(Foto Pixabay)
17 luglio 1994, stadio Rose Bowl di Pasadena, California. La finale dei primi Mondiali di calcio giocati negli Stati Uniti, si gioca tra Italia e Brasile in una partita che, alla fine dei tempi supplementari, registra ancora un risultato di parità a reti inviolate. Per la prima volta nella storia, la Coppa del Mondo deve essere assegnata ai calci di rigore. E l’Italia perde la finale 3-2. Tutti conoscono la storia del rigore calciato da Roberto Baggio, che si presentò al dischetto per l’ultimo tiro con il punteggio di 2 gol a 3 per il Brasile e spedì la palla alta sopra la traversa, consegnando la vittoria alla squadra sudamericana. La responsabilità della sconfitta non fu esclusivamente del giocatore veneto, che anzi in quei Mondiali fu il vero trascinatore della Nazionale e giocò la finale in condizione fisica precaria, poichè prima di lui avevano sbagliato altri due campioni, Franco Baresi che tirò alto e Daniele Massaro che fu parato dal portiere Taffarel; tuttavia quello è rimasto un episodio che a distanza di 32 anni Baggio ancora considera con dolore, come ha ricordato in una recente intervista. Però nella sua biografia ufficiale del 2001, Baggio rielabora quel traumatico errore dicendo che “i rigori li sbaglia soltanto chi ha il coraggio di tirarli”. Lo sport è ricco di episodi come questo, che dimostrano il valore dello sbaglio, quando mette in risalto una qualità essenziale di un campione: la capacità di superare i fallimenti.
Un altro campo in cui l’errore è un elemento prezioso di evoluzione è la scienza: le teorie che si rivelano fallaci perché non avvalorate dai dati e dagli esperimenti, sono passaggi fondamentali per raggiungere il risultato finale di una maggiore conoscenza del nostro universo. Semplicemente perché chiudono delle piste di ricerca e consentono ad altri studiosi di concentrarsi su quelle ancora aperte, ancora da verificare.
Il diritto al fallimento dovrebbe essere uno dei principi fondanti anche nel campo dell’educazione, perché alle giovani e ai giovani, durante il loro percorso formativo, deve essere consentita la possibilità di commettere errori, di percorrere strade autonome e poi di tornare indietro se si rivelano chiuse, di scrivere, cancellare e riscrivere il proprio progetto di persona adulta. Non riconoscere questo diritto, espone chi cresce a pericoli fatali per lo sviluppo della personalità: la fatica ad esprimere sé stessi e a riconoscere e sviluppare i propri talenti; la dipendenza dall’approvazione altrui, soprattutto quella dei genitori o dei pari età; l’ansia da prestazione, che consuma le energie di tanti giovani e spesso li paralizza, rendendoli incapaci di affrontare le sfide più impegnative. Il diritto al fallimento è una condizione necessaria per far crescere i giovani liberi dalla paura, capaci di sviluppare la propria personalità e le proprie caratteristiche e attraverso esse fornire un contributo attivo alla vita collettiva. Riconoscere il diritto di sbagliare, consente anche di insegnare la responsabilità, cioè la consapevolezza di doversi assumere il carico delle conseguenze delle proprie azioni, di adoperarsi per correggere l’errore, mitigarne gli effetti negativi, e consente di aiutare i giovani a radicare dentro di sé i valori della giustizia riparativa, uno dei principi basilari delle società democratiche moderne fondate sulla consapevolezza dell’interdipendenza delle persone.
Assumere il fallimento come un fattore positivo di crescita consentirebbe anche di superare un vizio radicato nella società italiana, uno dei più pesanti fattori di lentezza di sviluppo, se non di immobilità: la mancanza di coraggio nel consegnare posizioni di decisione ai giovani, con la scusa che non hanno abbastanza esperienza e che perciò sarebbero più portati all’errore. In tutti i campi, dalla politica al governo delle imprese, persino nel volontariato, si registrano situazioni in cui la vecchia guardia fa fatica a lasciare il posto alla nuova generazione, temendo che possa sbagliare per ingenuità, impulsività, fretta. Così si raffreddano le energie più potenti e vitali o, come accade sempre più spesso, le si spinge a cercare altri luoghi in cui esprimersi.
editoriale
(Foto Pixabay)
17 luglio 1994, stadio Rose Bowl di Pasadena, California. La finale dei primi Mondiali di calcio giocati negli Stati Uniti, si gioca tra Italia e Brasile in una partita che, alla fine dei tempi supplementari, registra ancora un risultato di parità a reti inviolate. Per la prima volta nella storia, la Coppa del Mondo deve essere assegnata ai calci di rigore. E l’Italia perde la finale 3-2. Tutti conoscono la storia del rigore calciato da Roberto Baggio, che si presentò al dischetto per l’ultimo tiro con il punteggio di 2 gol a 3 per il Brasile e spedì la palla alta sopra la traversa, consegnando la vittoria alla squadra sudamericana. La responsabilità della sconfitta non fu esclusivamente del giocatore veneto, che anzi in quei Mondiali fu il vero trascinatore della Nazionale e giocò la finale in condizione fisica precaria, poichè prima di lui avevano sbagliato altri due campioni, Franco Baresi che tirò alto e Daniele Massaro che fu parato dal portiere Taffarel; tuttavia quello è rimasto un episodio che a distanza di 32 anni Baggio ancora considera con dolore, come ha ricordato in una recente intervista. Però nella sua biografia ufficiale del 2001, Baggio rielabora quel traumatico errore dicendo che “i rigori li sbaglia soltanto chi ha il coraggio di tirarli”. Lo sport è ricco di episodi come questo, che dimostrano il valore dello sbaglio, quando mette in risalto una qualità essenziale di un campione: la capacità di superare i fallimenti.
Un altro campo in cui l’errore è un elemento prezioso di evoluzione è la scienza: le teorie che si rivelano fallaci perché non avvalorate dai dati e dagli esperimenti, sono passaggi fondamentali per raggiungere il risultato finale di una maggiore conoscenza del nostro universo. Semplicemente perché chiudono delle piste di ricerca e consentono ad altri studiosi di concentrarsi su quelle ancora aperte, ancora da verificare.
Il diritto al fallimento dovrebbe essere uno dei principi fondanti anche nel campo dell’educazione, perché alle giovani e ai giovani, durante il loro percorso formativo, deve essere consentita la possibilità di commettere errori, di percorrere strade autonome e poi di tornare indietro se si rivelano chiuse, di scrivere, cancellare e riscrivere il proprio progetto di persona adulta. Non riconoscere questo diritto, espone chi cresce a pericoli fatali per lo sviluppo della personalità: la fatica ad esprimere sé stessi e a riconoscere e sviluppare i propri talenti; la dipendenza dall’approvazione altrui, soprattutto quella dei genitori o dei pari età; l’ansia da prestazione, che consuma le energie di tanti giovani e spesso li paralizza, rendendoli incapaci di affrontare le sfide più impegnative. Il diritto al fallimento è una condizione necessaria per far crescere i giovani liberi dalla paura, capaci di sviluppare la propria personalità e le proprie caratteristiche e attraverso esse fornire un contributo attivo alla vita collettiva. Riconoscere il diritto di sbagliare, consente anche di insegnare la responsabilità, cioè la consapevolezza di doversi assumere il carico delle conseguenze delle proprie azioni, di adoperarsi per correggere l’errore, mitigarne gli effetti negativi, e consente di aiutare i giovani a radicare dentro di sé i valori della giustizia riparativa, uno dei principi basilari delle società democratiche moderne fondate sulla consapevolezza dell’interdipendenza delle persone.
Assumere il fallimento come un fattore positivo di crescita consentirebbe anche di superare un vizio radicato nella società italiana, uno dei più pesanti fattori di lentezza di sviluppo, se non di immobilità: la mancanza di coraggio nel consegnare posizioni di decisione ai giovani, con la scusa che non hanno abbastanza esperienza e che perciò sarebbero più portati all’errore. In tutti i campi, dalla politica al governo delle imprese, persino nel volontariato, si registrano situazioni in cui la vecchia guardia fa fatica a lasciare il posto alla nuova generazione, temendo che possa sbagliare per ingenuità, impulsività, fretta. Così si raffreddano le energie più potenti e vitali o, come accade sempre più spesso, le si spinge a cercare altri luoghi in cui esprimersi.
I rigori li sbaglia soltanto chi ha il coraggio di tirarli
28 giugno 2026
Cuneo
(Foto Pixabay)
17 luglio 1994, stadio Rose Bowl di Pasadena, California. La finale dei primi Mondiali di calcio giocati negli Stati Uniti, si gioca tra Italia e Brasile in una partita che, alla fine dei tempi supplementari, registra ancora un risultato di parità a reti inviolate. Per la prima volta nella storia, la Coppa del Mondo deve essere assegnata ai calci di rigore. E l’Italia perde la finale 3-2. Tutti conoscono la storia del rigore calciato da Roberto Baggio, che si presentò al dischetto per l’ultimo tiro con il punteggio di 2 gol a 3 per il Brasile e spedì la palla alta sopra la traversa, consegnando la vittoria alla squadra sudamericana. La responsabilità della sconfitta non fu esclusivamente del giocatore veneto, che anzi in quei Mondiali fu il vero trascinatore della Nazionale e giocò la finale in condizione fisica precaria, poichè prima di lui avevano sbagliato altri due campioni, Franco Baresi che tirò alto e Daniele Massaro che fu parato dal portiere Taffarel; tuttavia quello è rimasto un episodio che a distanza di 32 anni Baggio ancora considera con dolore, come ha ricordato in una recente intervista. Però nella sua biografia ufficiale del 2001, Baggio rielabora quel traumatico errore dicendo che “i rigori li sbaglia soltanto chi ha il coraggio di tirarli”. Lo sport è ricco di episodi come questo, che dimostrano il valore dello sbaglio, quando mette in risalto una qualità essenziale di un campione: la capacità di superare i fallimenti.
Un altro campo in cui l’errore è un elemento prezioso di evoluzione è la scienza: le teorie che si rivelano fallaci perché non avvalorate dai dati e dagli esperimenti, sono passaggi fondamentali per raggiungere il risultato finale di una maggiore conoscenza del nostro universo. Semplicemente perché chiudono delle piste di ricerca e consentono ad altri studiosi di concentrarsi su quelle ancora aperte, ancora da verificare.
Il diritto al fallimento dovrebbe essere uno dei principi fondanti anche nel campo dell’educazione, perché alle giovani e ai giovani, durante il loro percorso formativo, deve essere consentita la possibilità di commettere errori, di percorrere strade autonome e poi di tornare indietro se si rivelano chiuse, di scrivere, cancellare e riscrivere il proprio progetto di persona adulta. Non riconoscere questo diritto, espone chi cresce a pericoli fatali per lo sviluppo della personalità: la fatica ad esprimere sé stessi e a riconoscere e sviluppare i propri talenti; la dipendenza dall’approvazione altrui, soprattutto quella dei genitori o dei pari età; l’ansia da prestazione, che consuma le energie di tanti giovani e spesso li paralizza, rendendoli incapaci di affrontare le sfide più impegnative. Il diritto al fallimento è una condizione necessaria per far crescere i giovani liberi dalla paura, capaci di sviluppare la propria personalità e le proprie caratteristiche e attraverso esse fornire un contributo attivo alla vita collettiva. Riconoscere il diritto di sbagliare, consente anche di insegnare la responsabilità, cioè la consapevolezza di doversi assumere il carico delle conseguenze delle proprie azioni, di adoperarsi per correggere l’errore, mitigarne gli effetti negativi, e consente di aiutare i giovani a radicare dentro di sé i valori della giustizia riparativa, uno dei principi basilari delle società democratiche moderne fondate sulla consapevolezza dell’interdipendenza delle persone.
Assumere il fallimento come un fattore positivo di crescita consentirebbe anche di superare un vizio radicato nella società italiana, uno dei più pesanti fattori di lentezza di sviluppo, se non di immobilità: la mancanza di coraggio nel consegnare posizioni di decisione ai giovani, con la scusa che non hanno abbastanza esperienza e che perciò sarebbero più portati all’errore. In tutti i campi, dalla politica al governo delle imprese, persino nel volontariato, si registrano situazioni in cui la vecchia guardia fa fatica a lasciare il posto alla nuova generazione, temendo che possa sbagliare per ingenuità, impulsività, fretta. Così si raffreddano le energie più potenti e vitali o, come accade sempre più spesso, le si spinge a cercare altri luoghi in cui esprimersi.