L’Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia (UIF), istituita dalla Banca d’Italia, è l’autorità centrale nazionale con il compito di contrastare il riciclaggio del denaro proveniente da illeciti (il cosiddetto “denaro sporco”).
Come tutti gli anni, anche nel 2022 l’UIF ha pubblicato il rapporto annuale sulle attività svolte nel 2021, con accurate analisi rispetto alle attività illecite legate alla circolazione del denaro.
Il quadro che emerge dall’ultimo rapporto, come facilmente immaginabile, è fortemente condizionato dai macro-processi in atto e dunque dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina, con tutto quello che ne consegue anche in termini di flussi di denaro sotto forma di sovvenzioni o finanziamenti a vario titolo, anche nell’ambito dell’oramai notissimo PNRR.
Leggendo le 134 pagine del rapporto, ci si rende conto di quanto la criminalità organizzata sia abile nell’individuare rapidamente le possibili fonti di guadagno illecito o le occasioni di occultamento delle origini criminose dei cospicui capitali accumulati. Allo stesso modo, desta una certa impressione constatare la rapidità di azione di queste stesse organizzazioni.
È motivo di grande sollievo e speranza che queste attività siano state scoperte e perseguite, indice della grande attenzione e della professionalità della Magistratura, delle Forze dell’Ordine e delle autorità preposte a contrastare questo tipo di fenomeni.
Rimane, tuttavia, l’impressione di vivere in un mondo girato al contrario. Chi si occupa della cosa pubblica è, infatti, ben consapevole di quanto sia difficile poter accedere ai finanziamenti. Tutto ciò per non parlare della doverosa rendicontazione da predisporre e rendere disponibile in occasione degli (altrettanto doverosi) controlli effettuati per verificare la correttezza dell’impiego delle somme ricevute.
Paradossalmente, verrebbe quasi da dire che sia più semplice per una organizzazione criminale entrare illegittimamente in possesso di fondi e sussidi di quanto non lo sia per un Comune o un altro ente pubblico, che con quegli stessi sussidi realizzerebbe opere a vantaggio di tutta la collettività.
Non è infrequente, infatti, sentire che non sono state presentate domande per un determinato bando, oppure che somme anche ingenti non sono state utilizzate e che dunque rientrano nella disponibilità dell’ente erogatore.
Almeno in apparenza, le ragioni del diritto e quelle dell’economia paiono entrare in conflitto proprio nelle situazioni più delicate, come quella che stiamo vivendo. L’economia richiede infatti rapidità di decisione e di azione, mentre le ragioni del diritto e della legalità impongono che le erogazioni di fondi pubblici siano presidiate da adeguate tutele normative, amministrative e contabili.
Questa situazione vale in particolare per l’Italia rispetto ad altri Stati europei. Il nostro Paese, infatti, oramai da tempo conduce una lotta contro la criminalità organizzata che ha avuto profondi effetti sull’intero sistema legislativo. L’apparato di leggi e regolamenti che in Italia è stato elaborato per combattere le organizzazioni criminali non ha eguali nel resto d’Europa ed è anzi studiato e ripreso all’estero quando ci si trova ad affrontare emergenze legate al crimine che (ingenuamente) si riteneva potessero rimanere di pertinenza esclusiva del “Bel Paese”.
Proprio queste leggi sono quelle che maggiormente, in certe circostanze, rendono difficoltoso l’operato degli amministratori pubblici.
Se questo è il quadro, certamente la soluzione non può essere quella di fare passi indietro rispetto alle preziosissime tutele legislative dell’interesse pubblico. Le deregolamentazioni non hanno mai portato sviluppo ed equità duraturi.
Probabilmente, sarebbe necessaria una revisione di tutto quello che è nato come forma a presidio della sostanza e si è tradotto in formalismo con il passare del tempo.
Certi passaggi nelle varie procedure alle quali sono soggette le pubbliche amministrazioni, o alcuni vincoli di pura forma che espongono gli amministratori a responsabilità personali pesantissime, sanno oramai di “burocrazia” nel senso più deteriore del termine.
Si tratta dunque di decidere come rendere più efficienti i meccanismi di azione della parte sana del sistema economico; per farlo occorrono persone oneste, esperte e preparate. Improvvisare non sarebbe una buona idea.
editoriale
L’Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia (UIF), istituita dalla Banca d’Italia, è l’autorità centrale nazionale con il compito di contrastare il riciclaggio del denaro proveniente da illeciti (il cosiddetto “denaro sporco”).
Come tutti gli anni, anche nel 2022 l’UIF ha pubblicato il rapporto annuale sulle attività svolte nel 2021, con accurate analisi rispetto alle attività illecite legate alla circolazione del denaro.
Il quadro che emerge dall’ultimo rapporto, come facilmente immaginabile, è fortemente condizionato dai macro-processi in atto e dunque dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina, con tutto quello che ne consegue anche in termini di flussi di denaro sotto forma di sovvenzioni o finanziamenti a vario titolo, anche nell’ambito dell’oramai notissimo PNRR.
Leggendo le 134 pagine del rapporto, ci si rende conto di quanto la criminalità organizzata sia abile nell’individuare rapidamente le possibili fonti di guadagno illecito o le occasioni di occultamento delle origini criminose dei cospicui capitali accumulati. Allo stesso modo, desta una certa impressione constatare la rapidità di azione di queste stesse organizzazioni.
È motivo di grande sollievo e speranza che queste attività siano state scoperte e perseguite, indice della grande attenzione e della professionalità della Magistratura, delle Forze dell’Ordine e delle autorità preposte a contrastare questo tipo di fenomeni.
Rimane, tuttavia, l’impressione di vivere in un mondo girato al contrario. Chi si occupa della cosa pubblica è, infatti, ben consapevole di quanto sia difficile poter accedere ai finanziamenti. Tutto ciò per non parlare della doverosa rendicontazione da predisporre e rendere disponibile in occasione degli (altrettanto doverosi) controlli effettuati per verificare la correttezza dell’impiego delle somme ricevute.
Paradossalmente, verrebbe quasi da dire che sia più semplice per una organizzazione criminale entrare illegittimamente in possesso di fondi e sussidi di quanto non lo sia per un Comune o un altro ente pubblico, che con quegli stessi sussidi realizzerebbe opere a vantaggio di tutta la collettività.
Non è infrequente, infatti, sentire che non sono state presentate domande per un determinato bando, oppure che somme anche ingenti non sono state utilizzate e che dunque rientrano nella disponibilità dell’ente erogatore.
Almeno in apparenza, le ragioni del diritto e quelle dell’economia paiono entrare in conflitto proprio nelle situazioni più delicate, come quella che stiamo vivendo. L’economia richiede infatti rapidità di decisione e di azione, mentre le ragioni del diritto e della legalità impongono che le erogazioni di fondi pubblici siano presidiate da adeguate tutele normative, amministrative e contabili.
Questa situazione vale in particolare per l’Italia rispetto ad altri Stati europei. Il nostro Paese, infatti, oramai da tempo conduce una lotta contro la criminalità organizzata che ha avuto profondi effetti sull’intero sistema legislativo. L’apparato di leggi e regolamenti che in Italia è stato elaborato per combattere le organizzazioni criminali non ha eguali nel resto d’Europa ed è anzi studiato e ripreso all’estero quando ci si trova ad affrontare emergenze legate al crimine che (ingenuamente) si riteneva potessero rimanere di pertinenza esclusiva del “Bel Paese”.
Proprio queste leggi sono quelle che maggiormente, in certe circostanze, rendono difficoltoso l’operato degli amministratori pubblici.
Se questo è il quadro, certamente la soluzione non può essere quella di fare passi indietro rispetto alle preziosissime tutele legislative dell’interesse pubblico. Le deregolamentazioni non hanno mai portato sviluppo ed equità duraturi.
Probabilmente, sarebbe necessaria una revisione di tutto quello che è nato come forma a presidio della sostanza e si è tradotto in formalismo con il passare del tempo.
Certi passaggi nelle varie procedure alle quali sono soggette le pubbliche amministrazioni, o alcuni vincoli di pura forma che espongono gli amministratori a responsabilità personali pesantissime, sanno oramai di “burocrazia” nel senso più deteriore del termine.
Si tratta dunque di decidere come rendere più efficienti i meccanismi di azione della parte sana del sistema economico; per farlo occorrono persone oneste, esperte e preparate. Improvvisare non sarebbe una buona idea.
I fondi pubblici e l’apparente conflitto tra economia e diritto
07 agosto 2022
Cuneo
L’Unità di Informazione Finanziaria per l’Italia (UIF), istituita dalla Banca d’Italia, è l’autorità centrale nazionale con il compito di contrastare il riciclaggio del denaro proveniente da illeciti (il cosiddetto “denaro sporco”).
Come tutti gli anni, anche nel 2022 l’UIF ha pubblicato il rapporto annuale sulle attività svolte nel 2021, con accurate analisi rispetto alle attività illecite legate alla circolazione del denaro.
Il quadro che emerge dall’ultimo rapporto, come facilmente immaginabile, è fortemente condizionato dai macro-processi in atto e dunque dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina, con tutto quello che ne consegue anche in termini di flussi di denaro sotto forma di sovvenzioni o finanziamenti a vario titolo, anche nell’ambito dell’oramai notissimo PNRR.
Leggendo le 134 pagine del rapporto, ci si rende conto di quanto la criminalità organizzata sia abile nell’individuare rapidamente le possibili fonti di guadagno illecito o le occasioni di occultamento delle origini criminose dei cospicui capitali accumulati. Allo stesso modo, desta una certa impressione constatare la rapidità di azione di queste stesse organizzazioni.
È motivo di grande sollievo e speranza che queste attività siano state scoperte e perseguite, indice della grande attenzione e della professionalità della Magistratura, delle Forze dell’Ordine e delle autorità preposte a contrastare questo tipo di fenomeni.
Rimane, tuttavia, l’impressione di vivere in un mondo girato al contrario. Chi si occupa della cosa pubblica è, infatti, ben consapevole di quanto sia difficile poter accedere ai finanziamenti. Tutto ciò per non parlare della doverosa rendicontazione da predisporre e rendere disponibile in occasione degli (altrettanto doverosi) controlli effettuati per verificare la correttezza dell’impiego delle somme ricevute.
Paradossalmente, verrebbe quasi da dire che sia più semplice per una organizzazione criminale entrare illegittimamente in possesso di fondi e sussidi di quanto non lo sia per un Comune o un altro ente pubblico, che con quegli stessi sussidi realizzerebbe opere a vantaggio di tutta la collettività.
Non è infrequente, infatti, sentire che non sono state presentate domande per un determinato bando, oppure che somme anche ingenti non sono state utilizzate e che dunque rientrano nella disponibilità dell’ente erogatore.
Almeno in apparenza, le ragioni del diritto e quelle dell’economia paiono entrare in conflitto proprio nelle situazioni più delicate, come quella che stiamo vivendo. L’economia richiede infatti rapidità di decisione e di azione, mentre le ragioni del diritto e della legalità impongono che le erogazioni di fondi pubblici siano presidiate da adeguate tutele normative, amministrative e contabili.
Questa situazione vale in particolare per l’Italia rispetto ad altri Stati europei. Il nostro Paese, infatti, oramai da tempo conduce una lotta contro la criminalità organizzata che ha avuto profondi effetti sull’intero sistema legislativo. L’apparato di leggi e regolamenti che in Italia è stato elaborato per combattere le organizzazioni criminali non ha eguali nel resto d’Europa ed è anzi studiato e ripreso all’estero quando ci si trova ad affrontare emergenze legate al crimine che (ingenuamente) si riteneva potessero rimanere di pertinenza esclusiva del “Bel Paese”.
Proprio queste leggi sono quelle che maggiormente, in certe circostanze, rendono difficoltoso l’operato degli amministratori pubblici.
Se questo è il quadro, certamente la soluzione non può essere quella di fare passi indietro rispetto alle preziosissime tutele legislative dell’interesse pubblico. Le deregolamentazioni non hanno mai portato sviluppo ed equità duraturi.
Probabilmente, sarebbe necessaria una revisione di tutto quello che è nato come forma a presidio della sostanza e si è tradotto in formalismo con il passare del tempo.
Certi passaggi nelle varie procedure alle quali sono soggette le pubbliche amministrazioni, o alcuni vincoli di pura forma che espongono gli amministratori a responsabilità personali pesantissime, sanno oramai di “burocrazia” nel senso più deteriore del termine.
Si tratta dunque di decidere come rendere più efficienti i meccanismi di azione della parte sana del sistema economico; per farlo occorrono persone oneste, esperte e preparate. Improvvisare non sarebbe una buona idea.