editoriale

Se la frugalità contribuisce alla felicità, perché è così poco praticata?

18 aprile 2022

Cuneo

Anni fa, mi ha colpito la battuta volutamente provocatoria di un collega, secondo il quale “Dire che i soldi non danno la felicità, è altrettanto vero come dire che le mucche non danno il burro”. In altri termini: i soldi (ovvero una certa sicurezza economica) non assicurano la felicità, ma la loro mancanza la rende impossibile; in altri termini, i soldi non sono condizione sufficiente della felicità, ma condizione necessaria sì. Una battuta un po’ scanzonata, ma non priva di un solido buon senso, che ci invita a riprendere da un altro punto di vista il discorso svolto in un precedente articolo sulla frugalità, costringendoci a porci una domanda fondamentale. Una domanda che è al centro del saggio di E. Westacott Frugalità, LUISS 2017, e che si può così formulare: “Se la stragrande maggioranza dei saggi e dei filosofi dell’umanità (come abbiamo visto nella “puntata” precedente) si sono “spesi” a predicare la frugalità, raccomandandola come una componente essenziale della via che conduce alla felicità, come mai hanno avuto così scarso seguito, così scarso “successo di pubblico” sia in passato che – a maggior ragione - nei nostri anni?”. In prima battuta, la storia della letteratura sia filosofica che religiosa offre a questa domanda risposte nette e precise, ma forse incomplete. Platone dimostra tutta la sua diffidenza nei confronti della ricchezza quando nella Repubblica prescrive ai governanti il divieto di possedere beni privati: le preoccupazioni della proprietà privata li distoglierebbero dalla promozione del bene comune. Sia per Platone che gli epicurei e gli stoici, ciò che induce la maggioranza degli uomini a desiderare così fortemente la ricchezza è sostanzialmente una forma di ignoranza. Hanno un’idea sbagliata di ciò che li renderà felici, sognano le infinite possibilità che la ricchezza sembra dischiudere, senza rendersi conto che si tratta di illusioni, di un gioco di riflessi come nella favola del cane che si butta in acqua per rubare al proprio riflesso il pezzo di carne che tiene tra i denti. Un’altra possibile risposta tira in ballo un difetto largamente diffuso tra gli esseri umani: l’ipocrisia, la differenza tra il dire e il fare, sovente inconsapevole. Non sono pochi coloro che provano piacere a ostentare un superiore distacco nei confronti del “vile danaro”, salvo poi a smentire tutto ciò nelle proprie scelte pratiche. In campo religioso, sono ben note le parole molto dure di Gesù contro la ricchezza (“E’ più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago...”). Si sa anche come tutta la storia dell’etica cristiana si sia mossa sul sottile spartiacque tra la condanna evangelica della ricchezza e il bisogno di tenerne in qualche modo conto non solo per vivere ma anche per aiutare il prossimo, cioè per esercitare la carità. Una soluzione praticata a lungo è stata quella degli ordini monastici: povertà del singolo, ma spesso ricchezza della comunità. Quando poi si è riusciti a “sdoganare” (secondo la tesi di Max Weber in Etica protestante e spirito del capitalismo) l’avidità, mettendola al servizio della gloria di Dio (o della prosperità complessiva della società), è nato un nuovo tipo di uomo, il borghese, quello che oggi siamo un po’ tutti. Mentre l’uomo antico e medievale mirava ad arricchirsi per potersi un giorno ritirare a vivere tranquillo godendosi un meritato riposo, il capitalista (l’interprete più genuino dello spirito borghese) continua ad accumulare per il gusto di accumulare, ormai non più tanto per rendere gloria a Dio quanto per il proprio personale vantaggio. Tanto più felici quanto più ricchi? Sembra di no, secondo il sopra citato Westacott che, riflettendo la realtà degli Stati Uniti, e appoggiandosi a dati dei sondaggi Gallup, dichiara: “Uscire dalla povertà, arrivare a un livello di benessere materiale che dia una certa sicurezza, fa una grande differenza nella qualità soggettiva della vita di tutti i giorni. Ma questo effetto positivo dell’aumento del reddito sfuma una volta raggiunta la soglia di circa 75000 dollari annui(al valore del dollaro del 2010); oltre quel livello, non sembra che avere più soldi faccia una grande differenza” (p.174). Secondo molti autori, sembrerebbe esserci nell’uomo una tendenza naturale a raggiungere un punto di equilibrio tra ricchezza e felicità. E allora, perché molta gente aspira ancora ad avere di più, anche a costo di affrontare rischi e fatiche, quando potrebbe starsene tranquilla a godere un livello di vita più che buono? Viene qui spontaneo il paragone con il cibo: l’illusione di chi continua a volere arricchire oltre una certa soglia sarebbe paragonabile a quella di chi, avendo gustato un pasto abbondante, s’illudesse che ingozzandosi ulteriormente proverebbe una soddisfazione sempre maggiore. Solo che il parallelo non tiene del tutto: mentre il nostro corpo oppone dei limiti per così dire automatici alla golosità, come ben sapevano gli antichi gaudenti romani, questo non vale per l’accumulo di denaro, che proprio in quanto immateriale non pesa sullo stomaco, e permette all’avidità di ignorare ogni limite. Si potrebbe ipotizzare che il capitalista abituato a concentrarsi sul guadagno continui a darsi da fare per guadagnare perché non sa come occupare altrimenti il tempo, o più probabilmente perchè ha bisogno dell’adrenalina che gli dà la scommessa e il rischio legato all’attività economica (una specie di ludopatia), oppure perché sente il bisogno di acquistare oggetti inutili ma che gli danno lustro come “status symbol”; venendo alle motivazioni più “nobili”, è probabile che in taluni grandi capitalisti anche contemporanei operi un autentico sentimento filantropico.
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