editoriale

Il consolidarsi della rinuncia al voto tra disagio e protesta

16 ottobre 2022

Cuneo

Urna elettorale - elezioni politiche I recenti esiti elettorali, al di là della vittoria netta della compagine di centro-destra e in particolare del partito della Meloni, hanno evidenziato una crescita senza precedenti del numero degli astenuti. E non si è trattato affatto di un fenomeno marginale, se si pensa che coloro che hanno deciso di non partecipare al voto sono stati ben il 36,09% degli aventi diritto, con un incremento rispetto alle elezioni politiche del 2019 prossimo al 10%. Un dato peraltro riscontrabile anche livello locale se si pensa che in Piemonte la percentuale dei non votanti è stata del 33,64% (24% alle passate politiche), mentre per la provincia di Cuneo ha raggiunto il 33,85% (23,24% alle precedenti elezioni nazionali). E del fatto che l’astensionismo rappresenti ormai, e non solo nel sud Italia, una tendenza costante destinata a coinvolgere le più diverse tornate elettorali si può avere una riprova nel dato relativo alle recenti elezioni comunali tenutesi a Cuneo: la rinuncia al voto ha toccato, in un centro nel quale a lungo non votare è stato considerato quasi impensabile, la cifra del 45,49% al primo turno e addirittura del 63,26% al secondo. A dover essere registrato è dunque, sia sul piano nazionale che locale, un aumento sensibile del dato dell’astensione. Ad interessarci però qui non è il dato in sé stesso. Quest’ultimo intende semplicemente concretizzare la consistenza di una tendenza che ha portato, nell’ultima tornata elettorale, ad avere una situazione nella quale il primo partito italiano raggiunge il 26% dei voti, laddove la percentuale degli astenuti è del 36%. Ad aver vinto davvero le elezioni, superando questa volta di ben 10 punti percentuali l’indiscutibile vincitore della recente competizione politica, è dunque stato quello che qualcuno ha definito come il “partito degli astenuti”. Ovviamente è del tutto improprio connotare questa singolare aggregazione di elettori mancati come un’effettiva forza politica: a muovere la loro scelta di non partecipare al voto infatti sono ragioni che, ben lungi dall’essere omogenee, sono invece del tutto irriducibili ad un unico denominatore comune. E tuttavia la loro consistenza numerica col tempo è venuta crescendo in modo esponenziale fino a raggiungere un’entità che, solo fino a qualche anno fa, sarebbe stata inimmaginabile. Una certa risonanza questo dato l’ha comunque avuta, sia perché mai la percentuale degli astenuti è stata così alta, sia in quanto la crescita del loro numero è risultata davvero notevole: nonostante il massiccio invito in senso contrario giunto da istituzioni civili e religiose, da sindacati e organizzazioni di categoria, da realtà associative e terzo settore, da personaggi famosi e influencer, più di un terzo degli aventi diritto al voto ha deciso di non recarsi alle urne. La preventiva assimilazione da parte dei sondaggisti di questo segmento elettorale a quello degli indecisi, suggerita in una prospettiva che lasciava pensare che esso potesse assottigliarsi al momento del voto, si è rivelata perdente. E questo anche se le previsioni meteo del weekend elettorale, piuttosto negative, hanno sicuramente frenato la fuga dalle città per godersi al mare o in montagna gli ultimi scampoli d’estate. Espressione di un disagio? disinteresse per la politica? delusione per la lontananza della classe dirigente dai problemi del paese? protesta contro una legge elettorale ritenuta inadeguata? percezione dell’ininfluenza di un diverso esito elettorale sul proprio futuro? sfiducia in uno Stato pensato come insensibile alle istanze provenienti dal basso? Impossibile individuare una motivazione unitaria e/o prevalente di questa scelta. Che tuttavia non giustifica la sottovalutazione di questo non-voto liquidato come mera mancanza di civismo. Ed è forse questo l’errore della politica, vincente o perdente che sia, uscita dalla competizione elettorale. Salvo qualche immancabile dichiarazione di rito volta a rammaricarsi della scelta di non recarsi alle urne fatta da un numero così alto di cittadini, il capitolo astensionismo è stato immediatamente archiviato, sommerso dal vorticoso flusso di voti relativi alle diverse forze politiche, alle contrapposte coalizioni, ai singoli candidati e dal loro caleidoscopico intersecarsi in analisi, trasmissioni di approfondimento e talk show. Dai quali però questo dato è stato quasi completamente marginalizzato, come se si trattasse di una sorta di anomalia da rimuovere e cancellare dalla memoria condivisa il prima possibile. Magari consolandosi col fatto che esso è in linea con una tendenza generalizzata in Europa, migliore peraltro anche di quella recentemente registrata in Francia e Irlanda, oltre che di poco inferiore invece a quella di Spagna e Regno Unito. Rinunciando così, di contro, a capire le ragioni per cui un cospicuo pezzo di Paese si sta – e forse non solo provvisoriamente – allontanando sempre più dalla politica.  
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