Perché il paesaggio appaia uniforme e ordinato.
Vietato divergere. Vietato de-viare.
Il prefisso “de-” in italiano non è peggiorativo. Si limita a esprimere, nella formazione delle parole, la distanza dalla consuetudine, senza implicare un giudizio. La parola devianza, per esempio, di cui di recente si è parlato anche a sproposito significa alla lettera “percorrere una via diversa da quella abituale” e in senso figurato “allontanarsi da una linea di condotta”. Non va dunque considerata a priori come sinonimo di delinquenza e criminalità, né si adatta a stigmatizzare alcune manifestazioni di sofferenza mentale. La sua sfumatura positiva o negativa dipende dalla “via” che viene abbandonata, dalla norma che viene violata, dal contesto di riferimento. Le norme cambiano nello spazio-tempo e dunque è mutevole anche l’idea di devianza: cambia la tolleranza alla norma e quindi anche il giudizio sui comportamenti non conformi ad essa. Gli esseri umani non si comportano tutti allo stesso modo, dunque la devianza nella società non è l’eccezione eliminabile, ma la regola. Accanto alla devianza dai codici legali, c’è la devianza degli anticipatori della cultura e della morale di domani, dei precursori di nuovi comportamenti destinati col tempo ad essere integrati. Pensiamo agli obiettori di coscienza, ai santi, ai riformatori, ai radicali e agli artisti. Galileo, Caravaggio, Baudelaire, Rosa Parks e Gesù stesso scelsero di deviare, innescando importanti processi trasformativi. Ma sempre c’è chi pensa che sia meglio usare lo stesso impasto e le stesse forme, per sfornare esseri umani facilmente inquadrabili e prevedibili. È la storia che racconta Divergent, un film distopico, in cui in una società rigidamente strutturata solo i divergenti (non adatti a rientrare in nessuna fazione) resistono agli effetti di un siero utilizzato per controllare le menti. È la storia narrata dall’intramontabile 1984 orwelliano attraverso l’idea dell’ipercontrollante “psicopolizia”, specializzata nell’eliminazione della capacità di pensare in modo autonomo. È l’ossessione di tutti coloro che soffrono di compulsione alla dominanza.
Il divieto di divergere diventa mortificazione per l’anima, che per “essere” deve poter esprimere la sua potenziale unicità.
cultura
Perché il paesaggio appaia uniforme e ordinato.
Vietato divergere. Vietato de-viare.
Il prefisso “de-” in italiano non è peggiorativo. Si limita a esprimere, nella formazione delle parole, la distanza dalla consuetudine, senza implicare un giudizio. La parola devianza, per esempio, di cui di recente si è parlato anche a sproposito significa alla lettera “percorrere una via diversa da quella abituale” e in senso figurato “allontanarsi da una linea di condotta”. Non va dunque considerata a priori come sinonimo di delinquenza e criminalità, né si adatta a stigmatizzare alcune manifestazioni di sofferenza mentale. La sua sfumatura positiva o negativa dipende dalla “via” che viene abbandonata, dalla norma che viene violata, dal contesto di riferimento. Le norme cambiano nello spazio-tempo e dunque è mutevole anche l’idea di devianza: cambia la tolleranza alla norma e quindi anche il giudizio sui comportamenti non conformi ad essa. Gli esseri umani non si comportano tutti allo stesso modo, dunque la devianza nella società non è l’eccezione eliminabile, ma la regola. Accanto alla devianza dai codici legali, c’è la devianza degli anticipatori della cultura e della morale di domani, dei precursori di nuovi comportamenti destinati col tempo ad essere integrati. Pensiamo agli obiettori di coscienza, ai santi, ai riformatori, ai radicali e agli artisti. Galileo, Caravaggio, Baudelaire, Rosa Parks e Gesù stesso scelsero di deviare, innescando importanti processi trasformativi. Ma sempre c’è chi pensa che sia meglio usare lo stesso impasto e le stesse forme, per sfornare esseri umani facilmente inquadrabili e prevedibili. È la storia che racconta Divergent, un film distopico, in cui in una società rigidamente strutturata solo i divergenti (non adatti a rientrare in nessuna fazione) resistono agli effetti di un siero utilizzato per controllare le menti. È la storia narrata dall’intramontabile 1984 orwelliano attraverso l’idea dell’ipercontrollante “psicopolizia”, specializzata nell’eliminazione della capacità di pensare in modo autonomo. È l’ossessione di tutti coloro che soffrono di compulsione alla dominanza.
Il divieto di divergere diventa mortificazione per l’anima, che per “essere” deve poter esprimere la sua potenziale unicità.
Divergenti
01 settembre 2022
Cuneo
Perché il paesaggio appaia uniforme e ordinato.
Vietato divergere. Vietato de-viare.
Il prefisso “de-” in italiano non è peggiorativo. Si limita a esprimere, nella formazione delle parole, la distanza dalla consuetudine, senza implicare un giudizio. La parola devianza, per esempio, di cui di recente si è parlato anche a sproposito significa alla lettera “percorrere una via diversa da quella abituale” e in senso figurato “allontanarsi da una linea di condotta”. Non va dunque considerata a priori come sinonimo di delinquenza e criminalità, né si adatta a stigmatizzare alcune manifestazioni di sofferenza mentale. La sua sfumatura positiva o negativa dipende dalla “via” che viene abbandonata, dalla norma che viene violata, dal contesto di riferimento. Le norme cambiano nello spazio-tempo e dunque è mutevole anche l’idea di devianza: cambia la tolleranza alla norma e quindi anche il giudizio sui comportamenti non conformi ad essa. Gli esseri umani non si comportano tutti allo stesso modo, dunque la devianza nella società non è l’eccezione eliminabile, ma la regola. Accanto alla devianza dai codici legali, c’è la devianza degli anticipatori della cultura e della morale di domani, dei precursori di nuovi comportamenti destinati col tempo ad essere integrati. Pensiamo agli obiettori di coscienza, ai santi, ai riformatori, ai radicali e agli artisti. Galileo, Caravaggio, Baudelaire, Rosa Parks e Gesù stesso scelsero di deviare, innescando importanti processi trasformativi. Ma sempre c’è chi pensa che sia meglio usare lo stesso impasto e le stesse forme, per sfornare esseri umani facilmente inquadrabili e prevedibili. È la storia che racconta Divergent, un film distopico, in cui in una società rigidamente strutturata solo i divergenti (non adatti a rientrare in nessuna fazione) resistono agli effetti di un siero utilizzato per controllare le menti. È la storia narrata dall’intramontabile 1984 orwelliano attraverso l’idea dell’ipercontrollante “psicopolizia”, specializzata nell’eliminazione della capacità di pensare in modo autonomo. È l’ossessione di tutti coloro che soffrono di compulsione alla dominanza.
Il divieto di divergere diventa mortificazione per l’anima, che per “essere” deve poter esprimere la sua potenziale unicità.