editoriale

Da “ho visto un re” a “viva il re”

25 settembre 2022

Cuneo

Carlin Petrini - Carlo III “Esprimiamo tutta la nostra allegria, ritroviamo la gioia straordinaria di chiamarci compagne e compagni (…) e celebriamo il più grande tra di noi che aveva la capacità di dileggiare i potenti con uno sberleffo. Oggi allegri bisogna stare che il troppo piangere non fa per noi. Allegri bisogna stare perché il troppo piangere non rende onore ai nostri amici. Allegri bisogna stare perché celebriamo la vita, il grande mistero della vita e della morte, l’unico grande mistero buffo della nostra precaria esistenza”. È con queste parole che, nell’orazione funebre tenuta a Milano sul piazzale del Duomo il 15 ottobre 2016, Carlin Petrini salutava Dario Fo, non senza ricordare che il drammaturgo italiano “ha parlato agli umili e gli umili lo hanno capito” e che questa è la ragione effettiva del suo essere stato insignito, nel 1997, col Premio Nobel. A sembrarci divertente, sia pure a fronte del graduale attutirsi nel tempo del mordente degli “sberleffi” dello stesso Dario Fo, è l’interpretazione tutta “democristiana” che, pur rivolgendosi alle compagne e ai compagni, il Carlin braidese in quella occasione fornì della famosa canzone creata dal drammaturgo, poi divenuto Nobel, per il suo spettacolo teatrale “Ragiono e canto”. Laddove infatti la canzone di Fo afferma: “E sempre allegri bisogna stare / che il nostro piangere fa male al re / fa male al ricco e al cardinale / diventan tristi se noi piangiam”, Petrini preferisce rimarcare come ragione della necessità di stare allegri una celebrazione della vita contro la morte che lascia quasi del tutto sullo sfondo l’irrisione giullaresca del potente di turno. Questo “adattamento”, pur reso comprensibile dal contesto dell’orazione funebre, appare anche il frutto della graduale mutazione genetica avvenuta in Petrini, trasformatosi da responsabile della sezione giovanile della “San Vincenzo” di Bra (e dunque dell’organizzazione cattolica impegnata a sostenere gli “ultimi”) in frequentatore regolare di corti reali e papali, oltre che di residenze presidenziali di mezzo mondo. Costretto forse, proprio dai nobili intenti di queste stesse frequentazioni, a dimenticarsi del tutto dell’irrisione dei potenti. L’evoluzione di Petrini da incendiario a pompiere – per usare una battuta coniata da uno scrittore sabaudo di fine Ottocento – si radica del resto nel processo che, da sodale di un Dario Fo autodefinitosi come il giullare “che vi fa vedere come sono tronfi e gonfi i palloni che vanno in giro a far guerre dove noi siamo gli scannati”, lo ha portato ad essere il pur democratico sovrano illuminato prima di Slow Food e poi di Terra Madre. Due realtà che, al di là della sua recentissima abdicazione, ha saputo prima fondare e poi gestire con mano ferma, sfidando il mare aperto della globalizzazione e affrontando non di rado più o meno impetuose perturbazioni sia esterne sia interne. Come, del resto, si addice a un grande monarca in grado di impedire a qualsivoglia imperatore di “portargli via” un qualche castello (presidio, comunità, villaggio…) “dei trentadue che lui ce n’ha”. A che cosa paragonare del resto il “sistema” (pardon… movimento) fondato da Petrini, nelle sue multiformi e crescenti articolazioni, se non a un regno (o a un impero) tutt’altro che di modeste proporzioni? Potrebbe mai un re non sostenere un altro re, specie se ad essere democratici sono entrambi? È forse questa la ragione che ha spinto Petrini, su un quotidiano nazionale, a concludere il suo commento all’ascesa al trono del nuovo re d’Inghilterra con queste parole: «Ho fiducia nelle capacità di Carlo III e penso che ci riserverà interessanti sorprese». C’è solo da sperare che non siano tutte come quella riservata dal nuovo re ai dipendenti della sua residenza di Clarence House, avvertiti via lettera del loro probabile licenziamento ancor prima che Elisabetta II fosse sepolta. Un luminoso esempio del fatto che Carlo III, pur incapace di rimanere indifferente “alle voci disperate dei giovani che si sentono privati del loro futuro (parola di Carlin!)”, tollera poi tranquillamente quelle dei suoi dipendenti messi alla porta dopo anni di servizio. E Petrini, che starà preparandosi a presenziare all’incoronazione di Carlo III cui lo legano “18 anni di reciproca amicizia”, certo non avrà tempo di intercedere per quelle persone cui un re, senza esitazioni o tentennamenti, ha “portato via” il lavoro. Del resto non sarebbe nemmeno elegante, per chi come Petrini si muove convintamente nella galassia progressista, tentare di suggerire agli ex dipendenti di Clarence House che “sempre allegri bisogna stare / che il nostro piangere fa male al re”.
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