editoriale

La sommessa vita dei centri abitati montani resa possibile da una macrorete di strade

28 maggio 2022

Cuneo

Lo sviluppo di una civiltà ha sempre avuto uno dei suoi punti di forza nella creazione di una rete di comunicazioni. La riprova più evidente, su un piano storico, è rappresentata dall’impero romano: la capillare rete di strade che ha garantito la costruzione stessa del suo vastissimo dominio, ne ha garantito ad un tempo un controllo militare e uno sviluppo commerciale che, anche considerati con i criteri odierni, appaiono straordinariamente efficace il primo e estremamente fiorente il secondo. Proprio la capillarità di questo sistema viario è attestata, anche sul nostro territorio, dalla strada romana che collegava il centro di Limone Piemonte col colle di Tenda attraverso i prati di San Lorenzo a Limonetto, consentendo poi di superare la barriera alpina e di scendere verso quella che allora era la Gallia propriamente detta. Di questa strada rimangono ancora evidenti tracce, confermate nella loro identità anche da una “stele miliaria” utilizzata dai romani per poter facilmente rilevare le distanze percorse o da percorrere. Se questa macro rete di vie di comunicazione, utilizzate sia a scopo militare che commerciale, consentiva di collegar territori anche molto lontani tra loro, esisteva però anche una micro rete di strade e sentieri, decisamente più piccoli, destinati a facilitare le comunicazioni tra centri abitati prossimi e magari separati da una valle o da un crinale. Di molte di queste ultime vie di collegamento è di fatto impossibile determinare l’origine, visto che esse sono il frutto di un utilizzo che, limitato in alcune epoche e massiccio in altre, ne ha determinato in forme succedutesi nel tempo la fisionomia stessa. Esse infatti, a seconda delle esigenze che di volta in volta ne mutavano l’utilizzo, vedevano ampliate o ridotte le loro dimensioni, trovavano sbocchi nuovi e abbandonavano precedenti tragitti, si trasformavano in tratti più lunghi o riducevano la loro funzione a percorsi esclusivamente locali. È da questo evolversi forse più millenario che secolare, tanto lento e sommesso quanto inesorabile, che ha preso forma la rete di mulattiere e sentieri che in bassa ed alta valle ha svolto un ruolo di raccordo del tessuto sociale che, in queste “terre alte”, è venuto costituendosi ed evolvendosi. Ovviamente non stiamo parlando dei sentieri che, nelle nostre valli, conducono oggi a rifugi alpini e più o meno impegnativi passi e cime. Questi ultimi infatti, spesso decisamente più recenti dei precedenti, sebbene in taluni casi non siano estranei alla pratica dell’allevamento e/o della caccia, sono in molti casi il frutto dello sviluppo dell’alpinismo, insorto nelle nostre aree sul finire dell’Ottocento, e giocano invece un ruolo decisamente limitato sul piano della comunicazione. Al contrario invece le mulattiere e i sentieri di cui stiamo parlando hanno svolto a lungo una funzione innanzitutto sociale, mettendo in comunicazione centri confinanti e consentendo ai loro abitanti di interagire con quelli di analoghi centri posti in aree in realtà piuttosto vicine, sebbene rese apparentemente lontane dalle creste montuose che le dividevano. Ecco allora spiegata la ragione del prender forma di mulattiere e sentieri che interconnettono paesi posti su due versanti di una medesima montagna non passando dal fondovalle, ma superando invece i crinali che li separano. Una prospettiva che oggi, in un mondo invaso da mezzi di trasporto di ogni genere, può risultarci non solo curiosa e persino un po’ strana. Ma che invece appariva normale a chi – e cito al riguardo quanto mi è stato raccontato facesse un mio trisnonno - vivendo a Borgata Maggiore a Cervasca e avendo la fidanzata a Roccasparvera, quando andava a trovarla non passava da Vignolo per raggiungere poi Roccasparvera (come probabilmente faremmo noi) ma saliva invece fino a Prato Gaudino per poi ridiscendere in Valle Stura.   Al riguardo occorre tenere presente che, se oggi noi consideriamo le barriere montuose dei “confini naturali”, questa concezione è stata a lungo estranea ad un passato che, prima del trattato di Utrecht (1713), le considerava più semplicemente come versanti di una medesima montagna. E dunque le strade e i sentieri che portavano da un versante all’altro avevano, oltre che una funzione strettamente sociale, una evidente funzione commerciale. Era lungo queste strade e questi sentieri che avveniva dunque lo scambio dei prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento che a queste piccole comunità garantivano il sostentamento, e dei piccoli oggetti artigianali che, specie durante l’inverno, esse producevano per poi vendere o scambiare. Oggi che queste minuscole vie di comunicazione appaiono spesso abbandonate a se stesse o destinate ad usi sostanzialmente ludici, appare assai difficile immaginarsele per quello che sono state: strade certo non affollate come quelle cittadine, ma utilizzate per il lavoro quotidiano, percorse per andare da un paese all’altro, usate per il piccolo commercio che esse consentivano, e dense di una “socialità sommessa” che il nostro mondo frenetico ci impedisce persino di intuire. Eppure quelle strade, oltre a renderle possibili, sono state anche lo scenario di una miriade di vite vissute. Certo vite tanto dure da apparirci oggi quasi invivibili e nelle quali a regnare era una povertà non di rado destinata a sfociare in un’effettiva miseria. Eppure è da queste vite e da queste strade che è nata la cultura in cui viviamo: una cultura forse non a caso radicata in un lavoro non di rado concepito alla stregua di una religione e inteso quasi come il riscatto da un passato da dimenticare. E che invece va ricordato, magari ripercorrendo lentamente queste antiche “vie” alla ricerca delle sempre più flebili orme di chi, precedendoci, le ha percorse prima di noi.  (2. Continua)
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