanno meglio a Torino o in altre sedi universitarie più vicine, ma è un fatto che l’università rischia di diventare sempre più un privilegio per pochi.
La parola “discriminazione” è tra quelle più usate, talvolta in modo decisamente improprio; tuttavia, in questo tipo di situazioni, pare indubbio che le famiglie che vivono in piccoli o piccolissimi centri incontrino maggiori limitazioni o difficoltà nell’accesso allo studio.
Se, inoltre, è vero, come si dice, che l’incremento del livello medio di istruzione in un paese generi benefici per tutta la collettività, allora pare ancora più evidente l’ingiustizia di questa situazione.
Il nostro Paese avrà sempre bisogno di insegnanti, medici, infermieri, ingegneri, magistrati, avvocati e via discorrendo, e non è più accettabile che i costi per la formazione dei ragazzi gravino in modo così pesante, e così mal distribuito, sulle famiglie e sui giovani.
Ci sono, infatti, almeno tre voci di costo che pesano sulle famiglie di chi prosegue gli studi e che riguardano lo sforzo di natura fiscale, quello dei costi vivi sostenuti negli anni universitari e, infine, le penalizzazioni che derivano dalla scelta universitaria sotto il profilo previdenziale.
Lo sforzo fiscale è quello che ogni contribuente sostiene (o dovrebbe sostenere). Si tende a dimenticare, infatti, che tutte le famiglie, attraverso le imposte e le tasse, contribuiscono a sostenere il sistema scolastico e universitario indipendentemente dall’iscrizione all’università di un proprio membro. Le tasse universitarie, infatti, sono una sola parte dell’onere fiscale complessivo perché, come è facile immaginare, coprono solo una porzione dei costi legati al mantenimento delle università. I rimanenti costi sono coperti con il gettito fiscale derivante, ad esempio, dalle imposte sui redditi, che le famiglie sostengono ben prima degli anni dell’università dei figli. Su questo punto, è appena il caso di ricordare che chi decide per l’iscrizione presso università private si trova a sostenere un doppio costo, perché oltre alle onerose rette di queste università (con vantaggi fiscali minimi), si continueranno a versare le imposte che sostengono anche le università pubbliche.
I costi vivi sono quelli più evidenti e, come si diceva, quelli che gravano in modo largamente maggiore sugli studenti fuori sede. Vitto, alloggio e trasporti rappresentano un onere sempre più significativo, come ben sanno molte famiglie cuneesi.
Infine, le penalizzazioni di natura previdenziale derivano dal fatto che non è previsto alcun automatismo nel conteggio, ai fini dell’anzianità lavorativa, degli anni universitari. Anche in questo caso, qualche timido passo in avanti è stato fatto attraverso agevolazioni nel riscatto degli anni si studio ai fini pensionistici. Si tratta, però, di misure insufficienti e che non riescono a scalfire l’irragionevolezza di un sistema che non mette sullo stesso piano gli anni di chi dopo il diploma ha proseguito gli studi e quelli di chi è entrato subito nel mondo del lavoro. Contrariamente a quanto avviene in altri Stati, in Italia neppure gli anni “di corso” vengo conteggiati, con ciò rendendo ancora meno semplice la scelta universitaria soprattutto per chi vive in contesti economici di incertezza.
Tra le mille proposte di impiego dei fondi dell’oramai onnipresente PNRR qualcuno potrebbe e dovrebbe valutare quelle legate al sostegno degli studenti universitari, magari ricordandosi che il fondo da cui arrivano queste risorse si chiama “Next Generation EU” (e dunque, letteralmente, “Prossima Generazione EU”) e che quindi, almeno per coerenza lessicale, i principali destinatari di questi benefici dovrebbero essere i nostri ragazzi.