editoriale

L’importanza delle radici. Un “poema pedagogico” sulle montagne del Buthan

12 maggio 2022

Cuneo

Lunana Non è un caso che un film fuori dai grandi circuiti internazionali come "Lunana" sia rimasto in cartellone a Cuneo molto più a lungo del previsto. Si potrebbe parlare di un film che si avvia diventare “cult”, cioè un’icona sociale con un suo pubblico affezionato nel tempo: e questo perché, specie in noi cuneesi, per i quali il rapporto tra montagna e città, tra “mondo dei vinti” e modernità globalizzata, è più che mai centrale, smuove strati profondi della coscienza e dell’inconscio. In questo, si può paragonare con un “cult” locale, il non dimenticato “Il vento fa il suo giro” di Fredo Valla. E in effetti, il tema centrale del film è proprio il rapporto tra modernità e tradizione. Ugyen è un giovane insegnante elementare del Buthan con poca voglia di insegnare, e come tantissimi giovani di ogni continente sogna di lasciare il suo piccolo e appartato paese (per quanto bellissimo) e di “vedere il mondo”, di avere successo come cantante in qualche grande città moderna (nel suo caso, in Australia). Intanto, deve rassegnarsi all’esilio imposto dalle autorità in uno dei villaggi più remoti del mondo, a più di quattromila metri sul livello del mare  (un villaggio realmente esistente, al confine tra Buthan e Tibet, la cui popolazione ha collaborato alla realizzazione del film). Un villaggio che vive in un’altra epoca, dove manca tutto (salvo gli yak, i simpatici bovini delle montagne himalayane, uno dei quali viene addirittura parcheggiato nell’aula) e la scuola è una stanza nuda e fredda, con carta al posto dei vetri delle finestre, e senza neppure una lavagna per scrivere. In contrasto con la povertà dei mezzi, colpisce la voglia matta di imparare di quei bambini. A contatto con il calore dei bambini e della gente, e con la bellezza dell’ambiente, il giovane maestro si “sgela”  e comincia ad appassionarsi al proprio mestiere. Grande è qui il pericolo di scivolare nell’oleografia pedagogica, che però mi pare venga tenuto sapientemente a bada dal regista, Pawo Choyning Dorji. A me il film ha ricordato la storia di molti insegnanti di montagna delle nostre parti. Ancora nel secondo dopoguerra, giovanissimi maestri mandati per il primo incarico nei posti più sperduti delle nostre montagne, allora ancora densamente popolate: esperienze anche traumatiche ma spesso ricchissime di contenuto umano. Ad esempio mia madre (classe 1918) ha conservato per tutta la vita vicino al cuore il ricordo del suo primo posto fisso - aveva circa vent’anni - a Sausa, una frazione di Vernante, che a lei ragazza di pianura sembrava un altro pianeta, un posto esotico e avventuroso rispetto alle realtà contadine da lei conosciute a Savigliano. In realtà sulle nostre montagne c’erano posti ben più “eroici”, ad esempio Elva in val Maira, importante borgata d’alta montagna (abbiamo testimonianze su classi numerose ancora negli anni cinquanta) oppure Ferrere in alta valle Stura, abitato fino agli anni sessanta. Ferrere è di poco sotto i duemila, Lunana oltre i quattromila, il che dà un poco il senso delle proporzioni delle relative catene montuose; ma le condizioni non paiono essere  troppo diverse, mettendo gli yak al posto delle mucche: anche qui, pastorizia più una grama agricoltura di montagna basata su cereali poveri, orzo e segale principalmente. Certamente i maestri di oggi non guadano più torrenti impetuosi o passano su ponti pericolanti per raggiungere le loro sedi. In compenso, si confrontano con nemici ben più subdoli: i telefonini, le pubblicità, gli anni di lavaggio del cervello che un bambino delle elementari ha già subito, e che  agli occhi dei bambini stessi e delle famiglie rendono la scuola se non irrilevante (perché se non altro c’è il problema del “parcheggio” dei pupi) perlomeno secondaria, quasi un residuo  di un passato preistorico in cui per avere informazioni bisognava passare per forza attraverso le enciclopedie, le monografie o addirittura attraverso gli insegnanti.
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