C’è una contraddizione totale tra la cura che i governi hanno manifestato durante la pandemia Covid per tutelare la vita dei loro cittadini ed il disprezzo per la vita che emerge dalla brutalità dello scontro militare in atto in Ucraina. La posta in palio sembra essere l’esistenza stessa della democrazia, che agli occhi dei governanti russi sembra essere una fonte di disordine incontrollato, di indebolimento dello Stato. È difficile spiegare diversamente l’avversione di Mosca verso le democrazie occidentali; le quali, dal canto loro, forse si erano illuse che l’inserimento della Russia all’interno dell’economia di mercato fosse sufficiente a vincolarne l’azione, obbligandola a muoversi entro le regole che sono proprie del mercato stesso, il quale fa pagare economicamente a caro prezzo ogni deriva che si discosta troppo dai parametri previsti.
Invece si è visto che il governo di Mosca non si è preoccupato di questi vincoli, per scegliere una strada che sembrava ormai appartenere al passato (quella dello scontro armato) al fine di affermare la propria autorità sullo scenario internazionale.
Eravamo pronti a tutto ciò? Non molto. Di sicuro, possiamo ora renderci conto di quanto potesse essere più tragica la transizione dal potere sovietico al nuovo scenario internazionale, che nel periodo 1985/1991 si è svolta in modo sostanzialmente indolore (tranne che nella ex-Jugoslavia), per manifestare adesso un inatteso “colpo di coda”. E ricordarci di quanto le democrazie hanno saputo saggiamente camminare “sulla lama del rasoio” per 40 anni dal 1949 al 1989, evitando lo scontro armato globale, ben consapevoli delle conseguenze catastrofiche che avrebbe avuto.
Abbiamo passato gli ultimi tre decenni a guardarci l’ombelico, ciascuno interessato più ai fatti propri che a quelli collettivi; e ciascuno Stato preoccupandosi più di gestire le proprie tensioni interne che lo scenario internazionale, con il risultato - peraltro - di vedere sparire dall’Unione Europea interi settori produttivi e scoprirci del tutto sprovvisti (non più tardi di 2 anni fa) di un bene a basso costo come le mascherine chirurgiche.
La pandemia poteva insegnarci due cose: che le produzioni locali “strategiche” vanno preservate, anche se hanno un costo elevato (come da decenni avviene per l’agricoltura, salvaguardata sul territorio europeo grazie ai finanziamenti comunitari); e che lo Stato è necessario, per saper prendere, in tempo rapido e nell’interesse di tutti, le decisioni indispensabili per gestire le situazioni impreviste, che mettono a rischio la sorte di tutti i cittadini. Ma al momento non sembra che questi due insegnamenti abbiano prodotto segni tangibili; anzi, verso l’autorità dello Stato (per la quale a marzo-aprile 2020 si era manifestato un inatteso rispetto) rapidamente sembra essere subentrata l’ormai incancrenita sequenza di lamenti che giornalmente ne mette in discussione ogni scelta ed ogni progetto (e questo non soltanto in Italia, come è stato evidente anche in occasione delle elezioni presidenziali francesi).
È un atteggiamento rischioso, soprattutto di fronte ad una nuova inattesa crisi, ancorché sia giusto porsi una serie di domande su cosa si vuole fare (andare allo scontro con la Russia? o fare il possibile per evitare che lo scenario di guerra si allarghi?), rivendicando il fatto che su una questione così cruciale ogni Stato sia libero di definire la propria linea di azione.
Il tutto mentre si stava finalmente prendendo coscienza dell’irrevocabile necessità di agire a livello globale per contrastare i cambiamenti climatici; obiettivo che implicava una concordia tra le Nazioni che mai come adesso appare invece essere in bilico.
Il fatto è che per avere progetti a lungo termine sarebbe necessario avere dei partiti e dei rappresentanti della Nazione che propongano una visione strategica dello Stato, anziché focalizzarsi solo su alcune questioni ed esaminarle senza tenere conto del contesto generale.
In definitiva, sono in gioco tante questioni; e mai come adesso è vitale il messaggio di salvaguardia della vita democratica che è insito nelle festività del 25 aprile e del 2 giugno, affinché ciascuno faccia la sua parte per perseguire il bene comune, guardando anzitutto a ciò che di positivo lo Stato fa o può fare per i suoi cittadini.
editoriale
C’è una contraddizione totale tra la cura che i governi hanno manifestato durante la pandemia Covid per tutelare la vita dei loro cittadini ed il disprezzo per la vita che emerge dalla brutalità dello scontro militare in atto in Ucraina. La posta in palio sembra essere l’esistenza stessa della democrazia, che agli occhi dei governanti russi sembra essere una fonte di disordine incontrollato, di indebolimento dello Stato. È difficile spiegare diversamente l’avversione di Mosca verso le democrazie occidentali; le quali, dal canto loro, forse si erano illuse che l’inserimento della Russia all’interno dell’economia di mercato fosse sufficiente a vincolarne l’azione, obbligandola a muoversi entro le regole che sono proprie del mercato stesso, il quale fa pagare economicamente a caro prezzo ogni deriva che si discosta troppo dai parametri previsti.
Invece si è visto che il governo di Mosca non si è preoccupato di questi vincoli, per scegliere una strada che sembrava ormai appartenere al passato (quella dello scontro armato) al fine di affermare la propria autorità sullo scenario internazionale.
Eravamo pronti a tutto ciò? Non molto. Di sicuro, possiamo ora renderci conto di quanto potesse essere più tragica la transizione dal potere sovietico al nuovo scenario internazionale, che nel periodo 1985/1991 si è svolta in modo sostanzialmente indolore (tranne che nella ex-Jugoslavia), per manifestare adesso un inatteso “colpo di coda”. E ricordarci di quanto le democrazie hanno saputo saggiamente camminare “sulla lama del rasoio” per 40 anni dal 1949 al 1989, evitando lo scontro armato globale, ben consapevoli delle conseguenze catastrofiche che avrebbe avuto.
Abbiamo passato gli ultimi tre decenni a guardarci l’ombelico, ciascuno interessato più ai fatti propri che a quelli collettivi; e ciascuno Stato preoccupandosi più di gestire le proprie tensioni interne che lo scenario internazionale, con il risultato - peraltro - di vedere sparire dall’Unione Europea interi settori produttivi e scoprirci del tutto sprovvisti (non più tardi di 2 anni fa) di un bene a basso costo come le mascherine chirurgiche.
La pandemia poteva insegnarci due cose: che le produzioni locali “strategiche” vanno preservate, anche se hanno un costo elevato (come da decenni avviene per l’agricoltura, salvaguardata sul territorio europeo grazie ai finanziamenti comunitari); e che lo Stato è necessario, per saper prendere, in tempo rapido e nell’interesse di tutti, le decisioni indispensabili per gestire le situazioni impreviste, che mettono a rischio la sorte di tutti i cittadini. Ma al momento non sembra che questi due insegnamenti abbiano prodotto segni tangibili; anzi, verso l’autorità dello Stato (per la quale a marzo-aprile 2020 si era manifestato un inatteso rispetto) rapidamente sembra essere subentrata l’ormai incancrenita sequenza di lamenti che giornalmente ne mette in discussione ogni scelta ed ogni progetto (e questo non soltanto in Italia, come è stato evidente anche in occasione delle elezioni presidenziali francesi).
È un atteggiamento rischioso, soprattutto di fronte ad una nuova inattesa crisi, ancorché sia giusto porsi una serie di domande su cosa si vuole fare (andare allo scontro con la Russia? o fare il possibile per evitare che lo scenario di guerra si allarghi?), rivendicando il fatto che su una questione così cruciale ogni Stato sia libero di definire la propria linea di azione.
Il tutto mentre si stava finalmente prendendo coscienza dell’irrevocabile necessità di agire a livello globale per contrastare i cambiamenti climatici; obiettivo che implicava una concordia tra le Nazioni che mai come adesso appare invece essere in bilico.
Il fatto è che per avere progetti a lungo termine sarebbe necessario avere dei partiti e dei rappresentanti della Nazione che propongano una visione strategica dello Stato, anziché focalizzarsi solo su alcune questioni ed esaminarle senza tenere conto del contesto generale.
In definitiva, sono in gioco tante questioni; e mai come adesso è vitale il messaggio di salvaguardia della vita democratica che è insito nelle festività del 25 aprile e del 2 giugno, affinché ciascuno faccia la sua parte per perseguire il bene comune, guardando anzitutto a ciò che di positivo lo Stato fa o può fare per i suoi cittadini.
Le festività dell’Italia per perseguire il bene comune
01 maggio 2022
Cuneo
C’è una contraddizione totale tra la cura che i governi hanno manifestato durante la pandemia Covid per tutelare la vita dei loro cittadini ed il disprezzo per la vita che emerge dalla brutalità dello scontro militare in atto in Ucraina. La posta in palio sembra essere l’esistenza stessa della democrazia, che agli occhi dei governanti russi sembra essere una fonte di disordine incontrollato, di indebolimento dello Stato. È difficile spiegare diversamente l’avversione di Mosca verso le democrazie occidentali; le quali, dal canto loro, forse si erano illuse che l’inserimento della Russia all’interno dell’economia di mercato fosse sufficiente a vincolarne l’azione, obbligandola a muoversi entro le regole che sono proprie del mercato stesso, il quale fa pagare economicamente a caro prezzo ogni deriva che si discosta troppo dai parametri previsti.
Invece si è visto che il governo di Mosca non si è preoccupato di questi vincoli, per scegliere una strada che sembrava ormai appartenere al passato (quella dello scontro armato) al fine di affermare la propria autorità sullo scenario internazionale.
Eravamo pronti a tutto ciò? Non molto. Di sicuro, possiamo ora renderci conto di quanto potesse essere più tragica la transizione dal potere sovietico al nuovo scenario internazionale, che nel periodo 1985/1991 si è svolta in modo sostanzialmente indolore (tranne che nella ex-Jugoslavia), per manifestare adesso un inatteso “colpo di coda”. E ricordarci di quanto le democrazie hanno saputo saggiamente camminare “sulla lama del rasoio” per 40 anni dal 1949 al 1989, evitando lo scontro armato globale, ben consapevoli delle conseguenze catastrofiche che avrebbe avuto.
Abbiamo passato gli ultimi tre decenni a guardarci l’ombelico, ciascuno interessato più ai fatti propri che a quelli collettivi; e ciascuno Stato preoccupandosi più di gestire le proprie tensioni interne che lo scenario internazionale, con il risultato - peraltro - di vedere sparire dall’Unione Europea interi settori produttivi e scoprirci del tutto sprovvisti (non più tardi di 2 anni fa) di un bene a basso costo come le mascherine chirurgiche.
La pandemia poteva insegnarci due cose: che le produzioni locali “strategiche” vanno preservate, anche se hanno un costo elevato (come da decenni avviene per l’agricoltura, salvaguardata sul territorio europeo grazie ai finanziamenti comunitari); e che lo Stato è necessario, per saper prendere, in tempo rapido e nell’interesse di tutti, le decisioni indispensabili per gestire le situazioni impreviste, che mettono a rischio la sorte di tutti i cittadini. Ma al momento non sembra che questi due insegnamenti abbiano prodotto segni tangibili; anzi, verso l’autorità dello Stato (per la quale a marzo-aprile 2020 si era manifestato un inatteso rispetto) rapidamente sembra essere subentrata l’ormai incancrenita sequenza di lamenti che giornalmente ne mette in discussione ogni scelta ed ogni progetto (e questo non soltanto in Italia, come è stato evidente anche in occasione delle elezioni presidenziali francesi).
È un atteggiamento rischioso, soprattutto di fronte ad una nuova inattesa crisi, ancorché sia giusto porsi una serie di domande su cosa si vuole fare (andare allo scontro con la Russia? o fare il possibile per evitare che lo scenario di guerra si allarghi?), rivendicando il fatto che su una questione così cruciale ogni Stato sia libero di definire la propria linea di azione.
Il tutto mentre si stava finalmente prendendo coscienza dell’irrevocabile necessità di agire a livello globale per contrastare i cambiamenti climatici; obiettivo che implicava una concordia tra le Nazioni che mai come adesso appare invece essere in bilico.
Il fatto è che per avere progetti a lungo termine sarebbe necessario avere dei partiti e dei rappresentanti della Nazione che propongano una visione strategica dello Stato, anziché focalizzarsi solo su alcune questioni ed esaminarle senza tenere conto del contesto generale.
In definitiva, sono in gioco tante questioni; e mai come adesso è vitale il messaggio di salvaguardia della vita democratica che è insito nelle festività del 25 aprile e del 2 giugno, affinché ciascuno faccia la sua parte per perseguire il bene comune, guardando anzitutto a ciò che di positivo lo Stato fa o può fare per i suoi cittadini.