È un ‘eremita di città’, che il 15 settembre 2022 ha professato i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza, nel Duomo di Saluzzo. Pierluigi Calabrese è nato a Saluzzo nel 1951, si è laureato a Torino con lode in Filologia medioevale e Critica testuale. Ha frequentato lo Studio Teologico Interdiocesano di Fossano, conseguendo anche un dottorato di ricerca dal 1989 al 1992 in Esegesi all’Università Cattolica di Milano. Ora è eremita professo a norma del Diritto canonico.
È soddisfatto della consacrazione?
“Non ci si consacra a Dio per essere soddisfatti, ma per servire. Non ho mai mirato a centrare un obiettivo nella Chiesa, ma solo a seguire (con fatica, questo sì, ma anche con gioia!) il Maestro che apre il sentiero stretto portando la sua croce. L’unica onorificenza che ho, me l’ha data il mio Vescovo durante il rito della professione solenne: una croce, appunto, che ora porto al collo, segno di abbandono in Dio e di perdono. Non c’è altra soddisfazione né altro obiettivo per un eremita, che per indole tipica cerca sempre di occupare l’ultimo posto”.
Lei è eremita di città, perché?
“Ci sono eremiti che vivono in campagna, altri in montagna e altri nelle città. Il requisito sostanziale di un eremo consiste nello stato del cuore di chi lo abita, in appartata quiete adorante; non consiste in un luogo lontano e isolato, circostanza suggestiva, ma non costitutiva. La città è luogo della solitudine moderna e del combattimento contro i nuovi demoni”.
Come si chiama l’abito che indossa e quando lo usa?
“Si chiama cocolla (vuol dire cappuccio) ed è una specie di camice. Il Magistero specifico lo prevede anche per le professioni eremitiche dei laici come me: è segno dell’uomo nuovo dedicato a Dio. Come ha proclamato il mio Vescovo durante il rito liturgico: ‘Fratello, ricevi la cocolla. Indossala durante ogni preghiera e le Celebrazioni liturgiche. Essa è segno del tuo essere orante nel deserto abitato dall’Eterno’. Un eremita non è migliore se indossa un abito appropriato, ma può far migliori gli altri, facendo alzare sguardi verso il cielo, specie nella realtà odierna così sensibile al linguaggio delle immagini. Un abito mostra subito l’appartenenza a Dio, testimonia come Dio non smetta mai di stravolgere vite, di rivoltarle, di riempirle della luce della sua presenza”.
In cosa consistono i suoi impegni?
“Consistono in molte ore di preghiera ogni giorno sia liturgica che intercessoria, sia diurna che notturna; poi c’è il delicato esercizio delle opere di misericordia spirituale (consigliare i dubbiosi, insegnare a chi non sa, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, ecc.). Scrivo anche articoli di argomento ascetico, tengo collegamenti con confratelli eremiti chierici e laici in altre regioni ecclesiastiche, curo siti religiosi informatici, partecipo a incontri di studio, di revisione di vita e di approfondimento teologico”.
I suoi genitori?
“Ormai in Cielo! Mia madre Jolanda Guidotti era di Busca, mio padre Giuseppe era contabile alla Locatelli di Moretta, morì di cancro a 49 anni, io ne avevo 17.
Come mai eremita oggi, nel 2022?
“Perché il Signore attira alcune anime nel deserto per parlare al loro cuore: nel 2022 come faceva nel 1022 e come farà nel 3022. Qualcuno può pensare: ‘Oggi è più utile una vita missionaria tra le povertà del mondo, che una vita penitente solitaria’. La risposta è facile: ‘Perché vuoi giudicare tra il condottiero Mosè e il solitario profeta Elia, fra gli attivissimi Apostoli e l’eremita Giovanni Battista? Tutti loro piacquero egualmente a Dio’ ”.
La sua è una scelta di silenzio: perché?
“C’è gran bisogno di silenzio, anche nella Chiesa. Nella società tecnocratica e materialista, piena di un baccano insolente, il silenzio ha la funzione di ridare nuova dignità alla persona, perché obbliga a far i conti con se stessi, con la propria coscienza, la grande addormentata di oggi. Inoltre il Signore quando parla sussurra, non grida, e nel chiasso non lo senti. Il silenzio della solitudine è ascolto, liberazione, profondità: è la premessa di ogni esperienza religiosa. Senza silenzio non esiste una vera vita interiore, perché solo nel silenzio maturano conversione, amore, sacrificio”.
La preghiera è importante per lei?
“Per me ha l’importanza dell’ossigeno. Senza preghiera mi sento soffocare, come avessi un broncospasmo. Ma per preghiera intendo non solo la recitazione liturgica, ma il colloquio costante e informale con Gesù che è sempre lì a guardarmi in volto, seduto alla mia tavola in cucina, sulla sponda del mio letto, all’altro lato della mia scrivania”.
Cosa è importante per lei?
“Un’unica cosa: vivere nella Divina Volontà. Chi ha una vera indole eremitica non considera importante esibire il proprio valore intellettuale o spirituale e accetta con gioia le malevolenze”.
La vita per lei?
“Per me, una vita riuscita è operare nel nascondimento senza ricevere riconoscenza, non cercare il proprio interesse ma quello degli altri, portare con serena gratitudine la propria croce, concepire se stesso in termini di gratuità e non di tornaconto. Il Magistero, infine, chiede agli eremiti di ‘contrastare radicalmente le logiche della mondanità’. Ecco cosa è la vita, per me”.
paesi
È un ‘eremita di città’, che il 15 settembre 2022 ha professato i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza, nel Duomo di Saluzzo. Pierluigi Calabrese è nato a Saluzzo nel 1951, si è laureato a Torino con lode in Filologia medioevale e Critica testuale. Ha frequentato lo Studio Teologico Interdiocesano di Fossano, conseguendo anche un dottorato di ricerca dal 1989 al 1992 in Esegesi all’Università Cattolica di Milano. Ora è eremita professo a norma del Diritto canonico.
È soddisfatto della consacrazione?
“Non ci si consacra a Dio per essere soddisfatti, ma per servire. Non ho mai mirato a centrare un obiettivo nella Chiesa, ma solo a seguire (con fatica, questo sì, ma anche con gioia!) il Maestro che apre il sentiero stretto portando la sua croce. L’unica onorificenza che ho, me l’ha data il mio Vescovo durante il rito della professione solenne: una croce, appunto, che ora porto al collo, segno di abbandono in Dio e di perdono. Non c’è altra soddisfazione né altro obiettivo per un eremita, che per indole tipica cerca sempre di occupare l’ultimo posto”.
Lei è eremita di città, perché?
“Ci sono eremiti che vivono in campagna, altri in montagna e altri nelle città. Il requisito sostanziale di un eremo consiste nello stato del cuore di chi lo abita, in appartata quiete adorante; non consiste in un luogo lontano e isolato, circostanza suggestiva, ma non costitutiva. La città è luogo della solitudine moderna e del combattimento contro i nuovi demoni”.
Come si chiama l’abito che indossa e quando lo usa?
“Si chiama cocolla (vuol dire cappuccio) ed è una specie di camice. Il Magistero specifico lo prevede anche per le professioni eremitiche dei laici come me: è segno dell’uomo nuovo dedicato a Dio. Come ha proclamato il mio Vescovo durante il rito liturgico: ‘Fratello, ricevi la cocolla. Indossala durante ogni preghiera e le Celebrazioni liturgiche. Essa è segno del tuo essere orante nel deserto abitato dall’Eterno’. Un eremita non è migliore se indossa un abito appropriato, ma può far migliori gli altri, facendo alzare sguardi verso il cielo, specie nella realtà odierna così sensibile al linguaggio delle immagini. Un abito mostra subito l’appartenenza a Dio, testimonia come Dio non smetta mai di stravolgere vite, di rivoltarle, di riempirle della luce della sua presenza”.
In cosa consistono i suoi impegni?
“Consistono in molte ore di preghiera ogni giorno sia liturgica che intercessoria, sia diurna che notturna; poi c’è il delicato esercizio delle opere di misericordia spirituale (consigliare i dubbiosi, insegnare a chi non sa, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, ecc.). Scrivo anche articoli di argomento ascetico, tengo collegamenti con confratelli eremiti chierici e laici in altre regioni ecclesiastiche, curo siti religiosi informatici, partecipo a incontri di studio, di revisione di vita e di approfondimento teologico”.
I suoi genitori?
“Ormai in Cielo! Mia madre Jolanda Guidotti era di Busca, mio padre Giuseppe era contabile alla Locatelli di Moretta, morì di cancro a 49 anni, io ne avevo 17.
Come mai eremita oggi, nel 2022?
“Perché il Signore attira alcune anime nel deserto per parlare al loro cuore: nel 2022 come faceva nel 1022 e come farà nel 3022. Qualcuno può pensare: ‘Oggi è più utile una vita missionaria tra le povertà del mondo, che una vita penitente solitaria’. La risposta è facile: ‘Perché vuoi giudicare tra il condottiero Mosè e il solitario profeta Elia, fra gli attivissimi Apostoli e l’eremita Giovanni Battista? Tutti loro piacquero egualmente a Dio’ ”.
La sua è una scelta di silenzio: perché?
“C’è gran bisogno di silenzio, anche nella Chiesa. Nella società tecnocratica e materialista, piena di un baccano insolente, il silenzio ha la funzione di ridare nuova dignità alla persona, perché obbliga a far i conti con se stessi, con la propria coscienza, la grande addormentata di oggi. Inoltre il Signore quando parla sussurra, non grida, e nel chiasso non lo senti. Il silenzio della solitudine è ascolto, liberazione, profondità: è la premessa di ogni esperienza religiosa. Senza silenzio non esiste una vera vita interiore, perché solo nel silenzio maturano conversione, amore, sacrificio”.
La preghiera è importante per lei?
“Per me ha l’importanza dell’ossigeno. Senza preghiera mi sento soffocare, come avessi un broncospasmo. Ma per preghiera intendo non solo la recitazione liturgica, ma il colloquio costante e informale con Gesù che è sempre lì a guardarmi in volto, seduto alla mia tavola in cucina, sulla sponda del mio letto, all’altro lato della mia scrivania”.
Cosa è importante per lei?
“Un’unica cosa: vivere nella Divina Volontà. Chi ha una vera indole eremitica non considera importante esibire il proprio valore intellettuale o spirituale e accetta con gioia le malevolenze”.
La vita per lei?
“Per me, una vita riuscita è operare nel nascondimento senza ricevere riconoscenza, non cercare il proprio interesse ma quello degli altri, portare con serena gratitudine la propria croce, concepire se stesso in termini di gratuità e non di tornaconto. Il Magistero, infine, chiede agli eremiti di ‘contrastare radicalmente le logiche della mondanità’. Ecco cosa è la vita, per me”.
Pierluigi, ‘eremita di città’ consacrato nel Duomo di Saluzzo
22 ottobre 2022
Cuneo
È un ‘eremita di città’, che il 15 settembre 2022 ha professato i consigli evangelici di povertà, castità e obbedienza, nel Duomo di Saluzzo. Pierluigi Calabrese è nato a Saluzzo nel 1951, si è laureato a Torino con lode in Filologia medioevale e Critica testuale. Ha frequentato lo Studio Teologico Interdiocesano di Fossano, conseguendo anche un dottorato di ricerca dal 1989 al 1992 in Esegesi all’Università Cattolica di Milano. Ora è eremita professo a norma del Diritto canonico.
È soddisfatto della consacrazione?
“Non ci si consacra a Dio per essere soddisfatti, ma per servire. Non ho mai mirato a centrare un obiettivo nella Chiesa, ma solo a seguire (con fatica, questo sì, ma anche con gioia!) il Maestro che apre il sentiero stretto portando la sua croce. L’unica onorificenza che ho, me l’ha data il mio Vescovo durante il rito della professione solenne: una croce, appunto, che ora porto al collo, segno di abbandono in Dio e di perdono. Non c’è altra soddisfazione né altro obiettivo per un eremita, che per indole tipica cerca sempre di occupare l’ultimo posto”.
Lei è eremita di città, perché?
“Ci sono eremiti che vivono in campagna, altri in montagna e altri nelle città. Il requisito sostanziale di un eremo consiste nello stato del cuore di chi lo abita, in appartata quiete adorante; non consiste in un luogo lontano e isolato, circostanza suggestiva, ma non costitutiva. La città è luogo della solitudine moderna e del combattimento contro i nuovi demoni”.
Come si chiama l’abito che indossa e quando lo usa?
“Si chiama cocolla (vuol dire cappuccio) ed è una specie di camice. Il Magistero specifico lo prevede anche per le professioni eremitiche dei laici come me: è segno dell’uomo nuovo dedicato a Dio. Come ha proclamato il mio Vescovo durante il rito liturgico: ‘Fratello, ricevi la cocolla. Indossala durante ogni preghiera e le Celebrazioni liturgiche. Essa è segno del tuo essere orante nel deserto abitato dall’Eterno’. Un eremita non è migliore se indossa un abito appropriato, ma può far migliori gli altri, facendo alzare sguardi verso il cielo, specie nella realtà odierna così sensibile al linguaggio delle immagini. Un abito mostra subito l’appartenenza a Dio, testimonia come Dio non smetta mai di stravolgere vite, di rivoltarle, di riempirle della luce della sua presenza”.
In cosa consistono i suoi impegni?
“Consistono in molte ore di preghiera ogni giorno sia liturgica che intercessoria, sia diurna che notturna; poi c’è il delicato esercizio delle opere di misericordia spirituale (consigliare i dubbiosi, insegnare a chi non sa, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, ecc.). Scrivo anche articoli di argomento ascetico, tengo collegamenti con confratelli eremiti chierici e laici in altre regioni ecclesiastiche, curo siti religiosi informatici, partecipo a incontri di studio, di revisione di vita e di approfondimento teologico”.
I suoi genitori?
“Ormai in Cielo! Mia madre Jolanda Guidotti era di Busca, mio padre Giuseppe era contabile alla Locatelli di Moretta, morì di cancro a 49 anni, io ne avevo 17.
Come mai eremita oggi, nel 2022?
“Perché il Signore attira alcune anime nel deserto per parlare al loro cuore: nel 2022 come faceva nel 1022 e come farà nel 3022. Qualcuno può pensare: ‘Oggi è più utile una vita missionaria tra le povertà del mondo, che una vita penitente solitaria’. La risposta è facile: ‘Perché vuoi giudicare tra il condottiero Mosè e il solitario profeta Elia, fra gli attivissimi Apostoli e l’eremita Giovanni Battista? Tutti loro piacquero egualmente a Dio’ ”.
La sua è una scelta di silenzio: perché?
“C’è gran bisogno di silenzio, anche nella Chiesa. Nella società tecnocratica e materialista, piena di un baccano insolente, il silenzio ha la funzione di ridare nuova dignità alla persona, perché obbliga a far i conti con se stessi, con la propria coscienza, la grande addormentata di oggi. Inoltre il Signore quando parla sussurra, non grida, e nel chiasso non lo senti. Il silenzio della solitudine è ascolto, liberazione, profondità: è la premessa di ogni esperienza religiosa. Senza silenzio non esiste una vera vita interiore, perché solo nel silenzio maturano conversione, amore, sacrificio”.
La preghiera è importante per lei?
“Per me ha l’importanza dell’ossigeno. Senza preghiera mi sento soffocare, come avessi un broncospasmo. Ma per preghiera intendo non solo la recitazione liturgica, ma il colloquio costante e informale con Gesù che è sempre lì a guardarmi in volto, seduto alla mia tavola in cucina, sulla sponda del mio letto, all’altro lato della mia scrivania”.
Cosa è importante per lei?
“Un’unica cosa: vivere nella Divina Volontà. Chi ha una vera indole eremitica non considera importante esibire il proprio valore intellettuale o spirituale e accetta con gioia le malevolenze”.
La vita per lei?
“Per me, una vita riuscita è operare nel nascondimento senza ricevere riconoscenza, non cercare il proprio interesse ma quello degli altri, portare con serena gratitudine la propria croce, concepire se stesso in termini di gratuità e non di tornaconto. Il Magistero, infine, chiede agli eremiti di ‘contrastare radicalmente le logiche della mondanità’. Ecco cosa è la vita, per me”.