editoriale

Salvaguardia della natura e tutela delle vie di montagna

24 giugno 2022

Cuneo

ginepro fenicio Che il “green” sia oggi diventato un elemento centrale del dibattito sociale è qualcosa che è davanti agli occhi di tutti. E che un qualche cambiamento a livello climatico sia in corso è attestato da elementi la cui evidenza non è in discussione: dalla siccità che sta mettendo in ginocchio l’agricoltura allo scioglimento graduale dei ghiacciai, e non esclusivamente delle Marittime ma anche di massicci montuosi come quelli del monte Bianco e del monte Rosa; dal numero crescente di fenomeni metereologici come bombe d’aria e tempeste al moltiplicarsi di alluvioni improvvise e devastanti; dalla crescita ormai inesorabile delle temperature al riscaldamento e innalzamento degli oceani. Un quadro complessivo che, sul piano della percezione sociale, tende a far considerare - e a provarlo è l’accento ormai diffusissimo della pubblicità su questo punto - come positivo tutto ciò che è “naturale” e come negativo tutto ciò che in qualche modo sembra non essere in linea con questa specifica situazione. Senza entrare nel merito di questa accresciuta sensibilità sociale rispetto al “green”, ciò che qui richiede di essere segnalato è come essa possa facilmente trasformarsi in un pregiudizio ideologico che va ben oltre una salvaguardia della natura perseguita in modo equilibrato e consapevole della complessità dei problemi. A determinarsi sono così prospettive volte a guardare alla natura come a una sorta di feticcio, la cui tutela diventa un imperativo categorico cui obbedire al di là dell’analisi concreta delle situazioni. Queste prospettive, soprattutto agli inizi del fenomeno ambientalista, hanno potuto contare su un numero cospicuo e convinto di sostenitori la cui azione negli anni scorsi ha fatto da freno, ad esempio, alla “pulizia dei fiumi” che per secoli aveva consentito perlomeno di attutire la portata delle inondazioni. E che si è espressa anche in un concetto di salvaguardia della natura che ha visto in sentieri e mulattiere quasi degli elementi di disturbo dell’ambiente. Un esempio piuttosto chiaro in questo senso viene da un lungo dibattito che, oltre trent’anni, era stato sollevato proprio sulle pagine de La Guida al riguardo di un sentiero specifico: quello che sale da Valdieri, passando per il Teit la Crava, alla cima del Saben. Al fine di salvaguardare il ginepro fenicio che cresceva in quest’area, l’allora Consiglio direttivo del Parco dell’Argentera decise che ad essa “fosse fatto divieto di accedere se non per motivi di carattere didattico, tecnico e scientifico” e con specifica autorizzazione del Consiglio stesso. Il che significava non solo rendere impercorribile il sentiero, ma anche destinarlo – soprattutto nella parte alta – ad un futuro di definitivo abbandono e dissoluzione. Il clamore sollevato da quel dibattito fece sì che il divieto venisse ritirato, col risultato che ora quel sentiero non solo continua ad essere percorribile, ma anche è stato palinato e reso più sicuro per coloro che lo seguono. E senza che il ginepro fenicio si sia estinto o abbia subito danni particolari. Se il sentiero del Saben è stato salvato, non sono mancati sentieri e mulattiere che invece si sono di fatto estinti. Nel senso che, a causa di una intenzionalmente mancata incentivazione alla loro frequentazione, sia per il susseguirsi di smottamenti sia per la crescita incontrollata della vegetazione essi sono di fatto divenuti prima impercorribili e poi abbandonati a sé stessi. E anche laddove la buona volontà di qualche singolo o associazione ha cercato di farne riaffiorare le tracce rendendoli nuovamente praticabili non sono mancate polemiche. Soprattutto da parte di chi – ovviamente sollevando dubbi e perplessità circa i modi di volta in volta usati per restituire un sentiero o una mulattiera perduti alla loro identità originaria - in ultimo vedeva di buon occhio il fatto che la natura tornasse a riappropriarsi di spazi che in passato erano stati antropizzati, rendendoli così nuovamente   “naturali”.        (6. continua)
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