Andrea Fantino, di Roccavione, è un antropologo culturale e documentarista che da anni lavora progetti di interesse socio-culturale. L’ultimo in corso di realizzazione è il documentario sull'area di Cuneo nei pressi della Stazione dei treni (titolo: L'Isolato). A Torino durante gli studi ha iniziato ad occuparsi di migrazione ed accoglienza, realizzando ricerche con rifugiati africani, per poi formarsi come documentarista alla Scuola di Cinema di Ostana. Dal 7 al 10 marzo ha preso parte alla spedizione fino al confine rumeno – ucraino, coordinata da “Sapori Reclusi”, un’associazione fossanese e con un pullman messo a disposizione da GrandaBus. L’idea iniziale era di facilitare ricongiungimenti famigliari, andando a caricare profughi ucraini da far venire in Italia. Questa progettualità si è incontrata e fusa con quella del del Banco Azzoaglio, che con la Farmacia della Valle di Cuneo e Cuneo Rent aveva iniziato una raccolta di materiale da inviare dove bisogno. Da Cuneo con lui sono partiti Milena Punzi, capo della spedizione, l’interprete Sofia Querin, l’infermiera Giusi Cantale, il videomaker Filippo Scimione e il fotografo Frediano Cignolini. Un gruppo di persone unite dalla diversità di competenze, che si sono conosciute al momento della partenza e hanno condiviso 4 giorni di viaggio intenso, affrontando insieme gli imprevisti e le difficoltà di un lungo tragitto che ha attraversato più frontiere nel minor tempo possibile per poter offrire un’accoglienza il prima possibile ai rifugiati ucraini al momento dell’arrivo in Italia.
Come è nata la tua collaborazione con il progetto?
Era sabato sera quando Milena Punzi mi chiesto se ero disponibile a partire il lunedì con la videocamera in mano. Mi sono dato una mezza giornata per rispondere, ma sapevo già che sarei partito. Il tema mi è troppo caro, siamo in un momento storico delicato, nessuno di noi sa come potrà svilupparsi questa situazione. Credo che la solidarietà sia il risultato dell'empatia, e come esseri umani dobbiamo sforzarci il più possibile ad essere empatici: anche quando tutto sembra portare altrove ed essere immobili può sembrare la soluzione migliore.
Come è stato il momento in cui avete incontrato le persone da caricare?
Al momento della partenza Sapori Reclusi non aveva una lista delle persone interessate a raggiungere l’Italia. Abbiamo deciso di dare priorità a chi voleva raggiungere parenti e amici. La situazione era comprensibilmente confusa e buona parte si è giocata sul momento, quando sono stati raggiunti i centri di accoglienza istituzionale o informale sul territorio romeno. Così il 9 marzo abbiamo scaricato gli aiuti presso un deposito e caricato a bordo 40 rifugiati: molte donne, bambini, un 16 enne, due signori anziani. La maggior parte delle persone ci aspettavano al Mandachi, un hotel trasformato in un campo profughi con la sala da ballo sontuosa e gigantesca piena di letti e materassi per terra. La tappa successiva è stata Siret: accanto alla dogana siamo andati in una scuola trasformata in un centro d'accoglienza gestito dal Ministero degli Interni del governo romeno. Una volta riempito il bus abbiamo fatto tappa ad un ristorante in cima ad un colle, siamo entrati con un tramonto rosso fuoco, siamo usciti che era notte. Una ragazza ci ha accolto e quando si è resa conto che eravamo in tutto una cinquantina di persone non ho ben capito se la cosa l'ha sorpresa nel bene o nel male, sicuro era sorpresa.
Come è andato il ritorno con il bus pieno di umanità in fuga?
Per me è stato emozionalmente forte. Continuavo a pensare alle persone che erano lì con noi, in viaggio verso l'accoglienza italiana, la richiesta di asilo, la protezione umanitaria, l'ottenimento dei documenti, le lungaggini burocratiche, la lontananza dai cari, i ricongiungimenti famigliari, le notizie dal fronte, la voglia di ritornare, l'apprendimento di una nuova lingua. Verso un futuro indecifrabile, il presente inquieto, il passato sulle spalle. Pensavo a che cosa questa crisi ci avrebbe portato, a che cosa significava essere europei rifugiati in Europa oggi.
Di tempo per pensare e per confrontarmi con gli altri ne ho avuto molto, dato che il viaggio verso Cuneo, che inizialmente doveva essere di 18 ore sulla carta, è durato quasi il doppio a causa della coda al confine con l'Ungheria durata ben 12 ore. La forza dei confini, la tragicità dei confini, l'insensatezza dei confini. Se ne sente sempre parlare. Uno può immaginarsi attese infinite, limbi, respingimenti. Non ho visto nessuna violenza, la polizia alla dogana era gentile, ma esageratamente meticolosa di fronte ad una infinita colonna di auto e bus buona parte dei quali carichi di profughi. Devono passare i documenti uno ad uno, e probabilmente per ogni documento chiudere una pratica non semplice, perché questa è la legge. Poi una volta arrivati in Italia abbiamo lasciato persone al Sermig, e prima a Milano, stazione Lampugnano, e prima ancora vicino a Bergamo e nei pressi di Venezia. Nove persone hanno raggiunto Cuneo: per alcuni una tappa in un viaggio ancora più verso sud. Milena si è occupata della sistemazione di ognuno di loro, rimanendo in contatto con parenti e amici e associazioni locali qui e là. Giorni di lunghe telefonate, di aggiornamenti continui con chi da Cuneo continuava ad occuparsi della possibile accoglienza.
Dei momenti significativi del viaggio?
All’andata, alla frontiera tra Ungheria e Romania, il pullman è stato fermato dai doganieri. Un poliziotto sale sul pullman e ci chiede i documenti. Li raccoglie uno per uno, guardandosi un po' intorno. Scende e va dai suoi colleghi che chiedono alle tre donne sul pullman di scendere. Qualcuno di noi si preoccupa. E si scherza per sdrammatizzare. Vedremo. A me balena un'idea, per un istante. Poi se ne va. Alla fine era quella giusta. Era l'8 marzo! E le tre donne tornano a bordo con in mano un tulipano giallo. Non saranno i fiori a cambiare questa storia assurda dei rapporti tra uomini e donne nel nostro mondo, ma ho comunque pensato che un fiore è pur sempre un fiore e vederlo in dono ad una frontiera non è scontato.
Un altro momento indimenticabile è stato quando Fabrizio della Bus Company, ha chiesto un momento di attenzione e ha salutato tutte le persone a bordo, con un discorso ad alta voce e senza microfono. Spirito un po' da condottiero, uomo della logistica e del trasporto, una vita passata ad accompagnare passeggeri su e giù per il Piemonte e non solo, è lui che in un qualche modo si è preso sulle spalle ed ha espresso un po' quello che sentivamo tutti noi che abbiamo preso parte a questo viaggio, lasciandosi commuovere nei saluti e negli abbracci, pieno di gratitudine verso il gruppo per aver portato a termine - una parola che detesto, ma che può ben raccontare una parte di questo viaggio - una "missione". Agli occhi lucidi di Fabrizio e alla sua voce capace di rompersi è seguito l'applauso della “curva ucraina”, quello sì, pieno di gratitudine, anche in un momento di stanchezza incredibile per tutti quanti, ed è stato un gran momento, nella sua semplicità, che ora mi porta a commuovermi ancora ora.
È stata un'esperienza talmente intensa che in certi momenti ci siamo un poco allontanati dalla grande protagonista di quelle giornate, che aleggiava sullo sfondo, un vero spettro che ha attraversato (in un modo o nell'altro) la quotidianità degli ucraini a bordo: la guerra. Non abbiamo raccolto parole, testimonianze, interviste. Non c'è stato il tempo e soprattutto le condizioni per farlo. Magari un domani, chissà. Le loro storie hanno attraversato 2200 km di Europa. In un modo o nell'altro dovremo prenderle in carico, noi Europei così felici di esserci sbarazzati della guerra in casa fino a ieri. Credo sia un dovere farlo.
La rete di solidarietà non si ferma, volontari, aziende e associazioni si stanno mobilitando per aumentare le opportunità e i viaggi. Sabato 12 e lunedi 14 sono partiti per la Polonia un bilico Lannutti carico di beni di prima necessità e un autobus di Chiesa Viaggi. Per contribuire a far crescere questa rete di solidarietà è possibile effettuare una donazione facendo riferimento a Sapori Reclusi Associazione culturale
