(foto Pixabay)
Sono quindi iniziati i campionati mondiali di calcio maschile, l’evento sportivo più seguito nel mondo insieme alle oOlimpiadi estive... ma dovremmo forse pensare, come il padre Jorge del “Nome della rosa”, che ciò che è gioco, leggerezza, riso allontani dalla serietà del cammino religioso e biblico? In prima battuta, sembrerebbe di sì. Di gioco e di riso nella Bibbia si parla poco, e sono stati i greci, non i semiti, a inventarsi le Olimpiadi, l’idea di un evento sportivo che assume un rilievo internazionale.
È però vero che il gioco compare nella Bibbia, raramente ma in contesti positivi: è un gioco, sebbene di taglio diverso, l’inseguimento tra amanti di cui si parla nel Cantico dei Cantici, e si presenta con piacere il “Leviatano” (Sal 103,26) che si diverte a giocare nel mare, anzi, sembrerebbe possibile leggere questo versetto come se fosse Dio stesso a divertirsi insieme a lui (l’ultima traduzione CEI lo interpreta così). Viene d’altronde presentata nell’atto di “giocare” anche la Sapienza (Pr 8,30-31) in un inno che è fondamentale per l’interpretazione del libro intero. In quello stesso passo della sapienza si dice che sia stata presente nel momento in cui Dio creava: è quindi pensata come qualcosa di increato, e diversi cristiani ci hanno visto l’anticipo dell’intuizione dello Spirito Santo. Se così fosse, è Dio stesso a giocare e a dilettarsi. In più, a essere presentata nell’atto di giocare e dilettarsi è la sapienza, ossia quel principio divino che gli uomini possono intuire, a suggerire che si tratta di un elemento divino accessibile agli esseri umani, che cercando la propria umanità più piena si avvicinano a Dio. Come a dire che i passi saranno pochi, ma sono decisamente “pesanti” e lasciano intendere che tutta la seriosità di padre Jorge come minimo non è condivisa da alcuni autori biblici.
Ma in eventi come i grandissimi appuntamenti sportivi internazionali accade anche altro. Da una parte l’impostazione di fondo è nazionalista, perché sono squadre nazionali a confrontarsi, e anche quando, con i giochi olimpici, ci troviamo di fronte a sport individuali, le medaglie vengono comunque contate per nazione. Dall’altra parte, però, è estremamente difficile trovare tra gli atleti e tra gli spettatori quel clima di scontro e di sfida “cattiva” che invece riscontriamo più frequentemente in campionati sportivi nazionali. Fa un po’ parte della retorica dei giochi olimpici e dei mondiali di calcio, ma anche perché affonda le radici nella realtà, l’impressione che in quelle occasioni sia molto più facile concentrarsi sull’evento sportivo, sull’incontro tra nazioni diverse, sulla festa insieme. Soprattutto i mondiali di calcio, particolarmente nella loro prima fase, possono diventare occasione per ampliare le nostre conoscenze geografiche (quanti sapevamo dell’esistenza di Curaçao fino a questi mondiali? E quanti buttano un occhio sull’inizio delle partite per vedere le divise, provare a riconoscere le bandiere, ascoltare gli inni nazionali? Quanto scopriamo del modo di vivere la gioia e la festa delle diverse culture, notare i modi diversi con cui fanno tifo?).
D’altronde, la differenza tra lingue e gruppi umani fa parte dell’umanità da sempre, e la troviamo ovviamente anche nella Bibbia. Merita fare attenzione ad esempio a un passaggio specifico, quello della torre di Babele, dove la divisione in lingue viene presentata come conseguenza della dannazione divina di fronte all’orgoglio umano. Si direbbe quindi che le lingue siano un male voluto da Dio per dividere gli uomini. Però immediatamente prima del racconto della torre (in Genesi 10, mentre l’episodio di Babele è nel capitolo 11), troviamo già una divisione dell’umanità in settantadue “genti”. Si direbbe che non esista una lettura univoca del dato della divisione delle lingue. Può essere sintomo e conseguenza di orgoglio e scontro, ma anche di pacifica e variegata convivenza.
Dai frutti, insomma, si può riconoscere l’eventuale bontà di un evento, anche di un evento “leggero” e sportivo come i mondiali di calcio. Siamo un po’ rimessi nella situazione di Barnaba, inviato da Gerusalemme per andare a verificare e probabilmente sanzionare ciò che accadeva ad Antiochia, dove cristiani ebrei e non ebrei avevano iniziato a celebrare insieme l’eucaristia (Atti 11). Costui, arrivato là, vide che gli esiti di quella convivenza erano buoni, erano di armonia e gioia, e vi riconobbe i frutti dello Spirito, esortando gli antiocheni a proseguire così e difendendo a Gerusalemme la loro scelta. Anche noi dovremmo probabilmente rinunciare alle categorie precostituite di valutazione e giudizio e rimetterci a indagare, incuriositi, le conseguenze. Là dove cresce un’umanità in pace e armonia, in gioco e festa, in amore e magnanimità, dove insomma ci sono i frutti dello Spirito, è lo Spirito stesso ad agire, «e contro queste cose non c’è Legge» (Gal 5,22).
editoriale
(foto Pixabay)
Sono quindi iniziati i campionati mondiali di calcio maschile, l’evento sportivo più seguito nel mondo insieme alle oOlimpiadi estive... ma dovremmo forse pensare, come il padre Jorge del “Nome della rosa”, che ciò che è gioco, leggerezza, riso allontani dalla serietà del cammino religioso e biblico? In prima battuta, sembrerebbe di sì. Di gioco e di riso nella Bibbia si parla poco, e sono stati i greci, non i semiti, a inventarsi le Olimpiadi, l’idea di un evento sportivo che assume un rilievo internazionale.
È però vero che il gioco compare nella Bibbia, raramente ma in contesti positivi: è un gioco, sebbene di taglio diverso, l’inseguimento tra amanti di cui si parla nel Cantico dei Cantici, e si presenta con piacere il “Leviatano” (Sal 103,26) che si diverte a giocare nel mare, anzi, sembrerebbe possibile leggere questo versetto come se fosse Dio stesso a divertirsi insieme a lui (l’ultima traduzione CEI lo interpreta così). Viene d’altronde presentata nell’atto di “giocare” anche la Sapienza (Pr 8,30-31) in un inno che è fondamentale per l’interpretazione del libro intero. In quello stesso passo della sapienza si dice che sia stata presente nel momento in cui Dio creava: è quindi pensata come qualcosa di increato, e diversi cristiani ci hanno visto l’anticipo dell’intuizione dello Spirito Santo. Se così fosse, è Dio stesso a giocare e a dilettarsi. In più, a essere presentata nell’atto di giocare e dilettarsi è la sapienza, ossia quel principio divino che gli uomini possono intuire, a suggerire che si tratta di un elemento divino accessibile agli esseri umani, che cercando la propria umanità più piena si avvicinano a Dio. Come a dire che i passi saranno pochi, ma sono decisamente “pesanti” e lasciano intendere che tutta la seriosità di padre Jorge come minimo non è condivisa da alcuni autori biblici.
Ma in eventi come i grandissimi appuntamenti sportivi internazionali accade anche altro. Da una parte l’impostazione di fondo è nazionalista, perché sono squadre nazionali a confrontarsi, e anche quando, con i giochi olimpici, ci troviamo di fronte a sport individuali, le medaglie vengono comunque contate per nazione. Dall’altra parte, però, è estremamente difficile trovare tra gli atleti e tra gli spettatori quel clima di scontro e di sfida “cattiva” che invece riscontriamo più frequentemente in campionati sportivi nazionali. Fa un po’ parte della retorica dei giochi olimpici e dei mondiali di calcio, ma anche perché affonda le radici nella realtà, l’impressione che in quelle occasioni sia molto più facile concentrarsi sull’evento sportivo, sull’incontro tra nazioni diverse, sulla festa insieme. Soprattutto i mondiali di calcio, particolarmente nella loro prima fase, possono diventare occasione per ampliare le nostre conoscenze geografiche (quanti sapevamo dell’esistenza di Curaçao fino a questi mondiali? E quanti buttano un occhio sull’inizio delle partite per vedere le divise, provare a riconoscere le bandiere, ascoltare gli inni nazionali? Quanto scopriamo del modo di vivere la gioia e la festa delle diverse culture, notare i modi diversi con cui fanno tifo?).
D’altronde, la differenza tra lingue e gruppi umani fa parte dell’umanità da sempre, e la troviamo ovviamente anche nella Bibbia. Merita fare attenzione ad esempio a un passaggio specifico, quello della torre di Babele, dove la divisione in lingue viene presentata come conseguenza della dannazione divina di fronte all’orgoglio umano. Si direbbe quindi che le lingue siano un male voluto da Dio per dividere gli uomini. Però immediatamente prima del racconto della torre (in Genesi 10, mentre l’episodio di Babele è nel capitolo 11), troviamo già una divisione dell’umanità in settantadue “genti”. Si direbbe che non esista una lettura univoca del dato della divisione delle lingue. Può essere sintomo e conseguenza di orgoglio e scontro, ma anche di pacifica e variegata convivenza.
Dai frutti, insomma, si può riconoscere l’eventuale bontà di un evento, anche di un evento “leggero” e sportivo come i mondiali di calcio. Siamo un po’ rimessi nella situazione di Barnaba, inviato da Gerusalemme per andare a verificare e probabilmente sanzionare ciò che accadeva ad Antiochia, dove cristiani ebrei e non ebrei avevano iniziato a celebrare insieme l’eucaristia (Atti 11). Costui, arrivato là, vide che gli esiti di quella convivenza erano buoni, erano di armonia e gioia, e vi riconobbe i frutti dello Spirito, esortando gli antiocheni a proseguire così e difendendo a Gerusalemme la loro scelta. Anche noi dovremmo probabilmente rinunciare alle categorie precostituite di valutazione e giudizio e rimetterci a indagare, incuriositi, le conseguenze. Là dove cresce un’umanità in pace e armonia, in gioco e festa, in amore e magnanimità, dove insomma ci sono i frutti dello Spirito, è lo Spirito stesso ad agire, «e contro queste cose non c’è Legge» (Gal 5,22).
Là dove cresce un’umanità in pace e armonia, in gioco e festa, è lo Spirito stesso ad agire
21 giugno 2026
Cuneo
(foto Pixabay)
Sono quindi iniziati i campionati mondiali di calcio maschile, l’evento sportivo più seguito nel mondo insieme alle oOlimpiadi estive... ma dovremmo forse pensare, come il padre Jorge del “Nome della rosa”, che ciò che è gioco, leggerezza, riso allontani dalla serietà del cammino religioso e biblico? In prima battuta, sembrerebbe di sì. Di gioco e di riso nella Bibbia si parla poco, e sono stati i greci, non i semiti, a inventarsi le Olimpiadi, l’idea di un evento sportivo che assume un rilievo internazionale.
È però vero che il gioco compare nella Bibbia, raramente ma in contesti positivi: è un gioco, sebbene di taglio diverso, l’inseguimento tra amanti di cui si parla nel Cantico dei Cantici, e si presenta con piacere il “Leviatano” (Sal 103,26) che si diverte a giocare nel mare, anzi, sembrerebbe possibile leggere questo versetto come se fosse Dio stesso a divertirsi insieme a lui (l’ultima traduzione CEI lo interpreta così). Viene d’altronde presentata nell’atto di “giocare” anche la Sapienza (Pr 8,30-31) in un inno che è fondamentale per l’interpretazione del libro intero. In quello stesso passo della sapienza si dice che sia stata presente nel momento in cui Dio creava: è quindi pensata come qualcosa di increato, e diversi cristiani ci hanno visto l’anticipo dell’intuizione dello Spirito Santo. Se così fosse, è Dio stesso a giocare e a dilettarsi. In più, a essere presentata nell’atto di giocare e dilettarsi è la sapienza, ossia quel principio divino che gli uomini possono intuire, a suggerire che si tratta di un elemento divino accessibile agli esseri umani, che cercando la propria umanità più piena si avvicinano a Dio. Come a dire che i passi saranno pochi, ma sono decisamente “pesanti” e lasciano intendere che tutta la seriosità di padre Jorge come minimo non è condivisa da alcuni autori biblici.
Ma in eventi come i grandissimi appuntamenti sportivi internazionali accade anche altro. Da una parte l’impostazione di fondo è nazionalista, perché sono squadre nazionali a confrontarsi, e anche quando, con i giochi olimpici, ci troviamo di fronte a sport individuali, le medaglie vengono comunque contate per nazione. Dall’altra parte, però, è estremamente difficile trovare tra gli atleti e tra gli spettatori quel clima di scontro e di sfida “cattiva” che invece riscontriamo più frequentemente in campionati sportivi nazionali. Fa un po’ parte della retorica dei giochi olimpici e dei mondiali di calcio, ma anche perché affonda le radici nella realtà, l’impressione che in quelle occasioni sia molto più facile concentrarsi sull’evento sportivo, sull’incontro tra nazioni diverse, sulla festa insieme. Soprattutto i mondiali di calcio, particolarmente nella loro prima fase, possono diventare occasione per ampliare le nostre conoscenze geografiche (quanti sapevamo dell’esistenza di Curaçao fino a questi mondiali? E quanti buttano un occhio sull’inizio delle partite per vedere le divise, provare a riconoscere le bandiere, ascoltare gli inni nazionali? Quanto scopriamo del modo di vivere la gioia e la festa delle diverse culture, notare i modi diversi con cui fanno tifo?).
D’altronde, la differenza tra lingue e gruppi umani fa parte dell’umanità da sempre, e la troviamo ovviamente anche nella Bibbia. Merita fare attenzione ad esempio a un passaggio specifico, quello della torre di Babele, dove la divisione in lingue viene presentata come conseguenza della dannazione divina di fronte all’orgoglio umano. Si direbbe quindi che le lingue siano un male voluto da Dio per dividere gli uomini. Però immediatamente prima del racconto della torre (in Genesi 10, mentre l’episodio di Babele è nel capitolo 11), troviamo già una divisione dell’umanità in settantadue “genti”. Si direbbe che non esista una lettura univoca del dato della divisione delle lingue. Può essere sintomo e conseguenza di orgoglio e scontro, ma anche di pacifica e variegata convivenza.
Dai frutti, insomma, si può riconoscere l’eventuale bontà di un evento, anche di un evento “leggero” e sportivo come i mondiali di calcio. Siamo un po’ rimessi nella situazione di Barnaba, inviato da Gerusalemme per andare a verificare e probabilmente sanzionare ciò che accadeva ad Antiochia, dove cristiani ebrei e non ebrei avevano iniziato a celebrare insieme l’eucaristia (Atti 11). Costui, arrivato là, vide che gli esiti di quella convivenza erano buoni, erano di armonia e gioia, e vi riconobbe i frutti dello Spirito, esortando gli antiocheni a proseguire così e difendendo a Gerusalemme la loro scelta. Anche noi dovremmo probabilmente rinunciare alle categorie precostituite di valutazione e giudizio e rimetterci a indagare, incuriositi, le conseguenze. Là dove cresce un’umanità in pace e armonia, in gioco e festa, in amore e magnanimità, dove insomma ci sono i frutti dello Spirito, è lo Spirito stesso ad agire, «e contro queste cose non c’è Legge» (Gal 5,22).