cuneo

Il Covid è costato 90 milioni all’Asl Cn1

24 marzo 2022

Cuneo

Cuneo - Il Covid è costato in due anni all’Asl Cn1 ben 90 milioni di euro, 38 milioni nel bilancio del 2020 e 52 nel 2021. E ora l’Asl, come tutte le aziende sanitarie, si ritrova a fare i conti con il taglio delle spese richiesto dall’assessorato di Icardi alla sanità per cercare di evitare il commissariamento regionale. Il bilancio dell’Asl Cn1 del 2021 è in rosso di oltre 30 milioni di euro e peggio va il previsionale del 2022 che deve essere appunto tagliato e di tanto. E questo a fronte di richieste sempre più pressanti di ritorno alla normalità, alla “produzione” sanitaria, cioè all’erogazione di servizi, pre-Covid del 2019, con l’obiettivo dell’abbattimento delle liste di attesa. E per l’Asl Cn1 con 85 medici che mancano al numero complessivo, poco sopra i 500, dell’organico su tutto il territorio.  Una situazione complicata per un’azienda complessa e diversificata come l’Asl, chiamata da una parte al risparmio e dall’altra a riprendere le attività normali con l’implementazione dei nuovi servizi del Covid che devono continuare in ogni caso, dal contact tracing alle vaccinazioni.  “È una situazione complicata su cui stiamo lavorando - spiega il direttore generale dell’Asl Cn1 Giuseppe Guerra - rispondendo alle richieste della Regione tra budget e previsioni di spesa e mantenendo quella elasticità che il Covid ci ha imposto. Ma la riorganizzazione dei servizi e la riattivazione con spostamento di personale è delicata e ha bisogno di lavoro, studio e tempo”. È una sanità che si deve tenere in equilibrio in una condizione non facile: costi Covid alle stelle, servizi aumentati, attività diminuita e personale che scarseggia. Fino all’emergenza sono attivi alcuni servizi e il personale arrivato attraverso i fondi del Dirmei e quello fornito dall’agenzia di lavoro Randstat pagato dal Piano nazionale Arcuri, personale operativo solo fino al prossimo luglio. E il problema personale inciderà su tutta le attività: 85 sono i medici che mancano, oltre ai medici di famglia che continuano a diminuire, e a questi si aggiunge la carenza di medici e oss. Già oggi la copertura della cosiddetta “attività di guardia” nei pronto soccorso di Saluzzo e Ceva è in appalto a cooperative private di medici.  E in più la Regione impone il recupero delle liste di attesa che, stando alla situazione comune delle Asl e delle Aso del Piemonte, sarà fatto perlopiù dai privati, e il Pnrr impone gli investimenti su ospedali e case di comunità che significa nuove spese e soprattutto nuovo personale o comunque una nuova ridistribuzione del lavoro, a partire dai medici di famiglia.  “Per le liste di attesa - conferma Guerra - noi predisponiamo la possibilità di lavoro in più pagato extra sia per l’attività di sala operatoria che ambulatoriale ampliando orari al venerdì pomeriggio, allungando gli altri pomeriggi e inserendo il sabato. Ma ci vorrà la disponbilità del personale che è spremuto da due anni di Covid. Sulla ripresa delle attività al 2019, che era stato un anno particolarmente intenso, faremo il possibile ma il personale avrà diritto alle ferie estive e la comparazione della produttività, partendo da fine marzo, potrà essere fatta solo su 8 o 9 mesi”. Non saranno tempi facili per la sanità che deve affrontare anche l’emergenza del caro bollette, che è stimato solo per la sanità piemontese costerà più di 100 milioni. Le Regioni hanno chiesto allo Stato un intervento speciale per il Covid di quasi 5 miliardi di euro per ripianare i debiti e le spese affrontate. Per ora sono previsti 800 milioni dal Governo nel decreto Sostegni Ter e Sostegni Bollette, e il Piemonte ne riceverà 58,95 come contributo alle spese sostenute dalla sanità per l’emergenza Covid. Un aiuto concreto, che però andrà a ripianare i bilanci 2021, per le casse della sanità piemontese, ma non sufficiente a colmare il disavanzo che si annuncia per il previsionale del 2022. Ma sarà l’attesa dei tagli delle aziende a fare la differenza, tra i 300 e i 700 milioni. Un disavanzo che riporterà la sanità piemontese a un nuovo piano di rientro, che significa che il sistema sanitario viene commissariato e tutta la gestione e la programmazione deve passare al vaglio del ministero. Un piano di rientro in cui era finito il Piemonte nella gestione Cota, e da cui era uscito con Chiamparino e Saitta nel 2017, che ritornerebbe dunque a distanza di appena cinque anni. Un piano di rientro (oggi sono sette le regioni coinvolte Abruzzo, Calabria, Campania, Lazio, Molise Puglia e Sicilia), che significa controlli, tagli, stop al turn-over. E soprattutto significa ancora rimandare quello che l’amministrazione Cirio e Icardi aveva annunciato da inizio mandato ovvero l’atteso nuovo piano socio-sanitario del Piemonte che è il necessario strumento di programmazione senza il quale i problemi continueranno a riproporsi anno dopo anno. La prova del nove sarà lunedì 28 marzo quando i bilanci preventivi dovrebbero essere comunicati alla quarta commissione del Consiglio regionale dall’assessore Luigi Icardi  
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