editoriale

Lo scenario politico inedito delle elezioni del 2022

03 settembre 2022

Cuneo

parlamento italiano Per le elezioni politiche del 2022 si delinea uno scenario politico inedito, in cui ad oggi l’unica incognita è se il centrodestra otterrà più dei due terzi dei seggi in Parlamento; soglia che gli consentirebbe, ai sensi dell’art. 138 della Costituzione, di modificare unilateralmente la Costituzione medesima, escludendo lo svolgimento di un successivo referendum. (Questo ammesso che i tre partiti del centrodestra restino uniti e coesi dopo la vittoria, cosa che non è per nulla scontata) A generare questa situazione è legge elettorale del 2017 (il cosiddetto “rosatellum”); e ciò è un po’ paradossale, dato che questa legge è stata emanata dopo che la Corte Costituzionale aveva cassato la legge del 2005 (il cosiddetto “porcellum”) che prevedeva l’assegnazione del 55% dei seggi alla coalizione di maggioranza relativa. Il centrodestra, accreditato oggi di circa il 46% dei voti, avrebbe quindi ottenuto il 55% dei seggi con il “porcellum” e con il mai applicato “italicum” di Renzi; mentre si trova ora a poter fare man bassa, raggranellando tra il 65% ed il 70% dei seggi. A causare questo guazzabuglio è stata la scelta dei suoi principali avversari, i quali anziché formare una coalizione unitaria (che – sommando PD, 5 stelle e centristi – poteva raccogliere circa il 40% dei voti) ne hanno costituite tre, nessuna delle quali ha i numeri per primeggiare in un numero significativo di collegi uninominali. Ciò significa, sondaggi alla mano, che tali collegi (che assegnano il 37,5% dei seggi) vedranno quasi tutti primeggiare il centrodestra, che poi sommerà a questi seggi quelli spettantigli su base proporzionale.  Ciò significa che se alla Camera il centrodestra otterrà il 47% dei voti (come nel 2008) e primeggerà in 140 collegi (su 147), si aggiudicherà il 66,7% dei seggi assegnati in Italia (poi bisognerà vedere a chi andranno gli 8 seggi attribuiti dagli Italiani residenti all’Estero). Ma se il numero dei “voti dispersi” fosse particolarmente alto (come avverrà se le liste di Italia Viva e Azione non raggiungeranno la soglia del 3% ciascuna e la loro coalizione non raggiungerà la soglia del 10% dei voti), il centrodestra potrebbe ottenere il 66,7% dei seggi anche con il 46% dei voti e vincendo in 134 collegi; o addirittura il 70% dei seggi con il 47,5% dei voti e vincendo in 142 collegi (i numeri sono ovviamente dimezzati per il Senato, mantenendo le stesse proporzioni). In queste ultime ipotesi, quindi, otterrebbe un “premio di maggioranza” di 20 o 22,5 punti percentuali; là dove la Corte Costituzionale nella sentenza 35/2017 ha invece affermato che un siffatto premio dovrebbe essere al massimo di 15 punti (55% dei seggi, invariabile, con almeno il 40% dei voti come previsto dall’«italicum»).  Va detto che al momento le proiezioni sulle competizioni nei singoli collegi prevedono una vittoria un po’ meno schiacciante del centrodestra, che è complessivamente accreditato del 65% dei seggi (che sono comunque un’enormità). E sempre che non accada un imprevisto come quello registratosi nel 2017, quando il Movimento 5 stelle vinse inaspettatamente in tutti i collegi del Sud Italia. Sul fatto che il centrodestra ottenga quantomeno la maggioranza assoluta dei seggi non ci sono praticamente dubbi, in quanto gli basterà ottenere il 41% dei voti e primeggiare in 94 collegi; cosa che, per mancanza di avversari competitivi, appare pressoché scontata.  Bisogna comunque fare i complimenti a Ettore Rosato, il quale nello scrivere la nuova legge, che in teoria doveva rispettare le indicazioni della Corte, ha dato vita ad un sistema che le disattende completamente (non solo sotto questo aspetto, ma anche per l’esclusione del “voto di preferenza”, che la stessa Corte nella sentenza 1/2014 aveva dichiarato essere un principio immanente al sistema costituzionale italiano; indicazione bypassata con un formalismo, cioè prevedendo liste “bloccate” composte da pochi nomi, che peraltro in alcune circoscrizioni non sono poi nemmeno così pochi). In realtà, nessuna simulazione aveva mai preso in considerazione l’ipotesi che la competizione elettorale fosse caratterizzata da una coalizione dotata di un così grande vantaggio di voti sulle altre. Tant’è che nel 2017 il “rosatellum” sembrò piuttosto un meccanismo che con difficoltà avrebbe delineato un chiaro vincitore della competizione elettorale; ed anche nella vigenza del “mattarellum” (usato nel 1994, 1996 e 2001) sostanzialmente nessun commentatore si pose mai il problema che una coalizione potesse aggiudicarsi oltre il 70% dei seggi, vincendo in tutti (o quasi) i collegi uninominali previsti da quella legge.  Questo insegna che le apparenti “furbate” normative possono avere esiti imprevedibili, mentre le leggi dovrebbero sempre essere ben ponderate. Dopodiché, gli sviluppi futuri sono sempre un’incognita; tanto per fare un esempio, nel 1993 in Francia il centrodestra con il 39% dei voti si aggiudicò l’83% dei seggi, ma dopo soli 4 anni perse le elezioni (anticipate) del 1997. Mentre è noto che in Italia il partito fascista ottenendo nel 1924 il 69,9% dei seggi (peraltro con il 64,9% dei voti) restò poi al governo per vent’anni.
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