editoriale

È tempo di guardare con simpatia e fiducia ai giovani di oggi

14 giugno 2026

Cuneo

giovani (foto Pixabay) (foto Pixabay) E così, sono finite le scuole. Inizio giugno e metà settembre sono i due momenti dell’anno in cui l’opinione pubblica si ricorda del numero, grande benché in forte diminuzione, di studenti, magari per lamentarsi delle loro vacanze tanto lunghe, del loro essere concentrati solo sui social e di essere pigri e inaffidabili. È raro che campagne elettorali o dibattiti politici durante l’anno si concentrino su temi scolastici o formativi, a meno che non siano accaduti eventi tragici che richiamino lì l’attenzione per qualche giorno. Personalmente ci preoccupiamo di progettare ed organizzare il nostro futuro, come società molto meno. Sul rapporto con il futuro, con le nuove generazioni, sull’apertura al nuovo, la Bibbia è molto più rivoluzionaria di quanto non immaginiamo. Lo si vede nella disponibilità a giustificare e guardare con benevolenza a figli che non ubbidiscono ciecamente ai genitori, come ci si sarebbe invece attesi nella cultura da cui la Bibbia nasce: i figli del primo re d’Israele, Saul, finiscono con l’amare, l’una, e con il salvare e sostenere, l’altro, l’avversario e poi sostituto del padre; il gran patriarca Giacobbe inganna il padre Isacco, la famiglia di Davide è tutto un susseguirsi di intrighi e inganni e, in genere, non si ritiene che i padri siano sempre da preferire rispetto ai figli. Dentro al detto di Gesù, «Lasciate che i bambini vengano a me», c’è anche l’apertura a un futuro che non è ancora noto, senza rinchiudere dignità e interesse solo nei vecchi, per quanto saggi ed esperti. Sono stati d’altronde i filosofi a segnalare che il mondo biblico esce dall’idea ciclica del tempo per approdare ad una storia lineare. La ciclicità del tempo ci viene suggerita dalle stagioni ed è confortante, perché riduce l’ansia per le occasioni che passano (ritorneranno) e per la vecchiaia e la morte che incombono. Tutta la storia del Primo e del Nuovo Testamento, però, si muovono fuori da questa ciclicità che era tanto diffusa nei movimenti religiosi che li circondano: c’è un inizio e ci sarà una fine, e in mezzo un percorso storico che non è pre-determinato, che resta in mano agli uomini e alla loro collaborazione con Dio. L’approccio biblico, nella sua totalità, restituisce serietà e drammaticità alla storia: l’inizio, infatti, ciò che era stato fatto direttamente da Dio e potremmo immaginare che fosse perfetto, non è più raggiungibile e non è l’obiettivo divino; ma la meta non è automaticamente e sicuramente buona e di successo. La storia è aperta, potrebbe andare a finire bene o male («Il figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?»). Proprio per questo è affidata alla responsabilità dell’essere umano, chiamato a progettarla, costruirla, guidarla, senza dare per scontato che il nuovo sia dannoso (“Abbiamo sempre fatto così”) o sia la salvezza rispetto al presente. L’ascolto biblico dovrebbe restituirci fiducia responsabile nel futuro, nei giovani, nel nuovo. Fiducia, perché la promessa divina non guarda mai al passato, ma semmai attinge lì per puntare ad una storia ulteriore. E responsabile, perché non è scontato che tutto si sistemerà, che tutto finirà bene. Ce n’è abbastanza per guardare con più simpatia e attenzione a un mondo dei giovani che è molto più ricco, articolato e promettente di quanto dicano tante battute di noi vecchi. E per “vederli” non solo all’inizio e alla fine delle vacanze scolastiche.  
Giovani Futuro Pirtomaso Bergesio