Tra i molti meriti dei professori Stefano Zamagni e Luigino Bruni c’è anche quello di aver posto l’accento sull’importanza del ruolo dei Francescani nello sviluppo dell’economia di mercato medievale, ovviamente ben diversa da quella capitalistica di matrice anglosassone, che si è affermata dalla rivoluzione industriale fino a oggi.
Le acute osservazioni degli economisti Zamagni e Bruni, con quelle del filosofo Professor Paolo Santori, in “Lezioni del pensiero economico”, si inseriscono nel solco tracciato da non pochi studiosi che hanno visto nella riflessione teologica francescana spunti che possono essere preziosi ancora oggi. Non ci si riferisce solamente all’idea di felicità costruita attraverso la rinuncia alla proprietà, l’amore per la semplicità, la sobrietà e la condivisione.
Il pensiero francescano è stato, infatti, legato a quello di un mercato come luogo fisico ed economico di scambi equi e non predatori. In particolare, l’ambito cittadino e i mercati cittadini erano visti e indicati come contesti in cui le relazioni comunitarie potevano dare particolare frutto, proprio per la complessità dei rapporti e la pluralità degli attori coinvolti.
I Francescani diedero vita a istituzioni finanziarie come i Monti di Pietà, che necessariamente richiedevano l’afflusso di persone e denaro che solo le città potevano offrire e che, con la loro nascita, dal XV secolo in avanti, cambiarono profondamente il mercato dei capitali conosciuto fino a quell’epoca.
L’idea di fondo era semplice e partiva dalla constatazione che, a quei tempi e nei secoli precedenti, il mercato dei capitali era connotato da una grande ingiustizia. I grandi banchieri prestavano denaro solamente ai potenti e ai ricchi mentre i poveri, o semplicemente chi non era un potenziale cliente sufficientemente attrattivo, diventava preda degli usurai, con tutto quello che ne conseguiva.
Secondo logiche e dinamiche purtroppo ricorrenti ancora oggi, chi aveva molto si arricchiva sempre di più, mentre gli altri correvano continuamente il rischio di essere espulsi dai circuiti economici e monetari legali e di migliori prospettive.
Sotto la spinta dell’azione dei Francescani, i Monti di Pietà si diedero regole specifiche. Il prestito era a lungo termine e venivano chiesti interessi in misura non superiore alle spese sostenute del Monte; a ciò si aggiunga che i prestiti venivano erogati solo per effettive necessità e non (ad esempio) per sostenere iniziative speculative e, infine, che si prestava senza distinzione di appartenenza sociale rispetto a chi chiedeva credito.
Il desiderio di giustizia e di soccorrere chi rischiava di cadere nella rete degli usurai aveva indotto i predicatori francescani ad adoperarsi secondo principi e prassi che anche oggi meriterebbero di essere riscoperte, rivalutate e riproposte. Le istituzioni come quelle descritte, infatti, non rappresentavano enti di beneficienza, ma autentiche proposte per quello che, allora, era un mercato nascente. Oggi, queste stesse intuizioni potrebbero rappresentare il punto di partenza per un modo diverso di pensare il mercato e le relazioni economiche.
Evidentemente, ciò presupporrebbe il ripensamento di alcune categorie fondamentali dell’azione economica, come il tempo e la meritevolezza dell’iniziativa economica finanziata.
L’idea che le buone idee e le buone prassi abbiano bisogno di tempo era molto più semplice da sostenere nel Medioevo, quando l’attesa faceva parte della cultura e del modo stesso di pensare e di vivere dell’epoca. Oggi non è più così e la tirannia della velocità e delle risposte “in tempo reale” hanno imposto ritmi inumani alle nostre giornate. Una profonda riflessione sugli effetti di tutto questo desiderio di immediatezza potrebbe essere un buon punto di partenza per restituire dignità alle nostre attività. Stesso discorso vale per la meritevolezza delle iniziative economiche. Il dogma del guadagno a tutti i costi ha cancellato o annacquato le indispensabili valutazioni etiche e in termini di giustizia di quello che si finanzia, si produce e si vende. Gli effetti di questo modo di pensare sono sotto gli occhi di tutti. Quando, ad esempio, chiude una attività artigianale e apre una sala scommesse c’è qualcosa che non funziona. Certo, non si può semplificare, ma è possibile che, in situazioni come questa, ci sia stato un artigiano non supportato dal sistema finanziario e un erogatore di servizi legati all’azzardo che invece lo è stato.
I periodi di crisi possono diventare tempi di felici intuizioni, sarebbe un delitto dimenticarlo.
economia
Tra i molti meriti dei professori Stefano Zamagni e Luigino Bruni c’è anche quello di aver posto l’accento sull’importanza del ruolo dei Francescani nello sviluppo dell’economia di mercato medievale, ovviamente ben diversa da quella capitalistica di matrice anglosassone, che si è affermata dalla rivoluzione industriale fino a oggi.
Le acute osservazioni degli economisti Zamagni e Bruni, con quelle del filosofo Professor Paolo Santori, in “Lezioni del pensiero economico”, si inseriscono nel solco tracciato da non pochi studiosi che hanno visto nella riflessione teologica francescana spunti che possono essere preziosi ancora oggi. Non ci si riferisce solamente all’idea di felicità costruita attraverso la rinuncia alla proprietà, l’amore per la semplicità, la sobrietà e la condivisione.
Il pensiero francescano è stato, infatti, legato a quello di un mercato come luogo fisico ed economico di scambi equi e non predatori. In particolare, l’ambito cittadino e i mercati cittadini erano visti e indicati come contesti in cui le relazioni comunitarie potevano dare particolare frutto, proprio per la complessità dei rapporti e la pluralità degli attori coinvolti.
I Francescani diedero vita a istituzioni finanziarie come i Monti di Pietà, che necessariamente richiedevano l’afflusso di persone e denaro che solo le città potevano offrire e che, con la loro nascita, dal XV secolo in avanti, cambiarono profondamente il mercato dei capitali conosciuto fino a quell’epoca.
L’idea di fondo era semplice e partiva dalla constatazione che, a quei tempi e nei secoli precedenti, il mercato dei capitali era connotato da una grande ingiustizia. I grandi banchieri prestavano denaro solamente ai potenti e ai ricchi mentre i poveri, o semplicemente chi non era un potenziale cliente sufficientemente attrattivo, diventava preda degli usurai, con tutto quello che ne conseguiva.
Secondo logiche e dinamiche purtroppo ricorrenti ancora oggi, chi aveva molto si arricchiva sempre di più, mentre gli altri correvano continuamente il rischio di essere espulsi dai circuiti economici e monetari legali e di migliori prospettive.
Sotto la spinta dell’azione dei Francescani, i Monti di Pietà si diedero regole specifiche. Il prestito era a lungo termine e venivano chiesti interessi in misura non superiore alle spese sostenute del Monte; a ciò si aggiunga che i prestiti venivano erogati solo per effettive necessità e non (ad esempio) per sostenere iniziative speculative e, infine, che si prestava senza distinzione di appartenenza sociale rispetto a chi chiedeva credito.
Il desiderio di giustizia e di soccorrere chi rischiava di cadere nella rete degli usurai aveva indotto i predicatori francescani ad adoperarsi secondo principi e prassi che anche oggi meriterebbero di essere riscoperte, rivalutate e riproposte. Le istituzioni come quelle descritte, infatti, non rappresentavano enti di beneficienza, ma autentiche proposte per quello che, allora, era un mercato nascente. Oggi, queste stesse intuizioni potrebbero rappresentare il punto di partenza per un modo diverso di pensare il mercato e le relazioni economiche.
Evidentemente, ciò presupporrebbe il ripensamento di alcune categorie fondamentali dell’azione economica, come il tempo e la meritevolezza dell’iniziativa economica finanziata.
L’idea che le buone idee e le buone prassi abbiano bisogno di tempo era molto più semplice da sostenere nel Medioevo, quando l’attesa faceva parte della cultura e del modo stesso di pensare e di vivere dell’epoca. Oggi non è più così e la tirannia della velocità e delle risposte “in tempo reale” hanno imposto ritmi inumani alle nostre giornate. Una profonda riflessione sugli effetti di tutto questo desiderio di immediatezza potrebbe essere un buon punto di partenza per restituire dignità alle nostre attività. Stesso discorso vale per la meritevolezza delle iniziative economiche. Il dogma del guadagno a tutti i costi ha cancellato o annacquato le indispensabili valutazioni etiche e in termini di giustizia di quello che si finanzia, si produce e si vende. Gli effetti di questo modo di pensare sono sotto gli occhi di tutti. Quando, ad esempio, chiude una attività artigianale e apre una sala scommesse c’è qualcosa che non funziona. Certo, non si può semplificare, ma è possibile che, in situazioni come questa, ci sia stato un artigiano non supportato dal sistema finanziario e un erogatore di servizi legati all’azzardo che invece lo è stato.
I periodi di crisi possono diventare tempi di felici intuizioni, sarebbe un delitto dimenticarlo.
I Francescani e lo sviluppo dell’economia di mercato
31 luglio 2022
Cuneo
Tra i molti meriti dei professori Stefano Zamagni e Luigino Bruni c’è anche quello di aver posto l’accento sull’importanza del ruolo dei Francescani nello sviluppo dell’economia di mercato medievale, ovviamente ben diversa da quella capitalistica di matrice anglosassone, che si è affermata dalla rivoluzione industriale fino a oggi.
Le acute osservazioni degli economisti Zamagni e Bruni, con quelle del filosofo Professor Paolo Santori, in “Lezioni del pensiero economico”, si inseriscono nel solco tracciato da non pochi studiosi che hanno visto nella riflessione teologica francescana spunti che possono essere preziosi ancora oggi. Non ci si riferisce solamente all’idea di felicità costruita attraverso la rinuncia alla proprietà, l’amore per la semplicità, la sobrietà e la condivisione.
Il pensiero francescano è stato, infatti, legato a quello di un mercato come luogo fisico ed economico di scambi equi e non predatori. In particolare, l’ambito cittadino e i mercati cittadini erano visti e indicati come contesti in cui le relazioni comunitarie potevano dare particolare frutto, proprio per la complessità dei rapporti e la pluralità degli attori coinvolti.
I Francescani diedero vita a istituzioni finanziarie come i Monti di Pietà, che necessariamente richiedevano l’afflusso di persone e denaro che solo le città potevano offrire e che, con la loro nascita, dal XV secolo in avanti, cambiarono profondamente il mercato dei capitali conosciuto fino a quell’epoca.
L’idea di fondo era semplice e partiva dalla constatazione che, a quei tempi e nei secoli precedenti, il mercato dei capitali era connotato da una grande ingiustizia. I grandi banchieri prestavano denaro solamente ai potenti e ai ricchi mentre i poveri, o semplicemente chi non era un potenziale cliente sufficientemente attrattivo, diventava preda degli usurai, con tutto quello che ne conseguiva.
Secondo logiche e dinamiche purtroppo ricorrenti ancora oggi, chi aveva molto si arricchiva sempre di più, mentre gli altri correvano continuamente il rischio di essere espulsi dai circuiti economici e monetari legali e di migliori prospettive.
Sotto la spinta dell’azione dei Francescani, i Monti di Pietà si diedero regole specifiche. Il prestito era a lungo termine e venivano chiesti interessi in misura non superiore alle spese sostenute del Monte; a ciò si aggiunga che i prestiti venivano erogati solo per effettive necessità e non (ad esempio) per sostenere iniziative speculative e, infine, che si prestava senza distinzione di appartenenza sociale rispetto a chi chiedeva credito.
Il desiderio di giustizia e di soccorrere chi rischiava di cadere nella rete degli usurai aveva indotto i predicatori francescani ad adoperarsi secondo principi e prassi che anche oggi meriterebbero di essere riscoperte, rivalutate e riproposte. Le istituzioni come quelle descritte, infatti, non rappresentavano enti di beneficienza, ma autentiche proposte per quello che, allora, era un mercato nascente. Oggi, queste stesse intuizioni potrebbero rappresentare il punto di partenza per un modo diverso di pensare il mercato e le relazioni economiche.
Evidentemente, ciò presupporrebbe il ripensamento di alcune categorie fondamentali dell’azione economica, come il tempo e la meritevolezza dell’iniziativa economica finanziata.
L’idea che le buone idee e le buone prassi abbiano bisogno di tempo era molto più semplice da sostenere nel Medioevo, quando l’attesa faceva parte della cultura e del modo stesso di pensare e di vivere dell’epoca. Oggi non è più così e la tirannia della velocità e delle risposte “in tempo reale” hanno imposto ritmi inumani alle nostre giornate. Una profonda riflessione sugli effetti di tutto questo desiderio di immediatezza potrebbe essere un buon punto di partenza per restituire dignità alle nostre attività. Stesso discorso vale per la meritevolezza delle iniziative economiche. Il dogma del guadagno a tutti i costi ha cancellato o annacquato le indispensabili valutazioni etiche e in termini di giustizia di quello che si finanzia, si produce e si vende. Gli effetti di questo modo di pensare sono sotto gli occhi di tutti. Quando, ad esempio, chiude una attività artigianale e apre una sala scommesse c’è qualcosa che non funziona. Certo, non si può semplificare, ma è possibile che, in situazioni come questa, ci sia stato un artigiano non supportato dal sistema finanziario e un erogatore di servizi legati all’azzardo che invece lo è stato.
I periodi di crisi possono diventare tempi di felici intuizioni, sarebbe un delitto dimenticarlo.