editoriale

Fidel, Che e i ricordi della rivoluzione cubana prima che Cuba muoia soffocata da Trump

14 giugno 2026

Cuneo

Cuba - (foto Pixabay)  (foto Pixabay) Cuba sta morendo soffocata dall’embargo americano e dall’ isolamento internazionale. Capitolerà presto una nazione fallita, che ormai presenta solo qualche tratto deformato dell’epopea di Fidel Castro. Prima che tutto venga prevedibilmente sommerso dalla sguaiata propaganda di Donald Trump, salviamo qualche ricordo di quel regime attraverso eventi e personaggi che hanno costituito materiale per la costruzione del mito. “Moncada” è il nome di una caserma  a Santiago de Cuba. Fidel Castro è un giovane avvocato, allievo dell’esclusivo “Colegio de Belèn” dei gesuiti, che - sul suo profilo - scrivevano “” … non dubitiamo che riempirà con pagine brillanti il libro della sua vita”. Fulgencio Batista è un ex sergente che nel 1952 assume direttamente il potere, esautorando presidente e parlamento cubani. Il 26 luglio 1953 è il giorno in cui Fidel Castro decide di dare avvio alla ribellione contro una dittatura che avviliva la sua nazione, sottomessa agli interessi di gruppi affaristici americani e mafiosi. L’assalto ad una caserma con pistole e fucili da caccia… per potersi rifornire di armamenti normalmente non funziona e anche questa volta finì tragicamente con molti ribelli uccisi nel combattimento o trucidati durante la fuga. Fidel Castro ed il fratello Raul si sottrassero all’arresto per quindici giorni, sufficienti per calmare le ire sanguinarie e tradurli davanti ad un tribunale, che li condannò a quindici anni di reclusione. Fu graziato dopo due anni e si rifugiò in Messico. Quando le imprese hanno successo, le sconfitte iniziali vengono idealizzate: la caserma Moncada è diventata un mausoleo ed il “Movimento 26 luglio” è il nome che assunse l’organizzazione castrista. Anche il “Granma”, una carretta del mare, entrò nel mito, dando addirittura il nome al quotidiano del regime castrista. Partirono dal Messico, stipati su di essa, 82 rivoluzionari che s’arenarono il 2 dicembre 1956 su una costa paludosa nel sud di Cuba, immediatamente rintracciati dai soldati di Batista. Per Castro ed i suoi la fuga verso la Sierra Maestra fu un calvario di accerchiamenti, imboscate, diserzioni e tradimenti. Quando si sganciarono dagli inseguitori nel fitto della selva di una catena montuosa a picco della costa sud orientale, si contarono in 16. Da questo piccolo nucleo di ribelli, chiamati presto da tutti “barbudos” (difettavano, infatti, di sapone e lamette da barba), nel giro di due anni, divampò la rivoluzione vittoriosa. La narrazione delle alterne vicende che portarono a quell’esito richiede un capitolo a sé. Certo vi concorse l’abilità organizzativa e di propaganda di Castro e dei suoi compagni, calata in un contesto tanto iniquo e violento, quanto privo di un significativo sostegno sociale. Nella notte tra il 31 dicembre 1958 ed il 1° gennaio 1959 il dittatore Fulgencio Batista fuggi dall’isola in direzione del Portogallo, portando con sé una buona parte dei fondi liquidi della Banca Nazionale. Il 2 gennaio 1959 le due colonne comandate da Ernesto Guevara e Camilo Cienfuegos entrarono all’Avana, prendendo possesso di tutte le caserme. Solo l’8 gennaio fece il suo trionfale ingresso Fidel Castro. A questo punto la figura di Ernesto Guevara, detto il Che, per quel suo tipico intercalare argentino (traducibile vagamente con “ehi”), è inaggirabile. Appartenente ad una famiglia altolocata di Buenos Aires rivelò doti d’intelligenza e volontà eccezionali. Uomo di cultura vasta, medico, scrittore e poeta, se ne può scoprire l’animo avventuroso in modo agevole e appassionante nel film “I diari della motocicletta”, che narra del suo viaggio per l’America del sud a bordo di una moto Norton 500, dove scoprì in prima persona le situazioni di miseria della massa dei contadini indigeni e la distanza con gli appartenenti alla sua classe sociale. La sua missione a favore degli sfruttati fu eroica, ma scevra da quell’aura romantica che suggerisce il suo mito, riassunto in quel celebre scatto fotografico che compare su murales e t-shirt. Diresse processi sommari che portarono alla fucilazione di centinaia di presunti sostenitori del regime batista (“alcuni meritavano di essere fucilati cento volte” disse la scrittore Ernest Hemingway), ma organizzò anche la repressione interna contro i dissidenti e istituì campi di rieducazione. Fu presidente della Banca Nazionale (firmò con imbarazzo le nuove banconote come “Che”) e poi ministro dell’industria. Guevara mirava dichiaratamente ad instaurare un  regime marxista-leninista. Ma la rivoluzione nazionale e democratica di Fidel Castro avrebbe potuto consolidarsi? Non lo possiamo sapere perché tutto precipitò velocemente come su un piano inclinato. L’isterica reazione dei colossi americani lesi nei loro interessi (First National City Bank e Chase Manhattan Bank, Esso, Shell e Texaco, United Fruit Company e  West Indies Sugar Company e poi Lucky Luciano, Santo Trafficante e Frank Costello) spinsero l’amministrazione americana a soffocare sul nascere quel pericoloso esperimento con un embargo totale. La CIA, da parte sua, organizzò un’articolata operazione d’invasione nell’aprile del 1961 che  finì nel disastro detto della baia dei porci. Nel mondo bipolare della guerra fredda, la rivoluzione castrista non poteva che ripiegare sul fronte dell’ Unione Sovietica per uno scambio di zucchero contro petrolio. Non passò molto più di un anno allorché si arrivò alla firma dello scriteriato accordo tra Castro e Chruscev per l’installazione in Cuba di missili sovietici a testata nucleare a 140 chilometri dalle coste degli Stati Uniti. Da lì in avanti non si spense il mito di Cuba, ma fu un mito di regime.
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