Lo sbocco della valle Stura nella pianura ha una particolarità curiosa rispetto alle altre valli vicine; infatti non si apre perpendicolarmente alla pianura, ma obliquamente. Così il corso del fiume, che corre tra i monti per oltre cinquanta chilometri da ponente a levante, si gira al piano con un angolo di sessanta gradi verso Nord-Est. Questo comporta una diversa scansione dei fianchi montuosi: la dorsale sinistra finisce con i franosi pendii del Bric Crocetta (m. 1.030), che scendono direttamente sull’alveo dello Stura, al confine tra Roccasparvera e Vignolo; la dorsale destra si protende oltre per circa tre chilometri, degradando fino alla collina del Monserrato (m. 730), a cui piedi di adagia l’abitato di Borgo San Dalmazzo.
Tra il termine della valle Stura e la parallela valle Grana, la differenza di impatto con la pianura è ancora maggiore; infatti tra Caraglio, ai bordi del torrente Grana, e Vignolo, non lontano dallo Stura, corrono circa nove chilometri. Così il fianco montuoso sinistro della valle Stura costeggia la pianura dal monte Tamone (m. 1.393) al predetto Bric Crosetta. Ai bordi tra questa quinta montana ed il piano si sviluppano i comuni di Bernezzo e Cervasca.
La via del “Pertus del Côlet” tra Bernezzo e Castelletto di Roccasparvera
Fin dall’antichità queste ultime propaggini montuose diventarono anello importante nelle comunicazioni tra valle Stura e pianura, sia come passaggio di strade, sia nel controllo di esse, assumendo il ruolo di porta della valle, che, come simili località in altre valli, era detta la “chiusa”. Trattandosi di un insieme di passaggi per il lungo tratto di margine tra monte e piano, lo storico Alfonso M. Riberi indicava questa zona come “clusiatico”, termine che richiamava anche il pedaggio da pagare per il transito.
Il centro nevralgico era Roccasparvera, e più precisamente il suo Castelletto, posto a poco più di due chilometri a monte del paese. Infatti alle spalle del Castelletto partivano due strade che salivano al Col del Pertus. Una era a valle dell’abitato e passando per tetto Bellotte raggiungeva il Pertus del Côlet, con un’ora circa di cammino. Meglio esposta al sole era la seconda strada, che partendo a monte del Castelletto, già all’imbocco del vallone di Rittana, toccando le due borgate di Merone sottano e soprano, arrivava al Pertus del Côlet in modo ancor più rapido. Da questo colle si apre lo sguardo sulla pianura ed in un paio d’ore si scende a Bernezzo, passando da Prà ‘d Franza e Fontana Grassa, ed entrando in paese presso la cappella di San Giacomo. Da notare che da Prà ‘d Franza si dirama una strada che, tenendosi in costa, entra nel territorio comunale di Cervasca e passando per l’Aranzone, raggiunge San Michele di Cervasca.
Attualmente queste sono ridotte in parte a strade vicinali a servizio dei boschi o come suggestive passeggiate, raccomandabili proprio in autunno. Per millenni esse costituirono il percorso più rapido di raccordo tra pianura e valle Stura, non solo come mulattiere, ma usate anche per carretti.
A Bernezzo i monaci dell’abbazia di San Michele della Chiusa in val Susa
L’importanza del clusiatico di valle Stura per i percorsi medievali è attestata dalla molteplice presenza di strutture monastiche che dal mille in poi per alcuni secoli qui si insediarono. La fondazione più consistente avvenne a Bernezzo col priorato di Santi Pietro e Paolo, i cui inizi risalgono al 1039, per una donazione fatta dal marchese Arduino di Torino all’abbazia di San Michele della Chiusa in val Susa, nota come la Sagra di San Michele. La dipendenza dall’abate della Sagra venne confermata nel 1216 dal papa Innocenzo III e nel 1246 da Innocenzo IV. Era un monastero fondato su donazione di diritti feudali di decime e giurisdizione sul territorio circostante. Notevole, oltre la chiesa dei Santi Pietro e Paolo, anche la chiesetta della Maddalena, con affreschi romanici. Il priorato divenne sede di cura d’anime, sviluppatasi in parrocchia, ed anche quando nel 1381 San Michele della Chiusa divenne commenda dei Savoia e molte sue dipendenze divennero appannaggio di commendatori, San Pietro di Bernezzo rimase collegata giuridicamente all’abbazia, il cui abate nominò i parroci fino al 1805, quando passò alla diocesi di Mondovì, per entrare poi nella diocesi di Cuneo nel 1817.
Rispetto al centinaio di monasteri, priorati e chiese poste nella giurisdizione della Sagra, il priorato di Bernezzo pare un po’ isolato, nel Piemonte meridionale. Gli storici sottolineano come la maggior parte delle dipendenze clusine costituivano una rete tra Francia meridionale fino alla Spagna e la pianura padana, secondo itinerari in gran parte distribuiti sulle direttrici delle antiche vie romane. Contemporaneamente la Sagra era uno dei fulcri non solo della via francigena, ma anche del più esteso percorso micaelico, tra Mont-Saint-Michel e Monte Sant’Angelo. Il legame di Bernezzo con questa rete europea contribuisce ad evidenziare l’importanza che nella stagione dei pellegrinaggi medievale aveva il percorso attraverso il Pertus del Côlet. Per questo motivo sarà interessante considerare il proseguimento delle strade nella pianura sia verso la Sagra con il tracciato pedemontano verso Cavour e Giaveno, sia verso Asti e Torino, poli ecclesiastici da cui nel medioevo dipendevano le valli delle Alpi Marittime.
I boschi di San Benigno presso il Colletto ed i percorsi di Fruttuaria
Proprio sull’itinerario dal colletto di Bernezzo al cuore del Piemonte era ben presente un’altra fondamentale abbazia pedemontana: San Benigno di Fruttuaria, che dal Canavese estendeva le sue dipendenze dal cuore della Francia al porto di Genova. La sua rete di priorati era fitta anche nel Piemonte meridionale, con un vivace centro a San Benigno Grana, in cui è attestata un cella monastica nel 1014. Dello sviluppo di questo priorato resta la possente chiesa con cripta medievale ed absidi romaniche e gotiche. Questo priorato aveva una base economica un po’ diversa da quella di Bernezzo; si sosteneva solo su possedimenti agricoli e non più su diritti di decime. Ma nel suo genere non era certo sprovvisto, contando su 325 giornate di terreno a San Benigno, altre 112 nella cascina Prata, vicine al torrente Grana, oltre la via verso Caraglio. Nel cabreo della Commenda di San Benigno, redatto nel 1715, sono pure descritte cinquantasette giornate di “bosco castagneto sovra li fini di Bernezzo et nella regione di fontana grassa”. Il disegno redatto dal misuratore delinea la pezza maggiore di questa tenuta, compresa tra la “strada di Coletto” e la “strada di Cervasca”. Nella relazione settecentesca non si fa cenno a strutture abitative, e quindi non si può supporre una presenza abitativa stabile, con un’eventuale cella monastica, ma è un tassello utile per confermare i rapporti del priorato di San Benigno con il tracciato della via verso il Pertus del Côlet. Non è da escludere che nella stagione medievale dei grandi pellegrinaggi vi fosse presso questa tenuta qualche baita, utile sosta o riparo per pellegrini in momenti di emergenza. Nei resoconti per la redazione del rilievo dei terreni della commenda è specificata anche la spesa per “le Viture” a servizio dell’agrimensore; è probabile che sia andato in vettura anche alla Fontana Grassa, seguendo la “strada del Coletto”, dove secoli prima passavano a piedi frotte di pellegrini.
Un percorso dei monaci di San Teofredo tra Roccasparvera e Vignolo
Accanto alla via del Côlet, con le presenze delle grandi abbazie piemontesi di San Michele alla Chiusa e San Benigno di Fruttuaria, vi era un altro percorso collegato all’abbazia di San Teofredo di Aquitania, di cui si è fatto cenno per San Lorenzo di Bersezio; esso univa San Martino di Roccasparvera a San Martino di Vignolo, passando presso la borgata di Prà Gaudino (m. 980). Attualmente la continuità dei sentieri tra Roccasparvera e Prà Gaudino è dispersa in vari viottoli vicinali ad uso dei lavori nei boschi; anche da Prà Gaudino a Vignolo il percorso antico non corrisponde all’attuale strada comunale che scende a San Michele, ma si diramava in alcune mulattiere una delle quali passava al colle ove sorge il santuario di San Maurizio, poi costeggiava la chiesetta di San Costanzo ed infine scendeva su San Martino.
Sembra un itinerario di fantasia a servizio di qualche manciata di casolari, ma a suo favore resta il piccolo gioiello della struttura romanica di San Costanzo, presso cui fino ad un secolo fa vi era un eremita. Un’altra cappella romanica, dedicata a San Matteo era sul colle di San Maurizio, di fronte all’attuale santuario.
Il legame di San Martino con la rete di San Teofredo è rimasto fin verso il 1960, poiché in questa cappella vi era ancora un legato di messe a carico della parrocchia di Bersezio. L’elenco delle chiese soggette al vescovo di Torino nel 1386, da un lato sembra complicare le cose, perché collega le chiese di San Martino e di Santa Maria Maddalena in Roccasparvera al priorato di Bersezio e quella di San Martino di Vignolo alla pieve di Demonte, inoltre non cita San Costanzo; d’altro lato conferma come il clusiatico fosse legato alle strutture ecclesiastiche della valle Stura fino ai bordi della pianura, dove iniziava la pievania di Caraglio, da cui dipendevano San Giovanni di Vignolo e Santa Maria di Cervasca.
Di San Martino di Roccasparvera restano i ruderi con un bel tratto dell’abside; la cappella di San Martino di Vignolo è stata sicuramente rifatta dopo il 1500; merita una sosta presso la chiesetta di San Costanzo per intuire la pace che poteva offrire ai pellegrini di un tempo.
(continua)
editoriale
Lo sbocco della valle Stura nella pianura ha una particolarità curiosa rispetto alle altre valli vicine; infatti non si apre perpendicolarmente alla pianura, ma obliquamente. Così il corso del fiume, che corre tra i monti per oltre cinquanta chilometri da ponente a levante, si gira al piano con un angolo di sessanta gradi verso Nord-Est. Questo comporta una diversa scansione dei fianchi montuosi: la dorsale sinistra finisce con i franosi pendii del Bric Crocetta (m. 1.030), che scendono direttamente sull’alveo dello Stura, al confine tra Roccasparvera e Vignolo; la dorsale destra si protende oltre per circa tre chilometri, degradando fino alla collina del Monserrato (m. 730), a cui piedi di adagia l’abitato di Borgo San Dalmazzo.
Tra il termine della valle Stura e la parallela valle Grana, la differenza di impatto con la pianura è ancora maggiore; infatti tra Caraglio, ai bordi del torrente Grana, e Vignolo, non lontano dallo Stura, corrono circa nove chilometri. Così il fianco montuoso sinistro della valle Stura costeggia la pianura dal monte Tamone (m. 1.393) al predetto Bric Crosetta. Ai bordi tra questa quinta montana ed il piano si sviluppano i comuni di Bernezzo e Cervasca.
La via del “Pertus del Côlet” tra Bernezzo e Castelletto di Roccasparvera
Fin dall’antichità queste ultime propaggini montuose diventarono anello importante nelle comunicazioni tra valle Stura e pianura, sia come passaggio di strade, sia nel controllo di esse, assumendo il ruolo di porta della valle, che, come simili località in altre valli, era detta la “chiusa”. Trattandosi di un insieme di passaggi per il lungo tratto di margine tra monte e piano, lo storico Alfonso M. Riberi indicava questa zona come “clusiatico”, termine che richiamava anche il pedaggio da pagare per il transito.
Il centro nevralgico era Roccasparvera, e più precisamente il suo Castelletto, posto a poco più di due chilometri a monte del paese. Infatti alle spalle del Castelletto partivano due strade che salivano al Col del Pertus. Una era a valle dell’abitato e passando per tetto Bellotte raggiungeva il Pertus del Côlet, con un’ora circa di cammino. Meglio esposta al sole era la seconda strada, che partendo a monte del Castelletto, già all’imbocco del vallone di Rittana, toccando le due borgate di Merone sottano e soprano, arrivava al Pertus del Côlet in modo ancor più rapido. Da questo colle si apre lo sguardo sulla pianura ed in un paio d’ore si scende a Bernezzo, passando da Prà ‘d Franza e Fontana Grassa, ed entrando in paese presso la cappella di San Giacomo. Da notare che da Prà ‘d Franza si dirama una strada che, tenendosi in costa, entra nel territorio comunale di Cervasca e passando per l’Aranzone, raggiunge San Michele di Cervasca.
Attualmente queste sono ridotte in parte a strade vicinali a servizio dei boschi o come suggestive passeggiate, raccomandabili proprio in autunno. Per millenni esse costituirono il percorso più rapido di raccordo tra pianura e valle Stura, non solo come mulattiere, ma usate anche per carretti.
A Bernezzo i monaci dell’abbazia di San Michele della Chiusa in val Susa
L’importanza del clusiatico di valle Stura per i percorsi medievali è attestata dalla molteplice presenza di strutture monastiche che dal mille in poi per alcuni secoli qui si insediarono. La fondazione più consistente avvenne a Bernezzo col priorato di Santi Pietro e Paolo, i cui inizi risalgono al 1039, per una donazione fatta dal marchese Arduino di Torino all’abbazia di San Michele della Chiusa in val Susa, nota come la Sagra di San Michele. La dipendenza dall’abate della Sagra venne confermata nel 1216 dal papa Innocenzo III e nel 1246 da Innocenzo IV. Era un monastero fondato su donazione di diritti feudali di decime e giurisdizione sul territorio circostante. Notevole, oltre la chiesa dei Santi Pietro e Paolo, anche la chiesetta della Maddalena, con affreschi romanici. Il priorato divenne sede di cura d’anime, sviluppatasi in parrocchia, ed anche quando nel 1381 San Michele della Chiusa divenne commenda dei Savoia e molte sue dipendenze divennero appannaggio di commendatori, San Pietro di Bernezzo rimase collegata giuridicamente all’abbazia, il cui abate nominò i parroci fino al 1805, quando passò alla diocesi di Mondovì, per entrare poi nella diocesi di Cuneo nel 1817.
Rispetto al centinaio di monasteri, priorati e chiese poste nella giurisdizione della Sagra, il priorato di Bernezzo pare un po’ isolato, nel Piemonte meridionale. Gli storici sottolineano come la maggior parte delle dipendenze clusine costituivano una rete tra Francia meridionale fino alla Spagna e la pianura padana, secondo itinerari in gran parte distribuiti sulle direttrici delle antiche vie romane. Contemporaneamente la Sagra era uno dei fulcri non solo della via francigena, ma anche del più esteso percorso micaelico, tra Mont-Saint-Michel e Monte Sant’Angelo. Il legame di Bernezzo con questa rete europea contribuisce ad evidenziare l’importanza che nella stagione dei pellegrinaggi medievale aveva il percorso attraverso il Pertus del Côlet. Per questo motivo sarà interessante considerare il proseguimento delle strade nella pianura sia verso la Sagra con il tracciato pedemontano verso Cavour e Giaveno, sia verso Asti e Torino, poli ecclesiastici da cui nel medioevo dipendevano le valli delle Alpi Marittime.
I boschi di San Benigno presso il Colletto ed i percorsi di Fruttuaria
Proprio sull’itinerario dal colletto di Bernezzo al cuore del Piemonte era ben presente un’altra fondamentale abbazia pedemontana: San Benigno di Fruttuaria, che dal Canavese estendeva le sue dipendenze dal cuore della Francia al porto di Genova. La sua rete di priorati era fitta anche nel Piemonte meridionale, con un vivace centro a San Benigno Grana, in cui è attestata un cella monastica nel 1014. Dello sviluppo di questo priorato resta la possente chiesa con cripta medievale ed absidi romaniche e gotiche. Questo priorato aveva una base economica un po’ diversa da quella di Bernezzo; si sosteneva solo su possedimenti agricoli e non più su diritti di decime. Ma nel suo genere non era certo sprovvisto, contando su 325 giornate di terreno a San Benigno, altre 112 nella cascina Prata, vicine al torrente Grana, oltre la via verso Caraglio. Nel cabreo della Commenda di San Benigno, redatto nel 1715, sono pure descritte cinquantasette giornate di “bosco castagneto sovra li fini di Bernezzo et nella regione di fontana grassa”. Il disegno redatto dal misuratore delinea la pezza maggiore di questa tenuta, compresa tra la “strada di Coletto” e la “strada di Cervasca”. Nella relazione settecentesca non si fa cenno a strutture abitative, e quindi non si può supporre una presenza abitativa stabile, con un’eventuale cella monastica, ma è un tassello utile per confermare i rapporti del priorato di San Benigno con il tracciato della via verso il Pertus del Côlet. Non è da escludere che nella stagione medievale dei grandi pellegrinaggi vi fosse presso questa tenuta qualche baita, utile sosta o riparo per pellegrini in momenti di emergenza. Nei resoconti per la redazione del rilievo dei terreni della commenda è specificata anche la spesa per “le Viture” a servizio dell’agrimensore; è probabile che sia andato in vettura anche alla Fontana Grassa, seguendo la “strada del Coletto”, dove secoli prima passavano a piedi frotte di pellegrini.
Un percorso dei monaci di San Teofredo tra Roccasparvera e Vignolo
Accanto alla via del Côlet, con le presenze delle grandi abbazie piemontesi di San Michele alla Chiusa e San Benigno di Fruttuaria, vi era un altro percorso collegato all’abbazia di San Teofredo di Aquitania, di cui si è fatto cenno per San Lorenzo di Bersezio; esso univa San Martino di Roccasparvera a San Martino di Vignolo, passando presso la borgata di Prà Gaudino (m. 980). Attualmente la continuità dei sentieri tra Roccasparvera e Prà Gaudino è dispersa in vari viottoli vicinali ad uso dei lavori nei boschi; anche da Prà Gaudino a Vignolo il percorso antico non corrisponde all’attuale strada comunale che scende a San Michele, ma si diramava in alcune mulattiere una delle quali passava al colle ove sorge il santuario di San Maurizio, poi costeggiava la chiesetta di San Costanzo ed infine scendeva su San Martino.
Sembra un itinerario di fantasia a servizio di qualche manciata di casolari, ma a suo favore resta il piccolo gioiello della struttura romanica di San Costanzo, presso cui fino ad un secolo fa vi era un eremita. Un’altra cappella romanica, dedicata a San Matteo era sul colle di San Maurizio, di fronte all’attuale santuario.
Il legame di San Martino con la rete di San Teofredo è rimasto fin verso il 1960, poiché in questa cappella vi era ancora un legato di messe a carico della parrocchia di Bersezio. L’elenco delle chiese soggette al vescovo di Torino nel 1386, da un lato sembra complicare le cose, perché collega le chiese di San Martino e di Santa Maria Maddalena in Roccasparvera al priorato di Bersezio e quella di San Martino di Vignolo alla pieve di Demonte, inoltre non cita San Costanzo; d’altro lato conferma come il clusiatico fosse legato alle strutture ecclesiastiche della valle Stura fino ai bordi della pianura, dove iniziava la pievania di Caraglio, da cui dipendevano San Giovanni di Vignolo e Santa Maria di Cervasca.
Di San Martino di Roccasparvera restano i ruderi con un bel tratto dell’abside; la cappella di San Martino di Vignolo è stata sicuramente rifatta dopo il 1500; merita una sosta presso la chiesetta di San Costanzo per intuire la pace che poteva offrire ai pellegrini di un tempo.
(continua)
Le “chiuse” di valle Stura, crocevia monastico nel medioevo
22 ottobre 2022
Cuneo
Lo sbocco della valle Stura nella pianura ha una particolarità curiosa rispetto alle altre valli vicine; infatti non si apre perpendicolarmente alla pianura, ma obliquamente. Così il corso del fiume, che corre tra i monti per oltre cinquanta chilometri da ponente a levante, si gira al piano con un angolo di sessanta gradi verso Nord-Est. Questo comporta una diversa scansione dei fianchi montuosi: la dorsale sinistra finisce con i franosi pendii del Bric Crocetta (m. 1.030), che scendono direttamente sull’alveo dello Stura, al confine tra Roccasparvera e Vignolo; la dorsale destra si protende oltre per circa tre chilometri, degradando fino alla collina del Monserrato (m. 730), a cui piedi di adagia l’abitato di Borgo San Dalmazzo.
Tra il termine della valle Stura e la parallela valle Grana, la differenza di impatto con la pianura è ancora maggiore; infatti tra Caraglio, ai bordi del torrente Grana, e Vignolo, non lontano dallo Stura, corrono circa nove chilometri. Così il fianco montuoso sinistro della valle Stura costeggia la pianura dal monte Tamone (m. 1.393) al predetto Bric Crosetta. Ai bordi tra questa quinta montana ed il piano si sviluppano i comuni di Bernezzo e Cervasca.
La via del “Pertus del Côlet” tra Bernezzo e Castelletto di Roccasparvera
Fin dall’antichità queste ultime propaggini montuose diventarono anello importante nelle comunicazioni tra valle Stura e pianura, sia come passaggio di strade, sia nel controllo di esse, assumendo il ruolo di porta della valle, che, come simili località in altre valli, era detta la “chiusa”. Trattandosi di un insieme di passaggi per il lungo tratto di margine tra monte e piano, lo storico Alfonso M. Riberi indicava questa zona come “clusiatico”, termine che richiamava anche il pedaggio da pagare per il transito.
Il centro nevralgico era Roccasparvera, e più precisamente il suo Castelletto, posto a poco più di due chilometri a monte del paese. Infatti alle spalle del Castelletto partivano due strade che salivano al Col del Pertus. Una era a valle dell’abitato e passando per tetto Bellotte raggiungeva il Pertus del Côlet, con un’ora circa di cammino. Meglio esposta al sole era la seconda strada, che partendo a monte del Castelletto, già all’imbocco del vallone di Rittana, toccando le due borgate di Merone sottano e soprano, arrivava al Pertus del Côlet in modo ancor più rapido. Da questo colle si apre lo sguardo sulla pianura ed in un paio d’ore si scende a Bernezzo, passando da Prà ‘d Franza e Fontana Grassa, ed entrando in paese presso la cappella di San Giacomo. Da notare che da Prà ‘d Franza si dirama una strada che, tenendosi in costa, entra nel territorio comunale di Cervasca e passando per l’Aranzone, raggiunge San Michele di Cervasca.
Attualmente queste sono ridotte in parte a strade vicinali a servizio dei boschi o come suggestive passeggiate, raccomandabili proprio in autunno. Per millenni esse costituirono il percorso più rapido di raccordo tra pianura e valle Stura, non solo come mulattiere, ma usate anche per carretti.
A Bernezzo i monaci dell’abbazia di San Michele della Chiusa in val Susa
L’importanza del clusiatico di valle Stura per i percorsi medievali è attestata dalla molteplice presenza di strutture monastiche che dal mille in poi per alcuni secoli qui si insediarono. La fondazione più consistente avvenne a Bernezzo col priorato di Santi Pietro e Paolo, i cui inizi risalgono al 1039, per una donazione fatta dal marchese Arduino di Torino all’abbazia di San Michele della Chiusa in val Susa, nota come la Sagra di San Michele. La dipendenza dall’abate della Sagra venne confermata nel 1216 dal papa Innocenzo III e nel 1246 da Innocenzo IV. Era un monastero fondato su donazione di diritti feudali di decime e giurisdizione sul territorio circostante. Notevole, oltre la chiesa dei Santi Pietro e Paolo, anche la chiesetta della Maddalena, con affreschi romanici. Il priorato divenne sede di cura d’anime, sviluppatasi in parrocchia, ed anche quando nel 1381 San Michele della Chiusa divenne commenda dei Savoia e molte sue dipendenze divennero appannaggio di commendatori, San Pietro di Bernezzo rimase collegata giuridicamente all’abbazia, il cui abate nominò i parroci fino al 1805, quando passò alla diocesi di Mondovì, per entrare poi nella diocesi di Cuneo nel 1817.
Rispetto al centinaio di monasteri, priorati e chiese poste nella giurisdizione della Sagra, il priorato di Bernezzo pare un po’ isolato, nel Piemonte meridionale. Gli storici sottolineano come la maggior parte delle dipendenze clusine costituivano una rete tra Francia meridionale fino alla Spagna e la pianura padana, secondo itinerari in gran parte distribuiti sulle direttrici delle antiche vie romane. Contemporaneamente la Sagra era uno dei fulcri non solo della via francigena, ma anche del più esteso percorso micaelico, tra Mont-Saint-Michel e Monte Sant’Angelo. Il legame di Bernezzo con questa rete europea contribuisce ad evidenziare l’importanza che nella stagione dei pellegrinaggi medievale aveva il percorso attraverso il Pertus del Côlet. Per questo motivo sarà interessante considerare il proseguimento delle strade nella pianura sia verso la Sagra con il tracciato pedemontano verso Cavour e Giaveno, sia verso Asti e Torino, poli ecclesiastici da cui nel medioevo dipendevano le valli delle Alpi Marittime.
I boschi di San Benigno presso il Colletto ed i percorsi di Fruttuaria
Proprio sull’itinerario dal colletto di Bernezzo al cuore del Piemonte era ben presente un’altra fondamentale abbazia pedemontana: San Benigno di Fruttuaria, che dal Canavese estendeva le sue dipendenze dal cuore della Francia al porto di Genova. La sua rete di priorati era fitta anche nel Piemonte meridionale, con un vivace centro a San Benigno Grana, in cui è attestata un cella monastica nel 1014. Dello sviluppo di questo priorato resta la possente chiesa con cripta medievale ed absidi romaniche e gotiche. Questo priorato aveva una base economica un po’ diversa da quella di Bernezzo; si sosteneva solo su possedimenti agricoli e non più su diritti di decime. Ma nel suo genere non era certo sprovvisto, contando su 325 giornate di terreno a San Benigno, altre 112 nella cascina Prata, vicine al torrente Grana, oltre la via verso Caraglio. Nel cabreo della Commenda di San Benigno, redatto nel 1715, sono pure descritte cinquantasette giornate di “bosco castagneto sovra li fini di Bernezzo et nella regione di fontana grassa”. Il disegno redatto dal misuratore delinea la pezza maggiore di questa tenuta, compresa tra la “strada di Coletto” e la “strada di Cervasca”. Nella relazione settecentesca non si fa cenno a strutture abitative, e quindi non si può supporre una presenza abitativa stabile, con un’eventuale cella monastica, ma è un tassello utile per confermare i rapporti del priorato di San Benigno con il tracciato della via verso il Pertus del Côlet. Non è da escludere che nella stagione medievale dei grandi pellegrinaggi vi fosse presso questa tenuta qualche baita, utile sosta o riparo per pellegrini in momenti di emergenza. Nei resoconti per la redazione del rilievo dei terreni della commenda è specificata anche la spesa per “le Viture” a servizio dell’agrimensore; è probabile che sia andato in vettura anche alla Fontana Grassa, seguendo la “strada del Coletto”, dove secoli prima passavano a piedi frotte di pellegrini.
Un percorso dei monaci di San Teofredo tra Roccasparvera e Vignolo
Accanto alla via del Côlet, con le presenze delle grandi abbazie piemontesi di San Michele alla Chiusa e San Benigno di Fruttuaria, vi era un altro percorso collegato all’abbazia di San Teofredo di Aquitania, di cui si è fatto cenno per San Lorenzo di Bersezio; esso univa San Martino di Roccasparvera a San Martino di Vignolo, passando presso la borgata di Prà Gaudino (m. 980). Attualmente la continuità dei sentieri tra Roccasparvera e Prà Gaudino è dispersa in vari viottoli vicinali ad uso dei lavori nei boschi; anche da Prà Gaudino a Vignolo il percorso antico non corrisponde all’attuale strada comunale che scende a San Michele, ma si diramava in alcune mulattiere una delle quali passava al colle ove sorge il santuario di San Maurizio, poi costeggiava la chiesetta di San Costanzo ed infine scendeva su San Martino.
Sembra un itinerario di fantasia a servizio di qualche manciata di casolari, ma a suo favore resta il piccolo gioiello della struttura romanica di San Costanzo, presso cui fino ad un secolo fa vi era un eremita. Un’altra cappella romanica, dedicata a San Matteo era sul colle di San Maurizio, di fronte all’attuale santuario.
Il legame di San Martino con la rete di San Teofredo è rimasto fin verso il 1960, poiché in questa cappella vi era ancora un legato di messe a carico della parrocchia di Bersezio. L’elenco delle chiese soggette al vescovo di Torino nel 1386, da un lato sembra complicare le cose, perché collega le chiese di San Martino e di Santa Maria Maddalena in Roccasparvera al priorato di Bersezio e quella di San Martino di Vignolo alla pieve di Demonte, inoltre non cita San Costanzo; d’altro lato conferma come il clusiatico fosse legato alle strutture ecclesiastiche della valle Stura fino ai bordi della pianura, dove iniziava la pievania di Caraglio, da cui dipendevano San Giovanni di Vignolo e Santa Maria di Cervasca.
Di San Martino di Roccasparvera restano i ruderi con un bel tratto dell’abside; la cappella di San Martino di Vignolo è stata sicuramente rifatta dopo il 1500; merita una sosta presso la chiesetta di San Costanzo per intuire la pace che poteva offrire ai pellegrini di un tempo.
(continua)