Singolare coincidenza quella delle elezioni del 3 aprile contemporaneamente in Ungheria e in Serbia, due Paesi venuti da un passato filo-russo e adesso impigliati in un presente imbarazzante, come dimostra anche il loro atteggiamento ambiguo di fronte alla guerra russa in Ucraina.
E non è la sola somiglianza tra i due leader , l’ungherese Viktor Orban e il serbo Alexandar Vucic, entrambi confermati al potere, entrambi rappresentanti di un populismo nazionalista ed entrambi, in condizioni diverse, sui bordi dell’Unione Europea.
Sono sui bordi l’ungherese, il cui Paese è entrato nell’UE nel 2004, e il serbo che aspetta di entrarci dal 2009: il primo che non perde occasione per prendere le distanze dai valori europei, il secondo che ne è ancora troppo lontano per poter pretendere di venirne accolto in tempi brevi.
In entrambi i casi si tratta di due Paesi che ripropongono il tema sensibile della compatibilità democratica in caso di adesione all’UE, in una stagione della storia del nostro continente alla ricerca di una pacifica riunificazione, con la prospettiva di un ingresso nell’Unione dei Paesi balcanici - in anticamera da tempo - cui si è aggiunta nei giorni scorsi la richiesta di adesione da parte dell’Ucraina e, subito dopo, di Moldavia e Georgia.
Dopo l’infelice esperienza della secessione britannica con Brexit e mentre restano sul banco degli imputati per infrazione allo Stato di diritto Polonia e Ungheria, sarà inevitabile riflettere a fondo sulle condizioni per futuri allargamenti, se necessario rivedendo con maggiore severità i “criteri di Copenhagen”, adottati nel 1993.
Si doveva allora preparare il grande allargamento dell’UE a est per accogliere Paesi dell’ex-Unione Sovietica e l’impresa non era né semplice né priva di rischi. Per farvi fronte l’UE esigeva che i Paesi candidati avessero istituzioni stabili in grado di garantire la democrazia, lo stato di diritto, i diritti umani e il rispetto delle minoranze. Era richiesta inoltre un’economia di mercato funzionante e l’adesione agli obiettivi dell’Unione politica, economica e monetaria.
Se si valuta oggi il rispetto di tali criteri da parte dei 27 Stati membri il risultato non sembra essere del tutto soddisfacente e non solo in Polonia e Ungheria.
Il recente risultato del voto in Ungheria e Serbia non è rassicurante per l’UE, in particolare per quanto riguarda la conferma al potere di Orban, alla guida del governo dal 2010. Da allora l’Ungheria, dimenticando gli impegni presi nel 2004, si è avviata su una china pericolosa, non solo per le sorti della democrazia ungherese, ma anche per possibili contaminazioni all’interno dell’Unione Europea. Lo abbiamo a lungo già sperimentato in Italia con partiti della destra e con la Lega che non perso l’occasione di complimentarsi con Orban e che ancora oggi è troppo morbida con il vecchio alleato Putin, dal quale non riesce a prendere chiare distanze.
Anche altri in Italia hanno intrattenuto relazioni fin troppo amichevoli con un Orban che non ha adottati sanzioni contro la Russia, provocando una rottura nell’alleanza dei Paesi di Visegrad , dove Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno avuto ben altre reazioni, tanto a fianco dell’Ucraina che contro la Russia.
Un evento questo che potrebbe favorire l’Unione Europea nel far valere con più forza la sua procedura di infrazione contro l’Ungheria se in particolare migliorassero i rapporti tra Bruxelles e Varsavia nel contesto del flusso di profughi con la Polonia principale Paese di accoglienza.
Da tutti questi sommovimenti in corso sarà bene ricavare una lezione per ogni allargamento futuro e, se necessario, per prendere in considerazione l’uscita dall’UE di chi ne calpesta i valori fondativi.
editoriale
Singolare coincidenza quella delle elezioni del 3 aprile contemporaneamente in Ungheria e in Serbia, due Paesi venuti da un passato filo-russo e adesso impigliati in un presente imbarazzante, come dimostra anche il loro atteggiamento ambiguo di fronte alla guerra russa in Ucraina.
E non è la sola somiglianza tra i due leader , l’ungherese Viktor Orban e il serbo Alexandar Vucic, entrambi confermati al potere, entrambi rappresentanti di un populismo nazionalista ed entrambi, in condizioni diverse, sui bordi dell’Unione Europea.
Sono sui bordi l’ungherese, il cui Paese è entrato nell’UE nel 2004, e il serbo che aspetta di entrarci dal 2009: il primo che non perde occasione per prendere le distanze dai valori europei, il secondo che ne è ancora troppo lontano per poter pretendere di venirne accolto in tempi brevi.
In entrambi i casi si tratta di due Paesi che ripropongono il tema sensibile della compatibilità democratica in caso di adesione all’UE, in una stagione della storia del nostro continente alla ricerca di una pacifica riunificazione, con la prospettiva di un ingresso nell’Unione dei Paesi balcanici - in anticamera da tempo - cui si è aggiunta nei giorni scorsi la richiesta di adesione da parte dell’Ucraina e, subito dopo, di Moldavia e Georgia.
Dopo l’infelice esperienza della secessione britannica con Brexit e mentre restano sul banco degli imputati per infrazione allo Stato di diritto Polonia e Ungheria, sarà inevitabile riflettere a fondo sulle condizioni per futuri allargamenti, se necessario rivedendo con maggiore severità i “criteri di Copenhagen”, adottati nel 1993.
Si doveva allora preparare il grande allargamento dell’UE a est per accogliere Paesi dell’ex-Unione Sovietica e l’impresa non era né semplice né priva di rischi. Per farvi fronte l’UE esigeva che i Paesi candidati avessero istituzioni stabili in grado di garantire la democrazia, lo stato di diritto, i diritti umani e il rispetto delle minoranze. Era richiesta inoltre un’economia di mercato funzionante e l’adesione agli obiettivi dell’Unione politica, economica e monetaria.
Se si valuta oggi il rispetto di tali criteri da parte dei 27 Stati membri il risultato non sembra essere del tutto soddisfacente e non solo in Polonia e Ungheria.
Il recente risultato del voto in Ungheria e Serbia non è rassicurante per l’UE, in particolare per quanto riguarda la conferma al potere di Orban, alla guida del governo dal 2010. Da allora l’Ungheria, dimenticando gli impegni presi nel 2004, si è avviata su una china pericolosa, non solo per le sorti della democrazia ungherese, ma anche per possibili contaminazioni all’interno dell’Unione Europea. Lo abbiamo a lungo già sperimentato in Italia con partiti della destra e con la Lega che non perso l’occasione di complimentarsi con Orban e che ancora oggi è troppo morbida con il vecchio alleato Putin, dal quale non riesce a prendere chiare distanze.
Anche altri in Italia hanno intrattenuto relazioni fin troppo amichevoli con un Orban che non ha adottati sanzioni contro la Russia, provocando una rottura nell’alleanza dei Paesi di Visegrad , dove Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno avuto ben altre reazioni, tanto a fianco dell’Ucraina che contro la Russia.
Un evento questo che potrebbe favorire l’Unione Europea nel far valere con più forza la sua procedura di infrazione contro l’Ungheria se in particolare migliorassero i rapporti tra Bruxelles e Varsavia nel contesto del flusso di profughi con la Polonia principale Paese di accoglienza.
Da tutti questi sommovimenti in corso sarà bene ricavare una lezione per ogni allargamento futuro e, se necessario, per prendere in considerazione l’uscita dall’UE di chi ne calpesta i valori fondativi.
Ungheria e Serbia due paesi sui bordi dell’UE
07 aprile 2022
Cuneo
Singolare coincidenza quella delle elezioni del 3 aprile contemporaneamente in Ungheria e in Serbia, due Paesi venuti da un passato filo-russo e adesso impigliati in un presente imbarazzante, come dimostra anche il loro atteggiamento ambiguo di fronte alla guerra russa in Ucraina.
E non è la sola somiglianza tra i due leader , l’ungherese Viktor Orban e il serbo Alexandar Vucic, entrambi confermati al potere, entrambi rappresentanti di un populismo nazionalista ed entrambi, in condizioni diverse, sui bordi dell’Unione Europea.
Sono sui bordi l’ungherese, il cui Paese è entrato nell’UE nel 2004, e il serbo che aspetta di entrarci dal 2009: il primo che non perde occasione per prendere le distanze dai valori europei, il secondo che ne è ancora troppo lontano per poter pretendere di venirne accolto in tempi brevi.
In entrambi i casi si tratta di due Paesi che ripropongono il tema sensibile della compatibilità democratica in caso di adesione all’UE, in una stagione della storia del nostro continente alla ricerca di una pacifica riunificazione, con la prospettiva di un ingresso nell’Unione dei Paesi balcanici - in anticamera da tempo - cui si è aggiunta nei giorni scorsi la richiesta di adesione da parte dell’Ucraina e, subito dopo, di Moldavia e Georgia.
Dopo l’infelice esperienza della secessione britannica con Brexit e mentre restano sul banco degli imputati per infrazione allo Stato di diritto Polonia e Ungheria, sarà inevitabile riflettere a fondo sulle condizioni per futuri allargamenti, se necessario rivedendo con maggiore severità i “criteri di Copenhagen”, adottati nel 1993.
Si doveva allora preparare il grande allargamento dell’UE a est per accogliere Paesi dell’ex-Unione Sovietica e l’impresa non era né semplice né priva di rischi. Per farvi fronte l’UE esigeva che i Paesi candidati avessero istituzioni stabili in grado di garantire la democrazia, lo stato di diritto, i diritti umani e il rispetto delle minoranze. Era richiesta inoltre un’economia di mercato funzionante e l’adesione agli obiettivi dell’Unione politica, economica e monetaria.
Se si valuta oggi il rispetto di tali criteri da parte dei 27 Stati membri il risultato non sembra essere del tutto soddisfacente e non solo in Polonia e Ungheria.
Il recente risultato del voto in Ungheria e Serbia non è rassicurante per l’UE, in particolare per quanto riguarda la conferma al potere di Orban, alla guida del governo dal 2010. Da allora l’Ungheria, dimenticando gli impegni presi nel 2004, si è avviata su una china pericolosa, non solo per le sorti della democrazia ungherese, ma anche per possibili contaminazioni all’interno dell’Unione Europea. Lo abbiamo a lungo già sperimentato in Italia con partiti della destra e con la Lega che non perso l’occasione di complimentarsi con Orban e che ancora oggi è troppo morbida con il vecchio alleato Putin, dal quale non riesce a prendere chiare distanze.
Anche altri in Italia hanno intrattenuto relazioni fin troppo amichevoli con un Orban che non ha adottati sanzioni contro la Russia, provocando una rottura nell’alleanza dei Paesi di Visegrad , dove Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno avuto ben altre reazioni, tanto a fianco dell’Ucraina che contro la Russia.
Un evento questo che potrebbe favorire l’Unione Europea nel far valere con più forza la sua procedura di infrazione contro l’Ungheria se in particolare migliorassero i rapporti tra Bruxelles e Varsavia nel contesto del flusso di profughi con la Polonia principale Paese di accoglienza.
Da tutti questi sommovimenti in corso sarà bene ricavare una lezione per ogni allargamento futuro e, se necessario, per prendere in considerazione l’uscita dall’UE di chi ne calpesta i valori fondativi.