La teoria economica definisce le esternalità come quegli effetti, positivi o negativi, che l’attività di un certo soggetto economico produce nei confronti di altri operatori economici.
Tradizionalmente, si distingue tra esternalità positive (anche dette “economie esterne”) ed esternalità negative (chiamate anche “diseconomie esterne”) poiché è possibile che le decisioni e le attività di alcuni comportino effetti positivi o negativi su altri.
Così, ad esempio, per un apicoltore rappresenta una economia esterna la presenza di alberi da frutto in prossimità del campo dove viene esercitata l’apicoltura. Allo stesso modo, per chi svolge una attività commerciale o imprenditoriale, rappresentano esternalità positive le infrastrutture al servizio di trasporti.
Al contrario, per un ristoratore costituiscono una esternalità negativa i fumi o i rumori emessi da una attività produttiva nelle vicinanze o, per una attività commerciale, la soppressione di una tratta nel servizio di trasporto pubblico nella zona dove si trova il punto vendita.
Dunque, si può dire che le esternalità derivano da situazioni o attività che generano effetti negativi o positivi (apparentemente) solo per alcuni.
A ben vedere, tuttavia, pare esserci spazio per approfondire questo tipo di teorie leggendone cause ed effetti in un contesto di più ampio respiro.
L’idea stessa di “esternalità”, infatti, lascia intendere che questi effetti siano visti puramente e semplicemente come esterni, così non cogliendone l’idoneità a produrre ulteriori ripercussioni anche nei confronti di chi ha generato l’economia o la diseconomia esterna.
È evidente, invece, che una buona rete di servizi di trasporto pubblico attirerà residenti e attività produttive, con conseguente aumento del gettito fiscale a vantaggio dell’operatore pubblico anche locale al quale è da attribuire il merito di aver realizzato quella rete di trasporti.
Allo stesso modo ma in senso inverso, la protratta presenza di rumori o odori molesti in un determinato luogo provocheranno un inevitabile allontanamento, nel tempo, di chi ha le risorse per potersi trasferire. Tutto ciò, con evidenti ripercussioni sul tessuto sociale ed economico fino al possibile degrado della zona, con annessi problemi, anche in termini di sicurezza, che riguarderanno anche chi ha dato avvio al processo con modalità produttive non rispettose degli altri.
Quando si parla di esternalità, quindi, si dovrebbe prestare molta attenzione a non indurre l’idea di un tessuto economico e sociale costituito da tante piccole isole non comunicanti tra loro oppure legate da relazioni monodirezionali.
Quando gli antichi Greci (in particolare Aristotele) approfondirono questa disciplina che si occupa di beni, di bisogni e delle attività umane di tipo produttivo, decisero di chiamarla “economia”. Si tratta da una parola composta da “oicos”, che significa “casa” e “nomia”, che (in casi come questo), assume il significato di “governo” o “amministrazione”.
L’idea, insospettabilmente feconda, era dunque di individuare come oggetto di questo nuovo ambito di riflessione e di azione l’amministrazione o il governo della casa e delle attività produttive in essa esercitate, ovviamente secondo i modelli sociali dell’epoca.
In tempi decisamente più recenti, e cioè dalla prima rivoluzione industriale in avanti, questa idea antica e nobile è stata travolta dall’illusione di elevare le ragioni della produzione industriale a esclusivo punto di riferimento e unico ambito di indagine della riflessione economica. I secoli che sono venuti in seguito sono stati quelli del delirio di onnipotenza capitalistico.
Oggi, quando i limiti delle ragioni della sola produzione si sono manifestati nella loro evidenza, si avverte l’esigenza di ritornare alle origini e di recuperare il significato più profondo della dimensione domestica delle relazioni economiche ed umane.
Dopo oltre duemila anni da quando Aristotele e Platone hanno esplorato ambiti di pensiero che hanno definito “economico”, stiamo riscoprendo le implicazioni che derivano dal prendere atto che viviamo tutti in una unica casa comune.
Se, però, la casa è una sola, allora si potrebbe dire che le esternalità non esistono, per lo meno per come sono state pensate fino a oggi.
Non c’è nulla di esterno perché tutto ci riguarda e ogni nostra azione, in questo mondo interconnesso, presto o tardi avrà dirette conseguenze anche su di noi. Sarà bene tenerlo a mente.
editoriale
La teoria economica definisce le esternalità come quegli effetti, positivi o negativi, che l’attività di un certo soggetto economico produce nei confronti di altri operatori economici.
Tradizionalmente, si distingue tra esternalità positive (anche dette “economie esterne”) ed esternalità negative (chiamate anche “diseconomie esterne”) poiché è possibile che le decisioni e le attività di alcuni comportino effetti positivi o negativi su altri.
Così, ad esempio, per un apicoltore rappresenta una economia esterna la presenza di alberi da frutto in prossimità del campo dove viene esercitata l’apicoltura. Allo stesso modo, per chi svolge una attività commerciale o imprenditoriale, rappresentano esternalità positive le infrastrutture al servizio di trasporti.
Al contrario, per un ristoratore costituiscono una esternalità negativa i fumi o i rumori emessi da una attività produttiva nelle vicinanze o, per una attività commerciale, la soppressione di una tratta nel servizio di trasporto pubblico nella zona dove si trova il punto vendita.
Dunque, si può dire che le esternalità derivano da situazioni o attività che generano effetti negativi o positivi (apparentemente) solo per alcuni.
A ben vedere, tuttavia, pare esserci spazio per approfondire questo tipo di teorie leggendone cause ed effetti in un contesto di più ampio respiro.
L’idea stessa di “esternalità”, infatti, lascia intendere che questi effetti siano visti puramente e semplicemente come esterni, così non cogliendone l’idoneità a produrre ulteriori ripercussioni anche nei confronti di chi ha generato l’economia o la diseconomia esterna.
È evidente, invece, che una buona rete di servizi di trasporto pubblico attirerà residenti e attività produttive, con conseguente aumento del gettito fiscale a vantaggio dell’operatore pubblico anche locale al quale è da attribuire il merito di aver realizzato quella rete di trasporti.
Allo stesso modo ma in senso inverso, la protratta presenza di rumori o odori molesti in un determinato luogo provocheranno un inevitabile allontanamento, nel tempo, di chi ha le risorse per potersi trasferire. Tutto ciò, con evidenti ripercussioni sul tessuto sociale ed economico fino al possibile degrado della zona, con annessi problemi, anche in termini di sicurezza, che riguarderanno anche chi ha dato avvio al processo con modalità produttive non rispettose degli altri.
Quando si parla di esternalità, quindi, si dovrebbe prestare molta attenzione a non indurre l’idea di un tessuto economico e sociale costituito da tante piccole isole non comunicanti tra loro oppure legate da relazioni monodirezionali.
Quando gli antichi Greci (in particolare Aristotele) approfondirono questa disciplina che si occupa di beni, di bisogni e delle attività umane di tipo produttivo, decisero di chiamarla “economia”. Si tratta da una parola composta da “oicos”, che significa “casa” e “nomia”, che (in casi come questo), assume il significato di “governo” o “amministrazione”.
L’idea, insospettabilmente feconda, era dunque di individuare come oggetto di questo nuovo ambito di riflessione e di azione l’amministrazione o il governo della casa e delle attività produttive in essa esercitate, ovviamente secondo i modelli sociali dell’epoca.
In tempi decisamente più recenti, e cioè dalla prima rivoluzione industriale in avanti, questa idea antica e nobile è stata travolta dall’illusione di elevare le ragioni della produzione industriale a esclusivo punto di riferimento e unico ambito di indagine della riflessione economica. I secoli che sono venuti in seguito sono stati quelli del delirio di onnipotenza capitalistico.
Oggi, quando i limiti delle ragioni della sola produzione si sono manifestati nella loro evidenza, si avverte l’esigenza di ritornare alle origini e di recuperare il significato più profondo della dimensione domestica delle relazioni economiche ed umane.
Dopo oltre duemila anni da quando Aristotele e Platone hanno esplorato ambiti di pensiero che hanno definito “economico”, stiamo riscoprendo le implicazioni che derivano dal prendere atto che viviamo tutti in una unica casa comune.
Se, però, la casa è una sola, allora si potrebbe dire che le esternalità non esistono, per lo meno per come sono state pensate fino a oggi.
Non c’è nulla di esterno perché tutto ci riguarda e ogni nostra azione, in questo mondo interconnesso, presto o tardi avrà dirette conseguenze anche su di noi. Sarà bene tenerlo a mente.
Le esternalità e l’attualità dell’intuizione di Aristotele
17 luglio 2022
Cuneo
La teoria economica definisce le esternalità come quegli effetti, positivi o negativi, che l’attività di un certo soggetto economico produce nei confronti di altri operatori economici.
Tradizionalmente, si distingue tra esternalità positive (anche dette “economie esterne”) ed esternalità negative (chiamate anche “diseconomie esterne”) poiché è possibile che le decisioni e le attività di alcuni comportino effetti positivi o negativi su altri.
Così, ad esempio, per un apicoltore rappresenta una economia esterna la presenza di alberi da frutto in prossimità del campo dove viene esercitata l’apicoltura. Allo stesso modo, per chi svolge una attività commerciale o imprenditoriale, rappresentano esternalità positive le infrastrutture al servizio di trasporti.
Al contrario, per un ristoratore costituiscono una esternalità negativa i fumi o i rumori emessi da una attività produttiva nelle vicinanze o, per una attività commerciale, la soppressione di una tratta nel servizio di trasporto pubblico nella zona dove si trova il punto vendita.
Dunque, si può dire che le esternalità derivano da situazioni o attività che generano effetti negativi o positivi (apparentemente) solo per alcuni.
A ben vedere, tuttavia, pare esserci spazio per approfondire questo tipo di teorie leggendone cause ed effetti in un contesto di più ampio respiro.
L’idea stessa di “esternalità”, infatti, lascia intendere che questi effetti siano visti puramente e semplicemente come esterni, così non cogliendone l’idoneità a produrre ulteriori ripercussioni anche nei confronti di chi ha generato l’economia o la diseconomia esterna.
È evidente, invece, che una buona rete di servizi di trasporto pubblico attirerà residenti e attività produttive, con conseguente aumento del gettito fiscale a vantaggio dell’operatore pubblico anche locale al quale è da attribuire il merito di aver realizzato quella rete di trasporti.
Allo stesso modo ma in senso inverso, la protratta presenza di rumori o odori molesti in un determinato luogo provocheranno un inevitabile allontanamento, nel tempo, di chi ha le risorse per potersi trasferire. Tutto ciò, con evidenti ripercussioni sul tessuto sociale ed economico fino al possibile degrado della zona, con annessi problemi, anche in termini di sicurezza, che riguarderanno anche chi ha dato avvio al processo con modalità produttive non rispettose degli altri.
Quando si parla di esternalità, quindi, si dovrebbe prestare molta attenzione a non indurre l’idea di un tessuto economico e sociale costituito da tante piccole isole non comunicanti tra loro oppure legate da relazioni monodirezionali.
Quando gli antichi Greci (in particolare Aristotele) approfondirono questa disciplina che si occupa di beni, di bisogni e delle attività umane di tipo produttivo, decisero di chiamarla “economia”. Si tratta da una parola composta da “oicos”, che significa “casa” e “nomia”, che (in casi come questo), assume il significato di “governo” o “amministrazione”.
L’idea, insospettabilmente feconda, era dunque di individuare come oggetto di questo nuovo ambito di riflessione e di azione l’amministrazione o il governo della casa e delle attività produttive in essa esercitate, ovviamente secondo i modelli sociali dell’epoca.
In tempi decisamente più recenti, e cioè dalla prima rivoluzione industriale in avanti, questa idea antica e nobile è stata travolta dall’illusione di elevare le ragioni della produzione industriale a esclusivo punto di riferimento e unico ambito di indagine della riflessione economica. I secoli che sono venuti in seguito sono stati quelli del delirio di onnipotenza capitalistico.
Oggi, quando i limiti delle ragioni della sola produzione si sono manifestati nella loro evidenza, si avverte l’esigenza di ritornare alle origini e di recuperare il significato più profondo della dimensione domestica delle relazioni economiche ed umane.
Dopo oltre duemila anni da quando Aristotele e Platone hanno esplorato ambiti di pensiero che hanno definito “economico”, stiamo riscoprendo le implicazioni che derivano dal prendere atto che viviamo tutti in una unica casa comune.
Se, però, la casa è una sola, allora si potrebbe dire che le esternalità non esistono, per lo meno per come sono state pensate fino a oggi.
Non c’è nulla di esterno perché tutto ci riguarda e ogni nostra azione, in questo mondo interconnesso, presto o tardi avrà dirette conseguenze anche su di noi. Sarà bene tenerlo a mente.