Della nuova Enciclica si continua a parlare ed è giusto che sia così. Papa Leone XIV ha toccato temi fondamentali e ripreso in modo chiarissimo la Dottrina Sociale della Chiesa. Sarebbe riduttivo e, in parte, fuorviante dire che si tratti di un’Enciclica “sull’intelligenza artificiale”, perché l’attenzione del Papa è rivolta, innanzitutto, alla dignità della persona che, oggi, deve essere protetta e promossa in un tempo caratterizzato anche dall’irruzione dell’intelligenza artificiale nella vita sociale, economica, culturale e politica.
Il Papa fa chiarezza su molti aspetti legati a questi nuovi strumenti, a cominciare dallo stesso concetto di “intelligenza”. Scrive Papa Leone che è necessario “evitare l’equivoco di equiparare questa “intelligenza” a quella umana. Questi sistemi imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana. Nel farlo, spesso la superano per velocità e ampiezza di calcolo, offrendo benefici concreti in numerosi campi … E tuttavia, questa potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati: le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza … non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze … non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente”; anche quando si dice che questi sistemi “apprendono”, prosegue il Papa, bisogna fare attenzione, perché, per le macchine, il processo di apprendimento, “Non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita e cresce nel tempo attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà; è piuttosto un adattamento statistico a partire da dati e riscontri, che può essere molto efficace, ma non implica una crescita interiore”.
Che l’autentico apprendimento sia crescita interiore e che saggezza, conoscenza, cultura e informazione siano cose ben diverse tra loro sono concetti che paiono dimenticati. Eppure, in contesti del tutto differenti, Thomas Stearns Eliot, poeta, drammaturgo e scrittore di origini statunitensi e vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1948, già nel 1934 scrisse “Dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza? Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione?”.
Sono passati oltre novant’anni da quando il genio poetico di Eliot intuì quanto stava capitando e che, ancora oggi, rappresenta uno dei grandi equivoci sui quali non si riflette mai abbastanza.
Non c’è nulla di male nella conoscenza e nell’informazione; al contrario, la complessità del nostro tempo richiede di adempiere a quello che, oramai, può essere considerato il dovere civico di informarsi e conoscere fatti e punti di vista, altrimenti non è possibile formare ed esprimere un pensiero realmente consapevole.
Tuttavia, ridurre la saggezza a conoscenza e quest’ultima a informazione rappresenterebbe una grave ingenuità che, allo stesso tempo, consegnerebbe alle macchine un primato che non compete loro e priverebbe le persone del riconoscimento di ciò che è autenticamente umano, e cioè la dimensione di crescita interiore dell’apprendimento e l’innato orientamento a collocare la conoscenza nella ricerca del senso ultimo delle cose.
La società dell’informazione, l’economia dei dati, i motori di ricerca e tutti gli algoritmi predittivi che si possono immaginare, in sé, non potranno mai essere autentici strumenti di conoscenza se verranno costruiti e utilizzati con una illusoria ambizione di autosufficienza.
Si tratta, tuttavia, di una tentazione forte, che rappresenta un pericolo da affrontare sin dal momento della progettazione di questi sistemi. A questo riguardo, tra le prime osservazioni di Papa Leone nell’Enciclica, c’è quella che mette in guardia dal ritenere gli applicativi di intelligenza artificiale degli strumenti neutri. In realtà, osserva il Papa, la tecnologia “non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”. In altre parole, le “res novae” dei nostri tempi impongono che l’elaborazione di presidi a tutela del rispetto della dignità umana non sia rivolta solo al momento dell’utilizzo delle nuove tecnologie, ma comprenda prima di tutto la fase delle decisioni progettuali relative ai dispositivi. Si tratta, quindi, di decidere come gestire questo grande potere che, oggi, è nelle mani di pochissime persone, certamente non disinteressate.
editoriale
Della nuova Enciclica si continua a parlare ed è giusto che sia così. Papa Leone XIV ha toccato temi fondamentali e ripreso in modo chiarissimo la Dottrina Sociale della Chiesa. Sarebbe riduttivo e, in parte, fuorviante dire che si tratti di un’Enciclica “sull’intelligenza artificiale”, perché l’attenzione del Papa è rivolta, innanzitutto, alla dignità della persona che, oggi, deve essere protetta e promossa in un tempo caratterizzato anche dall’irruzione dell’intelligenza artificiale nella vita sociale, economica, culturale e politica.
Il Papa fa chiarezza su molti aspetti legati a questi nuovi strumenti, a cominciare dallo stesso concetto di “intelligenza”. Scrive Papa Leone che è necessario “evitare l’equivoco di equiparare questa “intelligenza” a quella umana. Questi sistemi imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana. Nel farlo, spesso la superano per velocità e ampiezza di calcolo, offrendo benefici concreti in numerosi campi … E tuttavia, questa potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati: le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza … non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze … non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente”; anche quando si dice che questi sistemi “apprendono”, prosegue il Papa, bisogna fare attenzione, perché, per le macchine, il processo di apprendimento, “Non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita e cresce nel tempo attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà; è piuttosto un adattamento statistico a partire da dati e riscontri, che può essere molto efficace, ma non implica una crescita interiore”.
Che l’autentico apprendimento sia crescita interiore e che saggezza, conoscenza, cultura e informazione siano cose ben diverse tra loro sono concetti che paiono dimenticati. Eppure, in contesti del tutto differenti, Thomas Stearns Eliot, poeta, drammaturgo e scrittore di origini statunitensi e vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1948, già nel 1934 scrisse “Dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza? Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione?”.
Sono passati oltre novant’anni da quando il genio poetico di Eliot intuì quanto stava capitando e che, ancora oggi, rappresenta uno dei grandi equivoci sui quali non si riflette mai abbastanza.
Non c’è nulla di male nella conoscenza e nell’informazione; al contrario, la complessità del nostro tempo richiede di adempiere a quello che, oramai, può essere considerato il dovere civico di informarsi e conoscere fatti e punti di vista, altrimenti non è possibile formare ed esprimere un pensiero realmente consapevole.
Tuttavia, ridurre la saggezza a conoscenza e quest’ultima a informazione rappresenterebbe una grave ingenuità che, allo stesso tempo, consegnerebbe alle macchine un primato che non compete loro e priverebbe le persone del riconoscimento di ciò che è autenticamente umano, e cioè la dimensione di crescita interiore dell’apprendimento e l’innato orientamento a collocare la conoscenza nella ricerca del senso ultimo delle cose.
La società dell’informazione, l’economia dei dati, i motori di ricerca e tutti gli algoritmi predittivi che si possono immaginare, in sé, non potranno mai essere autentici strumenti di conoscenza se verranno costruiti e utilizzati con una illusoria ambizione di autosufficienza.
Si tratta, tuttavia, di una tentazione forte, che rappresenta un pericolo da affrontare sin dal momento della progettazione di questi sistemi. A questo riguardo, tra le prime osservazioni di Papa Leone nell’Enciclica, c’è quella che mette in guardia dal ritenere gli applicativi di intelligenza artificiale degli strumenti neutri. In realtà, osserva il Papa, la tecnologia “non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”. In altre parole, le “res novae” dei nostri tempi impongono che l’elaborazione di presidi a tutela del rispetto della dignità umana non sia rivolta solo al momento dell’utilizzo delle nuove tecnologie, ma comprenda prima di tutto la fase delle decisioni progettuali relative ai dispositivi. Si tratta, quindi, di decidere come gestire questo grande potere che, oggi, è nelle mani di pochissime persone, certamente non disinteressate.
Magnifica Humanitas: “Intelligenza” artificiale, crescita e ricerca di senso
14 giugno 2026
Cuneo
Della nuova Enciclica si continua a parlare ed è giusto che sia così. Papa Leone XIV ha toccato temi fondamentali e ripreso in modo chiarissimo la Dottrina Sociale della Chiesa. Sarebbe riduttivo e, in parte, fuorviante dire che si tratti di un’Enciclica “sull’intelligenza artificiale”, perché l’attenzione del Papa è rivolta, innanzitutto, alla dignità della persona che, oggi, deve essere protetta e promossa in un tempo caratterizzato anche dall’irruzione dell’intelligenza artificiale nella vita sociale, economica, culturale e politica.
Il Papa fa chiarezza su molti aspetti legati a questi nuovi strumenti, a cominciare dallo stesso concetto di “intelligenza”. Scrive Papa Leone che è necessario “evitare l’equivoco di equiparare questa “intelligenza” a quella umana. Questi sistemi imitano alcune funzioni dell’intelligenza umana. Nel farlo, spesso la superano per velocità e ampiezza di calcolo, offrendo benefici concreti in numerosi campi … E tuttavia, questa potenza resta legata esclusivamente al trattamento dei dati: le cosiddette intelligenze artificiali non vivono una esperienza … non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze … non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente”; anche quando si dice che questi sistemi “apprendono”, prosegue il Papa, bisogna fare attenzione, perché, per le macchine, il processo di apprendimento, “Non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita e cresce nel tempo attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà; è piuttosto un adattamento statistico a partire da dati e riscontri, che può essere molto efficace, ma non implica una crescita interiore”.
Che l’autentico apprendimento sia crescita interiore e che saggezza, conoscenza, cultura e informazione siano cose ben diverse tra loro sono concetti che paiono dimenticati. Eppure, in contesti del tutto differenti, Thomas Stearns Eliot, poeta, drammaturgo e scrittore di origini statunitensi e vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 1948, già nel 1934 scrisse “Dov’è la saggezza che abbiamo perso nella conoscenza? Dov’è la conoscenza che abbiamo perso nell’informazione?”.
Sono passati oltre novant’anni da quando il genio poetico di Eliot intuì quanto stava capitando e che, ancora oggi, rappresenta uno dei grandi equivoci sui quali non si riflette mai abbastanza.
Non c’è nulla di male nella conoscenza e nell’informazione; al contrario, la complessità del nostro tempo richiede di adempiere a quello che, oramai, può essere considerato il dovere civico di informarsi e conoscere fatti e punti di vista, altrimenti non è possibile formare ed esprimere un pensiero realmente consapevole.
Tuttavia, ridurre la saggezza a conoscenza e quest’ultima a informazione rappresenterebbe una grave ingenuità che, allo stesso tempo, consegnerebbe alle macchine un primato che non compete loro e priverebbe le persone del riconoscimento di ciò che è autenticamente umano, e cioè la dimensione di crescita interiore dell’apprendimento e l’innato orientamento a collocare la conoscenza nella ricerca del senso ultimo delle cose.
La società dell’informazione, l’economia dei dati, i motori di ricerca e tutti gli algoritmi predittivi che si possono immaginare, in sé, non potranno mai essere autentici strumenti di conoscenza se verranno costruiti e utilizzati con una illusoria ambizione di autosufficienza.
Si tratta, tuttavia, di una tentazione forte, che rappresenta un pericolo da affrontare sin dal momento della progettazione di questi sistemi. A questo riguardo, tra le prime osservazioni di Papa Leone nell’Enciclica, c’è quella che mette in guardia dal ritenere gli applicativi di intelligenza artificiale degli strumenti neutri. In realtà, osserva il Papa, la tecnologia “non è neutrale, perché assume il volto di chi la pensa, la finanzia, la regola, la usa”. In altre parole, le “res novae” dei nostri tempi impongono che l’elaborazione di presidi a tutela del rispetto della dignità umana non sia rivolta solo al momento dell’utilizzo delle nuove tecnologie, ma comprenda prima di tutto la fase delle decisioni progettuali relative ai dispositivi. Si tratta, quindi, di decidere come gestire questo grande potere che, oggi, è nelle mani di pochissime persone, certamente non disinteressate.