Ottobre 1922, cent’anni fa, la “marcia su Roma”… Giornali e media vari ne parlano e scrivono, gli editori sfornano titoli, stuzzicano analogie e paragoni con il nuovo governo italiano della nuova destra che è in travagliata gestazione. Cuneo e i cattolici cuneesi hanno un motivo in più per fare memoria dell’anno fatidico 1922: infatti il 31 dicembre di quell’anno il quotidiano cattolico Lo Stendardo finisce la sua lunga e operosa stagione, dopo 26 anni di vita. Era nato nel 1897, subentrando al Dovere, con sottotitolo “Giornale quotidiano, politico, amministrativo, cattolico della Provincia di Cuneo” (poi dal 1899 più brevemente “Corriere della Provincia di Cuneo”).
A cavallo dei due secoli, nell’epoca che poi gli storici chiamarono “giolittiana”, Cuneo aveva una risonanza nazionale: vi si stampavano ben tre quotidiani (oltre allo Stendardo, il liberale Subalpino, la Sentinella delle Alpi, prima filo-giolittiana, poi dal 1911 voce personale del suo proprietario, Tancredi Galimberti, parlamentare del collegio di Cuneo).
Lo Stendardo viene stampato all’inizio dalla tipografia Subalpina di Pietro Oggero, nel 1901 subentrerà la tipografia “San Francesco di Sales”, di proprietà della diocesi; nei primi due anni lo dirige Cesare Algranati (firmandosi con lo pseudonimo Rocca d’Adria), futuro direttore dell’Avvenire d’Italia a Bologna, ma la responsabilità e il lavoro principale di redazione saranno prevalentemente nelle mani e nella penna del canonico Giovanni Maria Silvestro.
Sarà un grande impegno per la Cuneo cattolica sostenere un quotidiano per 26 anni, con cronica scarsità di mezzi finanziari e tirature limitate (1500 copie giornaliere, nei tempi migliori, tra abbonamenti e vendite in edicola).
Il giornale cuneese è in prima fila, nella stampa cattolica piemontese, combattendo sui due fronti, contro la vecchia classe liberale (ricordando che il capo del governo Giovanni Giolitti è il “dominus” incontrastato a Cuneo) e contro il nuovo pericolo “rosso” che scuote la società europea; non mancheranno anche sequestri e processi, con l’accusa di “istigazione all’odio fra le varie classi sociali”, e una sentenza di condanna (nel febbraio 1899), a “quattro mesi e mezzo di detenzione e 100 lire di multa” per don Giovanni Silvestro (pene poi condonate dal “regio indulto”).
Dopo la vecchia linea “intransigente”, in campo politico, il giornale si aprirà maggiormente alle istanze sociali e democratiche, rappresentate dalle posizioni di don Romolo Murri e poi di don Sturzo e De Gasperi, affrontando anche polemiche e rimproveri all’interno della comunità ecclesiale cuneese; così come porterà travaglio e inquietudini, riflussi e ripiegamenti, la complicata stagione del cosiddetto modernismo, ripiegata su sospetti e condanne da parte dell’autorità ecclesiastica.
Nel clima di un nazionalismo sempre più esagitato, contagiato dalla “febbre” della guerra, Lo Stendardo mantiene con fermezza la posizione neutrale (prevalente nel mondo cattolico italiano);
Nel convulso dopoguerra, con le sue gravissime tensioni sociali, il giornale cattolico cuneese abbraccia con entusiasmo la causa del nuovo Partito Popolare di Sturzo e De Gasperi, essendo caduti i vecchi divieti che impedivano l’impegno dei cattolici in politica.
(1. continua)
editoriale
Ottobre 1922, cent’anni fa, la “marcia su Roma”… Giornali e media vari ne parlano e scrivono, gli editori sfornano titoli, stuzzicano analogie e paragoni con il nuovo governo italiano della nuova destra che è in travagliata gestazione. Cuneo e i cattolici cuneesi hanno un motivo in più per fare memoria dell’anno fatidico 1922: infatti il 31 dicembre di quell’anno il quotidiano cattolico Lo Stendardo finisce la sua lunga e operosa stagione, dopo 26 anni di vita. Era nato nel 1897, subentrando al Dovere, con sottotitolo “Giornale quotidiano, politico, amministrativo, cattolico della Provincia di Cuneo” (poi dal 1899 più brevemente “Corriere della Provincia di Cuneo”).
A cavallo dei due secoli, nell’epoca che poi gli storici chiamarono “giolittiana”, Cuneo aveva una risonanza nazionale: vi si stampavano ben tre quotidiani (oltre allo Stendardo, il liberale Subalpino, la Sentinella delle Alpi, prima filo-giolittiana, poi dal 1911 voce personale del suo proprietario, Tancredi Galimberti, parlamentare del collegio di Cuneo).
Lo Stendardo viene stampato all’inizio dalla tipografia Subalpina di Pietro Oggero, nel 1901 subentrerà la tipografia “San Francesco di Sales”, di proprietà della diocesi; nei primi due anni lo dirige Cesare Algranati (firmandosi con lo pseudonimo Rocca d’Adria), futuro direttore dell’Avvenire d’Italia a Bologna, ma la responsabilità e il lavoro principale di redazione saranno prevalentemente nelle mani e nella penna del canonico Giovanni Maria Silvestro.
Sarà un grande impegno per la Cuneo cattolica sostenere un quotidiano per 26 anni, con cronica scarsità di mezzi finanziari e tirature limitate (1500 copie giornaliere, nei tempi migliori, tra abbonamenti e vendite in edicola).
Il giornale cuneese è in prima fila, nella stampa cattolica piemontese, combattendo sui due fronti, contro la vecchia classe liberale (ricordando che il capo del governo Giovanni Giolitti è il “dominus” incontrastato a Cuneo) e contro il nuovo pericolo “rosso” che scuote la società europea; non mancheranno anche sequestri e processi, con l’accusa di “istigazione all’odio fra le varie classi sociali”, e una sentenza di condanna (nel febbraio 1899), a “quattro mesi e mezzo di detenzione e 100 lire di multa” per don Giovanni Silvestro (pene poi condonate dal “regio indulto”).
Dopo la vecchia linea “intransigente”, in campo politico, il giornale si aprirà maggiormente alle istanze sociali e democratiche, rappresentate dalle posizioni di don Romolo Murri e poi di don Sturzo e De Gasperi, affrontando anche polemiche e rimproveri all’interno della comunità ecclesiale cuneese; così come porterà travaglio e inquietudini, riflussi e ripiegamenti, la complicata stagione del cosiddetto modernismo, ripiegata su sospetti e condanne da parte dell’autorità ecclesiastica.
Nel clima di un nazionalismo sempre più esagitato, contagiato dalla “febbre” della guerra, Lo Stendardo mantiene con fermezza la posizione neutrale (prevalente nel mondo cattolico italiano);
Nel convulso dopoguerra, con le sue gravissime tensioni sociali, il giornale cattolico cuneese abbraccia con entusiasmo la causa del nuovo Partito Popolare di Sturzo e De Gasperi, essendo caduti i vecchi divieti che impedivano l’impegno dei cattolici in politica.
(1. continua)
Anno 1922: il fascismo a Roma, Lo Stendardo a Cuneo…
23 ottobre 2022
Cuneo
Ottobre 1922, cent’anni fa, la “marcia su Roma”… Giornali e media vari ne parlano e scrivono, gli editori sfornano titoli, stuzzicano analogie e paragoni con il nuovo governo italiano della nuova destra che è in travagliata gestazione. Cuneo e i cattolici cuneesi hanno un motivo in più per fare memoria dell’anno fatidico 1922: infatti il 31 dicembre di quell’anno il quotidiano cattolico Lo Stendardo finisce la sua lunga e operosa stagione, dopo 26 anni di vita. Era nato nel 1897, subentrando al Dovere, con sottotitolo “Giornale quotidiano, politico, amministrativo, cattolico della Provincia di Cuneo” (poi dal 1899 più brevemente “Corriere della Provincia di Cuneo”).
A cavallo dei due secoli, nell’epoca che poi gli storici chiamarono “giolittiana”, Cuneo aveva una risonanza nazionale: vi si stampavano ben tre quotidiani (oltre allo Stendardo, il liberale Subalpino, la Sentinella delle Alpi, prima filo-giolittiana, poi dal 1911 voce personale del suo proprietario, Tancredi Galimberti, parlamentare del collegio di Cuneo).
Lo Stendardo viene stampato all’inizio dalla tipografia Subalpina di Pietro Oggero, nel 1901 subentrerà la tipografia “San Francesco di Sales”, di proprietà della diocesi; nei primi due anni lo dirige Cesare Algranati (firmandosi con lo pseudonimo Rocca d’Adria), futuro direttore dell’Avvenire d’Italia a Bologna, ma la responsabilità e il lavoro principale di redazione saranno prevalentemente nelle mani e nella penna del canonico Giovanni Maria Silvestro.
Sarà un grande impegno per la Cuneo cattolica sostenere un quotidiano per 26 anni, con cronica scarsità di mezzi finanziari e tirature limitate (1500 copie giornaliere, nei tempi migliori, tra abbonamenti e vendite in edicola).
Il giornale cuneese è in prima fila, nella stampa cattolica piemontese, combattendo sui due fronti, contro la vecchia classe liberale (ricordando che il capo del governo Giovanni Giolitti è il “dominus” incontrastato a Cuneo) e contro il nuovo pericolo “rosso” che scuote la società europea; non mancheranno anche sequestri e processi, con l’accusa di “istigazione all’odio fra le varie classi sociali”, e una sentenza di condanna (nel febbraio 1899), a “quattro mesi e mezzo di detenzione e 100 lire di multa” per don Giovanni Silvestro (pene poi condonate dal “regio indulto”).
Dopo la vecchia linea “intransigente”, in campo politico, il giornale si aprirà maggiormente alle istanze sociali e democratiche, rappresentate dalle posizioni di don Romolo Murri e poi di don Sturzo e De Gasperi, affrontando anche polemiche e rimproveri all’interno della comunità ecclesiale cuneese; così come porterà travaglio e inquietudini, riflussi e ripiegamenti, la complicata stagione del cosiddetto modernismo, ripiegata su sospetti e condanne da parte dell’autorità ecclesiastica.
Nel clima di un nazionalismo sempre più esagitato, contagiato dalla “febbre” della guerra, Lo Stendardo mantiene con fermezza la posizione neutrale (prevalente nel mondo cattolico italiano);
Nel convulso dopoguerra, con le sue gravissime tensioni sociali, il giornale cattolico cuneese abbraccia con entusiasmo la causa del nuovo Partito Popolare di Sturzo e De Gasperi, essendo caduti i vecchi divieti che impedivano l’impegno dei cattolici in politica.
(1. continua)