editoriale
Il tetto necessario al prezzo del gas e il senso del limite da ritrovare
11 settembre 2022
Cuneo
Cuneo - In questi tempi non semplici anche alcune categorie tradizionali del pensiero economico e politico vengono riscritte. Capita, infatti, che anche forze politiche che si definiscono liberali invochino interventi della autorità di governo, nazionali o comunitarie, affinché venga posto un tetto al prezzo del gas, oppure che vengano seriamente prese in considerazione misure di contenimento dei consumi prevedendo limiti massimi alla temperatura interna delle abitazioni.
Al di là di scontante considerazioni sulla rapidità con la quale anche i partiti che hanno sfiduciato il Governo ora corrono a chiederne l’intervento o il supporto in ambito europeo, stiamo vivendo un passaggio sul quale vale la pena riflettere.
Il pensiero liberale declinato in ambito politico ed economico dovrebbe, infatti, guardare con estremo sospetto a ogni ingerenza dell’autorità pubblica in economia, a maggior ragione se viene coinvolta una dimensione intima come la dimora dei cittadini.
Il pensiero liberale (e liberista) dovrebbe nutrire una fiducia così incondizionata nella libera concorrenza da concludere che il mercato dovrebbe essere il luogo fisico ed economico deputato a trovare nuovi equilibri secondo logiche e dinamiche allergiche a interventi regolatori esterni.
Se il gas diventa troppo caro, avrebbe detto un liberista “duro e puro”, allora il mercato premierà gli operatori economici che riusciranno a reperire fonti di approvvigionamento energetico più efficienti. Questi operatori otterranno un vantaggio competitivo che assicurerà loro lauti guadagni fino a quando altri non li seguiranno; i movimenti interni al mercato assicureranno, quindi, il raggiungimento di un nuovo equilibrio, con progressiva dismissione delle fonti energetiche più costose ed espulsione dal mercato stesso degli operatori che non riescono ad adeguarsi reagendo con prontezza alle evoluzioni in corso.
Evidentemente, il problema del “chi non ce la fa” non avrebbe turbato il sonno del “liberista ortodosso”, che mette in conto le vittime che la lotta per la sopravvivenza inevitabilmente comporta, in quel percorso di selezione che il nostro purista ritiene “naturale”.
La pandemia aveva già provveduto a ricondurre a più miti consigli leader politici che frettolosamente avevano indicato quale via d’uscita l’immunità di gregge (con annesso sacrificio dei più deboli), salvo poi tornare sui propri passi dopo essere finiti in terapia intensiva.
Se mai ce ne fosse bisogno, la difficile crisi economica ha ulteriormente dimostrato l’illusorietà della favoletta del mercato che trova da sé il proprio equilibrio. L’idea di abbandonare al proprio destino chi non ce la fa, oltre a essere inaccettabile sotto il profilo etico, è anche insostenibile dal punto di vista teorico e operativo.
Nella situazione in cui ci troviamo, infatti, a non farcela è il sistema nel suo complesso e non questo o quell’operatore. Non si tratta di una novità: già la crisi del 1929 aveva dimostrato che i fattori di squilibrio del mercato possono essere interni al mercato stesso e che le forze interne al mercato, talvolta, non sono in grado di trovare autonomamente nuovi assetti che riportino il sistema in equilibrio.
La vera novità della attuale congiuntura è, però, la constatazione della necessità del limite. Per decenni ci siamo illusi che un limite ai consumi e alla produzione non esistesse e che nulla fosse più desiderabile di una crescita economica e finanziaria senza soste e senza fine. Oggi, invece, il bagno di realtà al quale siamo costretti ci porta a rivedere questo modo di pensare e riscoprire una serie di verità tanto banali quanto dimenticate. Viene quasi da chiedersi come sia stato possibile ignorare ciò che invece è stato sotto gli occhi di tutti e cioè che i limiti esistono per tutti e per tutto, non solo per alcuni e per ciò che interessa.
Invocare un tetto al prezzo di una fonte energetica senza la consapevolezza che esiste anche un tetto al consumo delle risorse, oltre che contraddittorio in sé, è un modo di pensare e di agire che, presto o tardi, condurrà a un’altra crisi. Allo stesso modo, sarebbe necessario comprendere una volta per tutte che esiste anche un limite alle disuguaglianze e agire di conseguenza. Ogni sforzo per assicurare una vita dignitosa a chi non ha il necessario è un passo verso l’unico equilibrio economico davvero desiderabile nel senso più autentico del termine.