A sancirne definitivamente la fine è stato il concerto di Vasco Rossi a Trento.
È sotto le note delle sue canzoni infatti che quel “evitate gli assembramenti”, tanto ossessivamente ripetuto negli oltre due anni di lockdown da essersi trasformato in una sorta di undicesimo comandamento, sembra essere stato definitivamente e finalmente sepolto.
L’abbraccio musicale col quale la rockstar di Zocca ha stretto a sé i centoventimila fans accorsi ad ascoltarlo si è infatti riverberato in un’enorme festa che ha visto cancellare ogni distanza e ogni prudenza, lasciando che la vita tornasse a pulsare in quella che prima del materializzarsi della pandemia era la normalità.
La pandemia del resto è finita: inaspettatamente, repentinamente, improvvisamente.
Perlomeno dal punto di vista mediatico, visto che - nella logica del chiodo scaccia chiodo - a soppiantarla in tutto e per tutto è stato un altro evento drammatico che, al pari del precedente, nessuno si aspettava: la guerra.
Proprio quest’ultima è così divenuta il tema dominante, oltre che del quotidiano “discorrere” al bar e degli editoriali pubblicati su quotidiani e periodici, soprattutto dei dibattiti televisivi dedicati all’attualità.
Così, dopo aver parlato per mesi di mascherine, di vaccini e di green pass, di colpo si è passati a parlare di bombe a grappolo, di missili S-400, di strategie militari.
Ed è in questo cambio di scenario che la tragedia del Covid, nel giro di pochi giorni, si è dissolta come neve al sole, precipitando in un silenzio quasi stupefacente.
Oscurando del tutto anche la flebile voce del ministro Speranza, rimasto di fatto l’unico a continuare a raccomandare prudenza e a segnalare quanto fosse importante non abbassare ancora la guardia.
La radicalità di questo cambio di scenario è stata del resto percepita anche dalla pubblica opinione: perché - si sono chiesti in molti - un problema dichiarato così a lungo tanto grave, di colpo, è passato in cavalleria?
Col dissolversi perlomeno mediatico della pandemia a venire cancellata è stata anche la figura dei suoi “sacerdoti”: quella dei virologi che, con interventi pubblici talora anche in forte disaccordo, del Covid-19 hanno tuttavia diligentemente delineato la fisionomia, seguito passo passo l’evolversi, scandagliato con cura ogni aspetto.
I loro nomi, in precedenza esclusivamente conosciuti in ambito scientifico, sono improvvisamente divenuti noti anche al grande pubblico come quelli dei “virologi”: Roberto Burioni e Massimo Galli, Matteo Bassetti e Andrea Crisanti, Fabrizio Pregliasco e Giorgio Palù, Ilaria Capua e Antonella Viola, per limitarsi ai più presenzialisti, si sono improvvisamente trasformati in figure oracolari pronte a redigere editoriali, rilasciare interviste, partecipare a dibattiti televisivi, scrivere libri.
Una volta in giacca e cravatta e con eleganti tailleur, un’altra col camice da medici e stetoscopio al collo, la loro immagine ha finito così col diventare tanto familiare da indurre molti a considerarli degli autentici fari nell’oscuro e tempestoso mare della pandemia.
Non senza che tuttavia questa loro ossessiva presenza mediatica contribuisse - come effetto collaterale - per un verso ad alimentare la paura insorta nel tessuto sociale di fronte ad una malattia di cui così poco si sapeva e per l’altro a fomentare reazioni di rifiuto nei confronti della stessa cautela di comportamenti da loro suggerita.
A prescindere tuttavia dal giudizio che ognuno potrà dare sul ruolo effettivamente giocato da queste figure, a colpire è stata proprio la rapidità, analoga a quella che ha portato i virologi a divenire delle vere e proprie star, del loro uscire di scena.
E in una forma, forse per il legame inscindibile che essi avevano con la pandemia, inevitabilmente letta - non senza un certo stupore - come il segnale che l’emergenza fosse finita e che il futuro avrebbe riacquisito quell’agognata normalità che tutti ormai attendevamo.
A determinare l’uscita di scena dei virologi non è pero stata una situazione di normalità, ma una nuova emergenza: la guerra tra Russia e Ucraina.
Certo una guerra, i cui effetti bellici fortunatamente non ci coinvolgono direttamente, ma i cui effetti socio-politici stanno già facendosi pesantemente sentire: i rincari di gas e benzina, ma anche quelli dei generi alimentari e manifatturieri, non sono che i primi segnali di un addensarsi di nubi destinato a rendere la fine di quest’anno e il prossimo non proprio sereni.
Su questa situazione di incertezza pesa però ora una nuova minaccia: il “vaiolo delle scimmie”.
Paradossalmente, poche ore prima che Vasco Rossi aprisse il concerto di Trento rivolgendosi ai suoi fans con un significativo “Finalmente, torniamo ad assembrarci”, sui dispacci delle agenzie, sulle pagine dei giornali e nelle scalette dei notiziari ha cominciato a fare capolino il diffondersi del nuovo virus: “Ieri - si poteva leggere sul sito dell’Ansa il 19 maggio - all’ospedale Spallanzani di Roma è stato identificato il primo caso in Italia di vaiolo delle scimmie.
Si tratta di un uomo rientrato dopo un soggiorno alle Isole Canarie che si è presentato al pronto soccorso dell’Umberto I. La persona è ricoverata in isolamento in discrete condizioni e sono in corso le indagini epidemiologiche e il tracciamento dei contatti. Altri due casi sospetti di vaiolo delle scimmie sono in corso di accertamento”.
Una goccia di virus in un oceano di guerra. Sufficiente però a evocare, per ora in forma sommessa, le temporaneamente dissolte figure dei virologi: le loro foto e le loro dichiarazioni hanno immediatamente ripreso a circolare sui media.
Così Massimo Galli ha dischiarato di non essere preoccupato, Antonella Viola che non è il caso di fare allarmismo, Matteo Bassetti che nei prossimi giorni i casi aumenteranno di molto e che potrebbe profilarsi una nuova pandemia, Roberto Burioni che il virus delle scimmie non è il Covid e che comunque la scienza ci salverà.
Forse dal virus, certamente non dai virologi!
editoriale
A sancirne definitivamente la fine è stato il concerto di Vasco Rossi a Trento.
È sotto le note delle sue canzoni infatti che quel “evitate gli assembramenti”, tanto ossessivamente ripetuto negli oltre due anni di lockdown da essersi trasformato in una sorta di undicesimo comandamento, sembra essere stato definitivamente e finalmente sepolto.
L’abbraccio musicale col quale la rockstar di Zocca ha stretto a sé i centoventimila fans accorsi ad ascoltarlo si è infatti riverberato in un’enorme festa che ha visto cancellare ogni distanza e ogni prudenza, lasciando che la vita tornasse a pulsare in quella che prima del materializzarsi della pandemia era la normalità.
La pandemia del resto è finita: inaspettatamente, repentinamente, improvvisamente.
Perlomeno dal punto di vista mediatico, visto che - nella logica del chiodo scaccia chiodo - a soppiantarla in tutto e per tutto è stato un altro evento drammatico che, al pari del precedente, nessuno si aspettava: la guerra.
Proprio quest’ultima è così divenuta il tema dominante, oltre che del quotidiano “discorrere” al bar e degli editoriali pubblicati su quotidiani e periodici, soprattutto dei dibattiti televisivi dedicati all’attualità.
Così, dopo aver parlato per mesi di mascherine, di vaccini e di green pass, di colpo si è passati a parlare di bombe a grappolo, di missili S-400, di strategie militari.
Ed è in questo cambio di scenario che la tragedia del Covid, nel giro di pochi giorni, si è dissolta come neve al sole, precipitando in un silenzio quasi stupefacente.
Oscurando del tutto anche la flebile voce del ministro Speranza, rimasto di fatto l’unico a continuare a raccomandare prudenza e a segnalare quanto fosse importante non abbassare ancora la guardia.
La radicalità di questo cambio di scenario è stata del resto percepita anche dalla pubblica opinione: perché - si sono chiesti in molti - un problema dichiarato così a lungo tanto grave, di colpo, è passato in cavalleria?
Col dissolversi perlomeno mediatico della pandemia a venire cancellata è stata anche la figura dei suoi “sacerdoti”: quella dei virologi che, con interventi pubblici talora anche in forte disaccordo, del Covid-19 hanno tuttavia diligentemente delineato la fisionomia, seguito passo passo l’evolversi, scandagliato con cura ogni aspetto.
I loro nomi, in precedenza esclusivamente conosciuti in ambito scientifico, sono improvvisamente divenuti noti anche al grande pubblico come quelli dei “virologi”: Roberto Burioni e Massimo Galli, Matteo Bassetti e Andrea Crisanti, Fabrizio Pregliasco e Giorgio Palù, Ilaria Capua e Antonella Viola, per limitarsi ai più presenzialisti, si sono improvvisamente trasformati in figure oracolari pronte a redigere editoriali, rilasciare interviste, partecipare a dibattiti televisivi, scrivere libri.
Una volta in giacca e cravatta e con eleganti tailleur, un’altra col camice da medici e stetoscopio al collo, la loro immagine ha finito così col diventare tanto familiare da indurre molti a considerarli degli autentici fari nell’oscuro e tempestoso mare della pandemia.
Non senza che tuttavia questa loro ossessiva presenza mediatica contribuisse - come effetto collaterale - per un verso ad alimentare la paura insorta nel tessuto sociale di fronte ad una malattia di cui così poco si sapeva e per l’altro a fomentare reazioni di rifiuto nei confronti della stessa cautela di comportamenti da loro suggerita.
A prescindere tuttavia dal giudizio che ognuno potrà dare sul ruolo effettivamente giocato da queste figure, a colpire è stata proprio la rapidità, analoga a quella che ha portato i virologi a divenire delle vere e proprie star, del loro uscire di scena.
E in una forma, forse per il legame inscindibile che essi avevano con la pandemia, inevitabilmente letta - non senza un certo stupore - come il segnale che l’emergenza fosse finita e che il futuro avrebbe riacquisito quell’agognata normalità che tutti ormai attendevamo.
A determinare l’uscita di scena dei virologi non è pero stata una situazione di normalità, ma una nuova emergenza: la guerra tra Russia e Ucraina.
Certo una guerra, i cui effetti bellici fortunatamente non ci coinvolgono direttamente, ma i cui effetti socio-politici stanno già facendosi pesantemente sentire: i rincari di gas e benzina, ma anche quelli dei generi alimentari e manifatturieri, non sono che i primi segnali di un addensarsi di nubi destinato a rendere la fine di quest’anno e il prossimo non proprio sereni.
Su questa situazione di incertezza pesa però ora una nuova minaccia: il “vaiolo delle scimmie”.
Paradossalmente, poche ore prima che Vasco Rossi aprisse il concerto di Trento rivolgendosi ai suoi fans con un significativo “Finalmente, torniamo ad assembrarci”, sui dispacci delle agenzie, sulle pagine dei giornali e nelle scalette dei notiziari ha cominciato a fare capolino il diffondersi del nuovo virus: “Ieri - si poteva leggere sul sito dell’Ansa il 19 maggio - all’ospedale Spallanzani di Roma è stato identificato il primo caso in Italia di vaiolo delle scimmie.
Si tratta di un uomo rientrato dopo un soggiorno alle Isole Canarie che si è presentato al pronto soccorso dell’Umberto I. La persona è ricoverata in isolamento in discrete condizioni e sono in corso le indagini epidemiologiche e il tracciamento dei contatti. Altri due casi sospetti di vaiolo delle scimmie sono in corso di accertamento”.
Una goccia di virus in un oceano di guerra. Sufficiente però a evocare, per ora in forma sommessa, le temporaneamente dissolte figure dei virologi: le loro foto e le loro dichiarazioni hanno immediatamente ripreso a circolare sui media.
Così Massimo Galli ha dischiarato di non essere preoccupato, Antonella Viola che non è il caso di fare allarmismo, Matteo Bassetti che nei prossimi giorni i casi aumenteranno di molto e che potrebbe profilarsi una nuova pandemia, Roberto Burioni che il virus delle scimmie non è il Covid e che comunque la scienza ci salverà.
Forse dal virus, certamente non dai virologi!
Il vaiolo delle scimmie e il ritorno dei virologi
02 giugno 2022
Cuneo
A sancirne definitivamente la fine è stato il concerto di Vasco Rossi a Trento.
È sotto le note delle sue canzoni infatti che quel “evitate gli assembramenti”, tanto ossessivamente ripetuto negli oltre due anni di lockdown da essersi trasformato in una sorta di undicesimo comandamento, sembra essere stato definitivamente e finalmente sepolto.
L’abbraccio musicale col quale la rockstar di Zocca ha stretto a sé i centoventimila fans accorsi ad ascoltarlo si è infatti riverberato in un’enorme festa che ha visto cancellare ogni distanza e ogni prudenza, lasciando che la vita tornasse a pulsare in quella che prima del materializzarsi della pandemia era la normalità.
La pandemia del resto è finita: inaspettatamente, repentinamente, improvvisamente.
Perlomeno dal punto di vista mediatico, visto che - nella logica del chiodo scaccia chiodo - a soppiantarla in tutto e per tutto è stato un altro evento drammatico che, al pari del precedente, nessuno si aspettava: la guerra.
Proprio quest’ultima è così divenuta il tema dominante, oltre che del quotidiano “discorrere” al bar e degli editoriali pubblicati su quotidiani e periodici, soprattutto dei dibattiti televisivi dedicati all’attualità.
Così, dopo aver parlato per mesi di mascherine, di vaccini e di green pass, di colpo si è passati a parlare di bombe a grappolo, di missili S-400, di strategie militari.
Ed è in questo cambio di scenario che la tragedia del Covid, nel giro di pochi giorni, si è dissolta come neve al sole, precipitando in un silenzio quasi stupefacente.
Oscurando del tutto anche la flebile voce del ministro Speranza, rimasto di fatto l’unico a continuare a raccomandare prudenza e a segnalare quanto fosse importante non abbassare ancora la guardia.
La radicalità di questo cambio di scenario è stata del resto percepita anche dalla pubblica opinione: perché - si sono chiesti in molti - un problema dichiarato così a lungo tanto grave, di colpo, è passato in cavalleria?
Col dissolversi perlomeno mediatico della pandemia a venire cancellata è stata anche la figura dei suoi “sacerdoti”: quella dei virologi che, con interventi pubblici talora anche in forte disaccordo, del Covid-19 hanno tuttavia diligentemente delineato la fisionomia, seguito passo passo l’evolversi, scandagliato con cura ogni aspetto.
I loro nomi, in precedenza esclusivamente conosciuti in ambito scientifico, sono improvvisamente divenuti noti anche al grande pubblico come quelli dei “virologi”: Roberto Burioni e Massimo Galli, Matteo Bassetti e Andrea Crisanti, Fabrizio Pregliasco e Giorgio Palù, Ilaria Capua e Antonella Viola, per limitarsi ai più presenzialisti, si sono improvvisamente trasformati in figure oracolari pronte a redigere editoriali, rilasciare interviste, partecipare a dibattiti televisivi, scrivere libri.
Una volta in giacca e cravatta e con eleganti tailleur, un’altra col camice da medici e stetoscopio al collo, la loro immagine ha finito così col diventare tanto familiare da indurre molti a considerarli degli autentici fari nell’oscuro e tempestoso mare della pandemia.
Non senza che tuttavia questa loro ossessiva presenza mediatica contribuisse - come effetto collaterale - per un verso ad alimentare la paura insorta nel tessuto sociale di fronte ad una malattia di cui così poco si sapeva e per l’altro a fomentare reazioni di rifiuto nei confronti della stessa cautela di comportamenti da loro suggerita.
A prescindere tuttavia dal giudizio che ognuno potrà dare sul ruolo effettivamente giocato da queste figure, a colpire è stata proprio la rapidità, analoga a quella che ha portato i virologi a divenire delle vere e proprie star, del loro uscire di scena.
E in una forma, forse per il legame inscindibile che essi avevano con la pandemia, inevitabilmente letta - non senza un certo stupore - come il segnale che l’emergenza fosse finita e che il futuro avrebbe riacquisito quell’agognata normalità che tutti ormai attendevamo.
A determinare l’uscita di scena dei virologi non è pero stata una situazione di normalità, ma una nuova emergenza: la guerra tra Russia e Ucraina.
Certo una guerra, i cui effetti bellici fortunatamente non ci coinvolgono direttamente, ma i cui effetti socio-politici stanno già facendosi pesantemente sentire: i rincari di gas e benzina, ma anche quelli dei generi alimentari e manifatturieri, non sono che i primi segnali di un addensarsi di nubi destinato a rendere la fine di quest’anno e il prossimo non proprio sereni.
Su questa situazione di incertezza pesa però ora una nuova minaccia: il “vaiolo delle scimmie”.
Paradossalmente, poche ore prima che Vasco Rossi aprisse il concerto di Trento rivolgendosi ai suoi fans con un significativo “Finalmente, torniamo ad assembrarci”, sui dispacci delle agenzie, sulle pagine dei giornali e nelle scalette dei notiziari ha cominciato a fare capolino il diffondersi del nuovo virus: “Ieri - si poteva leggere sul sito dell’Ansa il 19 maggio - all’ospedale Spallanzani di Roma è stato identificato il primo caso in Italia di vaiolo delle scimmie.
Si tratta di un uomo rientrato dopo un soggiorno alle Isole Canarie che si è presentato al pronto soccorso dell’Umberto I. La persona è ricoverata in isolamento in discrete condizioni e sono in corso le indagini epidemiologiche e il tracciamento dei contatti. Altri due casi sospetti di vaiolo delle scimmie sono in corso di accertamento”.
Una goccia di virus in un oceano di guerra. Sufficiente però a evocare, per ora in forma sommessa, le temporaneamente dissolte figure dei virologi: le loro foto e le loro dichiarazioni hanno immediatamente ripreso a circolare sui media.
Così Massimo Galli ha dischiarato di non essere preoccupato, Antonella Viola che non è il caso di fare allarmismo, Matteo Bassetti che nei prossimi giorni i casi aumenteranno di molto e che potrebbe profilarsi una nuova pandemia, Roberto Burioni che il virus delle scimmie non è il Covid e che comunque la scienza ci salverà.
Forse dal virus, certamente non dai virologi!