editoriale

Lo spopolamento inesorabile delle “terre alte”

20 maggio 2022

Cuneo

Borgata Gallo - Valle Grana Borgata Gallo - Valle Grana (foto di Marco Bernardi) Il Cuneese, in Piemonte superato in questo senso soltanto dalle province del Verbano Cusio Ossola e di Biella, è costituito da un territorio per oltre il 60% segnato da valli e montagne. L’estensione di queste due province tuttavia è ben diversa da quella della “Granda”, che deriva il suo nome proprio dalla sua ampiezza, tanto rilevante da porla al quarto posto - solo dopo Trento, Bolzano e Foggia - nella classifica delle province italiane al riguardo. Le valli che fanno capo direttamente a Cuneo, poi, sono praticamente costituite nella loro quasi totalità da “terre alte”,connotandosi geograficamente e geologicamente come zone montane. È in queste aree che, per secoli e ai margini della grande storia, è sopravvissuta la cultura che ci portiamo dentro: quella che fa parte di noi in un modo così radicato da condizionare, più o meno consapevolmente, il nostro stesso carattere e il nostro modo di vivere. Ed è proprio delle più o meno rimarchevoli tracce di questa cultura che il territorio nel quale viviamo è disseminato. Un vero e proprio patrimonio, frutto di una stratificazione secolare, quasi improvvisamente caduto in uno stato di abbandono. È sufficiente fare una passeggiata in quelli che ormai sono divenuti boschi lasciati a sé stessi, spesso prossimi anche a paesi non proprio irrilevanti, per accorgersi di avere a che fare con un mondo ormai in avanzato stato di dissoluzione: borgate completamente abbandonate, case crollate al punto da rendere impossibile definirle persino ruderi, chiese i cui affreschi sono divenuti illeggibili per le intemperie cui sono stati ormai troppo a lungo esposti, scuole che nell’attestare come questo mondo sapesse guardare al futuro sono divenute prigioniere di una desolante decadenza, piloni votivi il cui deterioramento va di pari passo con lo smarrimento del senso che essi hanno a lungo rivestito, forni che da decenni non sentono più quel profumo di pane che rallegrava chi lo avrebbe consumato con inevitabile parsimonia. Il dissolversi del mondo delle “terre alte” del Cuneese, e della cultura che in esse per secoli si era tramandata, è determinato da un fenomeno di graduale abbandono di queste aree noto come “spopolamento alpino”. Un fenomeno determinato da una serie di concause, tra le quali tuttavia a giocare un ruolo di primo piano è il processo di industrializzazione che coinvolge il Piemonte a partire dalla fine dell’Ottocento e che sul nostro territorio ha il suo momento più significativo alla fine degli anni Sessanta con la creazione in prossimità di Cuneo di uno stabilimento della Michelin. Certo l’abbandono delle montagne, legate a un’agricoltura incapace di fornire adeguati mezzi di sostentamento a chi le abitava, cominciò ben prima di quest’epoca. A testimoniarlo sono sia il lavoro stagionale oltralpe, piuttosto consueto già nel corso dell’Ottocento, sia le grandi migrazioni verso l’America - in particolare l’Argentina - avvenute massicciamente a cavallo tra Ottocento e Novecento. E tuttavia ad essere percepita come una possibilità più immediata e concreta di cambiare vita, potendo finalmente contare su un reddito sicuro, fu “il lavoro in fabbrica”: in molti infatti decisero di lasciare definitivamente le terre in cui erano nati per trasferirsi in prossimità delle aree urbane che offrivano loro l’opportunità di una vita non più legata a stenti ed incertezze. Prima Torino, con gli stabilimenti della FIAT, e poi Cuneo, con quello già citato della Michelin, divennero così la meta di un grande esodo che non si limitò a trasformare numerosi centri delle nostre valli in luoghi scarsamente abitati, ma anche produsse il completo abbandono delle borgate che ad essi facevano capo. La fisionomia del territorio montano prossimo a Cuneo, nel giro di pochi anni, cambiò radicalmente: quella che a lungo era stata un’area nella quale la vita pulsava, sia pure ai ritmi sommessi di una marginalità inevitabile, finì col trasformarsi in preda di una natura sempre pronta a reimpossessarsi di spazi ormai lasciati a sé stessi a causa di una presenza umana di fatto venuta meno. Se la storia dello spopolamento montano delle valli cuneesi è ormai divenuta oggetto di tesi di laurea e saggi specifici, evidenziando anche una sorta di ciclicità che impedisce di escludere in termini assoluti ritorni e ricuperi, i suoi effetti più devastanti sono però ora davanti agli occhi di chiunque percorra le mulattiere e i sentieri che un tempo attraversavano le nostre borgate collegandole l’una all’altra. È lungo queste pur modeste “vie di comunicazione” che si può scorgere come la natura sia inesorabilmente all’opera per riconquistare - in una forma del tutto “naturale” e legittima - quegli spazi che l’uomo faticosamente le aveva sottratto, per poi ritrovarsi quasi costretto ad abbandonarli. La vegetazione sta dunque semplicemente riprendendo possesso di ciò che era suo, ponendo letteralmente in assedio contesti precedentemente antropizzati fino a trasformarli nell’ormai impalpabile spettro di ciò che a lungo sono stati. Costruzioni e terreni abitati da uomini e donne, famiglie e bambini, animali domestici e coltivazioni sembrano così destinati ad essere definitivamente fagocitati in uno splendido mondo “green”, che tuttavia cancellerà per sempre le tracce di cultura materiale lasciate da chi, per secoli, queste valli le ha rimodulate al fine di renderle più ospitali e trarvi un sostentamento capace perlomeno di consentire la sopravvivenza. E ad essere coinvolta in questo processo di dissoluzione è anche la rete di comunicazioni che collegava queste borgate: una rete, fatta di mulattiere e sentieri, allora capace di garantire a coloro che qui avevano scelto di vivere la possibilità di lavorare, di commerciare i pochi prodotti che queste avare terre concedevano e di dare un futuro alle loro “borgate” trovando mariti o mogli in analoghe realtà poste su altri crinali o su altri versanti delle stesse montagne; una rete divenuta oggi una sempre più precaria ragnatela dalla quale lo spettacolo dell’abbandono sopra descritto appare lampante.
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