Quando oggi si percorre il Vallone di Gilba si fatica a immaginare che queste montagne fossero un tempo piene di vita. Eppure negli anni Cinquanta e Sessanta, soltanto nella parte alta del vallone, vivevano circa 1200 persone. Le borgate erano ventotto tra parte alta e parte bassa, la scuola accoglieva decine di bambini, i mulini lavoravano senza sosta e ogni famiglia trovava nella montagna ciò che serviva per vivere. Oggi i residenti sono appena una quindicina.
Il Vallone di Gilba si trova in valle Varaita, nel territorio che sale tra Brossasco e Sampeyre, in provincia di Cuneo. È un vallone laterale, meno conosciuto rispetto ad altri luoghi della valle, ma proprio per questo capace di conservare una bellezza silenziosa e autentica. Si divide in due parti: la parte bassa, con circa dodici borgate, e la parte alta, dove le borgate erano circa sedici. Nomi come Lantermini, San Sisto, Danno, Techiasso e le altre piccole borgate sparse sul versante non sono soltanto punti su una mappa, ma frammenti di una vita comunitaria che per generazioni ha abitato queste montagne.
Sono arrivata qui per incontrare Mattia Seymandi, ma ben presto ho capito che questa non era soltanto la storia di una vecchia scuola trasformata in ristorante o di un mulino diventato ospitalità. Era soprattutto la storia di un vallone che rischiava di essere dimenticato.
Ad accogliermi a Lantermini ho trovato Mattia, un ragazzo sorridente, solare e profondamente legato a questo territorio. Camminando insieme tra le case della borgata, mi sono resa conto che ogni edificio, ogni pietra, ogni oggetto recuperato racconta ancora qualcosa del passato. Oggi Lantermini appare tranquilla, quasi sospesa, ma quando i nonni di Mattia erano giovani qui vivevano circa dodici famiglie. C’erano bambini, stalle, campi coltivati, fienili, animali, persone che si conoscevano tutte e che costruivano la propria vita seguendo il ritmo delle stagioni.
La scuola di Lantermini accoglieva i bambini delle borgate vicine e negli anni migliori arrivò ad avere quaranta o cinquanta alunni. Normalmente erano circa una trentina. I bambini arrivavano a piedi, perché la scuola era parte della quotidianità e la distanza non era una scusa. In inverno la neve non fermava nessuno. Anzi, Mattia mi ha raccontato un ricordo dei suoi nonni davvero bellissimo: alcuni bambini, per tornare a casa più velocemente, mettevano la cartella di legno sotto il sedere e si lasciavano scivolare lungo i pendii innevati. Immaginarli così, con le guance rosse, gli zoccoli di legno bagnati e le risate che riempivano il vallone, è forse uno dei modi più belli per restituire voce a un luogo che oggi appare silenzioso.
La scuola chiuse nel 1968, non perché fosse venuta meno la sua importanza, ma perché non c’erano più abbastanza alunni per avviare l’anno scolastico. Gli ultimi bambini furono trasferiti a San Sisto. È una frase semplice, ma dentro contiene tutto il cambiamento delle montagne: prima le scuole erano necessarie perché c’erano tanti bambini, poi lentamente i bambini sono diminuiti, le famiglie sono partite e le borgate hanno iniziato a svuotarsi.
Ma la scuola era solo una parte della vita del vallone. Per capire davvero come si viveva quassù bisogna parlare dei mulini, perché i mulini raccontano meglio di tanti discorsi l’autosufficienza di queste comunità. Nel Vallone di Gilba quasi ogni borgata aveva il proprio mulino. A Lantermini ce n’erano addirittura tre: uno privato, appartenente a una famiglia più facoltosa, e altri utilizzati dagli abitanti della borgata e da quelli delle borgate vicine. Si macinavano soprattutto segale, grano saraceno e, nel tardo autunno, castagne essiccate. Le castagne, in particolare, erano una risorsa preziosa per affrontare l’inverno e diventavano farina, cibo, possibilità di andare avanti.
Oggi siamo abituati ad acquistare il pane senza pensare al lavoro che c’è dietro. Qui invece ogni passaggio richiedeva fatica, tempo e collaborazione. Si coltivava, si raccoglieva, si essiccava, si portava al mulino e si trasformava il raccolto in qualcosa che potesse sfamare la famiglia. Il mulino non era soltanto un edificio tecnico. Era un luogo di vita. Un posto dove si portava il grano, ma anche le notizie. Dove ci si incontrava, si parlava, si aspettava il proprio turno, si misurava il raccolto e forse anche un po’ la fatica dell’anno appena trascorso.
Prima del 1963 non esisteva una strada carrabile che arrivasse fino a San Sisto. Questo significa che tutto ciò che oggi immaginiamo semplice, allora non lo era affatto. Materiali, merci e provviste venivano trasportati con muli, asini o sulle spalle delle persone. La montagna non era comoda, ma era casa. Quando serviva acquistare ciò che non si produceva direttamente nel vallone, si scendeva fino a Venasca per il mercato del lunedì, un appuntamento importante per le famiglie e per gli scambi. Pensare oggi a uomini e donne che lasciavano le borgate per raggiungere il mercato, magari con animali da soma e merci da vendere o comprare, permette di capire quanto ogni spostamento fosse una scelta, una fatica e spesso una necessità.
Mentre ascoltavo questi racconti continuavo a guardare le borgate sparse sul versante. Mille e duecento persone non sono un numero. Sono voci, bambini, stalle, prati falciati, fienili pieni, pane appena sfornato, legna accatastata per l’inverno, donne che impastano, uomini che scendono al mercato, bambini che corrono sulla neve. Sono vite. Forse la cosa più difficile, oggi, è immaginare tutto quel rumore umano in un vallone che ha imparato il silenzio.
È proprio per non perdere questa memoria che Mattia e la sua famiglia hanno deciso di fare qualcosa. La vecchia scuola non poteva essere dimenticata!
Originario del posto, diplomato geometra, avrebbe potuto seguire un percorso molto diverso. Suo padre ha un’impresa edile e per lui sembrava naturale continuare in quella direzione. “Io ero certo che avrei fatto il muratore nella sua azienda” racconta. Invece la prima vera esperienza l’ha fatta proprio qui, ristrutturando quello che era diventato un rudere e trasformandolo, insieme alla famiglia, nel luogo che oggi accoglie chi arriva a Lantermini.
Prima ancora de La Scola e Lou Mulin, però, è nata l’associazione Gilba Viva, un progetto collettivo pensato per ridare attenzione al vallone. L’associazione ha iniziato a recuperare le feste tradizionali, sistemare la sentieristica e creare percorsi ad anello per permettere alle persone di scoprire queste borgate non come luoghi abbandonati, ma come spazi ancora pieni di memoria. Perché un territorio torna vivo anche così: ripulendo un sentiero, riaccendendo una festa, facendo venire voglia a qualcuno di salire fin quassù.
Mancava però una parte di accoglienza, un luogo dove fermarsi, mangiare, dormire e sentire davvero il respiro del vallone. Così nasce l’idea de La Scola e Lou Mulin. La vecchia scuola, che aveva visto la sua ultima classe nel 1968, è diventata un ristorante. Ma non ha perso la propria identità. Entrando si possono ancora vedere la lavagna, le cartine geografiche, i banchi, i quaderni. Tra quelle pagine ci sono anche i temi dello zio di Mattia, che nel 1966 frequentava questa piccola scuola di montagna. La cosa più bella è pensare che quasi tutta la sua famiglia, un tempo, sia passata da quelle stesse aule e che oggi i suoi nonni possano sedersi a mangiare proprio dove da bambini imparavano aste, lettere e numeri.
Il ristorante è gestito da Mattia insieme alla mamma e propone una cucina semplice, casalinga, legata al territorio. Frutta e verdura arrivano dagli orti, la pasta fatta in casa racconta ancora la manualità delle cucine di montagna e tra i piatti si trovano anche le raviolas, tipiche della valle, in una versione particolare con le patate viola coltivate in borgata. È una cucina senza ostentazione, che non cerca di stupire a tutti i costi, ma di far sentire il legame con il luogo.
Accanto alla vecchia scuola c’è il mulino, un altro recupero importante e suggestivo.
Un antico mulino dismesso è stato ristrutturato e trasformato in ospitalità, mantenendo però ben visibile la sua storia. La camera più particolare è la Camera Macina. Al suo interno, grazie a un pavimento in vetro, si possono ancora vedere gli ingranaggi originali e il letto è stato collocato proprio dove un tempo si trovava l’antica macina. Dormire lì significa stare dentro una storia, non semplicemente dentro una stanza.
Ci sono poi la Camera Abete e la Camera Cirmolo, dove il profumo del legno accompagna il riposo, e la Camera Stelle, con una grande apertura sul cielo che permette di addormentarsi guardando la notte sopra il vallone. Ovunque si incontrano oggetti antichi, attrezzi recuperati, fotografie, piccoli pezzi di memoria salvati dall’oblio. Nulla sembra messo lì per decorazione. Ogni cosa pare avere ancora una voce, come se aspettasse soltanto qualcuno disposto ad ascoltarla.
C’è anche un piccolo museo collegato al libro scritto dalla zia di Mattia, un libro che raccoglie storie e ricordi della vita di un tempo. È una stanza preziosa, perché racconta una memoria domestica e collettiva insieme. Non una memoria da manuale, ma quella fatta di oggetti, nomi, episodi, lavori, paure, stagioni e racconti tramandati.
“Questo è un posto per ritrovare un po’ la pace” mi dice Mattia. Racconta di ospiti arrivati tesi, ancora pieni del rumore e della velocità della vita quotidiana, e ripartiti dopo qualche giorno con un passo diverso, più lento. Lasciarsi cullare da un luogo così significa accettare che la montagna non si attraversa in fretta. La montagna chiede tempo. Chiede occhi. Chiede silenzio.
Mattia è consapevole della fatica che comporta lavorare in montagna. “Di opportunità ce ne sono, ma bisogna crederci. Bisogna investire tempo, denaro, impegno e sapere che nei mesi estivi si deve galoppare” mi racconta. Ha scelto di non restare aperto tutto l’anno. Durante l’inverno il ritmo rallenta e può dedicarsi ad altre passioni, soprattutto al lavoro del legno e ai continui miglioramenti della struttura. Un progetto che cresce un po’ alla volta, seguendo gli stessi tempi lenti della montagna.
Mentre lasciavo Lantermini continuavo a guardare le borgate sparse sul versante e a ripensare alle storie ascoltate durante la giornata. Ai bambini che tornavano da scuola scivolando sulla neve con la cartella sotto il sedere. Ai muli che percorrevano i sentieri carichi di merci quando la strada ancora non esisteva. Ai mulini che trasformavano segale, grano saraceno e castagne in farina. Alle famiglie che riempivano ogni casa del vallone e alle voci che un tempo risuonavano tra queste montagne.
Oggi gran parte di quel mondo non esiste più.
Eppure il Vallone di Gilba non è diventato un luogo senza memoria.
Grazie a persone come Mattia e alla sua famiglia, le vecchie scuole continuano a raccontare i bambini che le hanno frequentate, i mulini ricordano il lavoro di intere generazioni e le borgate conservano ancora le tracce di una vita che sembrava destinata a scomparire.
Forse il vero valore di questo progetto non è aver trasformato una scuola in un ristorante o un mulino in una camera dove dormire.
È aver impedito che la storia di un intero vallone venisse dimenticata.
E in un tempo in cui molti luoghi rischiano di perdere la propria identità, non è affatto poco.