(foto Pixabay)
Giovedì 28 maggio Jannik Sinner, notissimo campione di tennis, precoce nei risultati e stupefacente per continuità e controllo, ha perso una partita che era a quattro punti dallo stravincere. Qualcuno ha commentato che una stanchezza insuperabile ritorna a farlo sembrare più umano. Ovviamente, qui non c’è né la competenza né l’intenzione di iniziare a discettare di stati atletici. Cominciamo però a notare che in campo sportivo spesso si dice che il vero campione si vede nel momento in cui, dopo aver vinto tanto, viene sconfitto: il modo con cui si perde diventa quasi più importante dell’aver vinto.
È un’osservazione laica molto interessante, perché è atteggiamento piuttosto contrario a ciò che ci è scontato quello del fare i conti con la debolezza, la fragilità, l’insuccesso. Non corrisponde alla cultura nostra, per la quale possiamo porci gli obiettivi che vogliamo, ma siamo in qualche modo “obbligati” a riuscire, a realizzarci, ma non corrisponde neppure alla cultura da cui nasce la Bibbia, che pensava ad un aiuto divino che sarebbe stato sicuramente e assolutamente efficace. Gran parte dei libri storici biblici si muovono su questo sfondo, e ipotizzano allora colpe personali di fronte all’insuccesso: lo si vede nel racconto di Mosè, per il quale si immagina che non possa entrare nella terra promessa in quanto a Meriba avrebbe dubitato insieme al popolo (Dt 30,50-52; ma nel racconto di partenza, in Es 17, non si coglieva tutta questa sfiducia di Mosè). Oppure si può pensare a Saul, per il quale sono numerose, diverse tra loro e un po’ balbettanti le spiegazioni del perché sia stato sostituito da Davide come promesso da Dio.
Nel tempo, però, la percezione dell’operato divino si fa sempre più precisa e raffinata. Ecco allora un profeta Elia che, di fronte all’incertezza sul proprio operato proprio dopo la sua vittoria più strabiliante contro i profeti di Baal, viene sostanzialmente invitato ad accettare di farsi da parte, pur nella conferma divina del suo operato (1 Re 19). Si tratta peraltro di una caratteristica tipica, e molto particolare, di tutti i testi biblici, che non esista nessun personaggio perfetto: il grande re Davide non ottiene il permesso di costruire il tempio, il pacifico Salomone è rimproverato per le molte mogli e l’idolatria, il patriarca Giacobbe... be’, di lui forse è meglio non parlare, sempre preso tra violenze, inganni e meschine vigliaccherie.
D’altronde, quando una delle più spettacolarmente luminosi voci profetiche, l’anonimo autore della seconda parte del libro di Isaia, si dedica a immaginare il servo perfetto di Dio, immagina un uomo mortificato, umiliato, percosso, perdente e morente, quanto di più lontano dall’immagine di un Dio onnipotente che mostra anche nel suo inviato la propria grandezza. E nel secondo capitolo della Genesi l’unione profonda tra uomo e donna è pensata come unità della carne... Per il mondo culturale semita la carne era la dimensione umana più fragile, vincolata al bisogno di mangiare e dormire, esposta al rischio di ammalarsi e morire... per quella pagina i due non costituiranno una sola anima (rapporto con il trascendente, con Dio), né un solo spirito (progetti, disegni, emozioni, relazioni, carattere...) ma una carne sola. I due saranno legati dalla fragilità, come se quella fosse la sede più autentica e profonda dell’essere umano. (È pur vero che possiamo litigare con chi ci ha portato a grandi vittorie o a chi condivide con noi il progetto sul futuro dell’umanità... ma chi è stato al nostro fianco quando eravamo sconfitti e piangevamo, non lo dimenticheremo). Si capisce allora ancora meglio quanto sia sconcertante e profonda la visione cristiana di un Dio che “si fa carne”, insistendo sul fatto che sia tale fin da quando è in fasce, fin dalla sua infanzia più normale, fragile e poco dignitosa.
È probabilmente per questo che Paolo presenta il battesimo come un’unione con Gesù passando dalla sua morte. Non dalla sua predicazione, dalla sua fiducia nel Padre, dalla sua donazione di sé, tutte dimensioni belle e autentiche della sua vita, che costituiscono esempio per i suoi discepoli. Però dice che siamo autenticamente uniti a Gesù, simili a lui, nella morte, nell’estremo della fragilità e della debolezza, perché lì siamo come lui, che è morto come noi. Non nei grandi piani, non nel rapporto con il Padre, ma in quello con la morte noi assomigliamo senza dubbio a Gesù. Ossia, gli siamo vicini soprattutto nel momento della sconfitta definitiva, del fallimento più estremo e ultimo. Perché lì è dove siamo più sinceramente noi stessi.
Da questo punto di vista, è sano che ci mostriamo grandi e nobili soprattutto nel momento della fragilità e della debolezza, è lì che si vede la nostra dimensione umana più autentica e profonda. E dovremmo iniziare a valorizzare molto di più l’umanità più sofferente e piccola, perché ci dice chi siamo più dei grandi eroi vincitori.
editoriale
(foto Pixabay)
Giovedì 28 maggio Jannik Sinner, notissimo campione di tennis, precoce nei risultati e stupefacente per continuità e controllo, ha perso una partita che era a quattro punti dallo stravincere. Qualcuno ha commentato che una stanchezza insuperabile ritorna a farlo sembrare più umano. Ovviamente, qui non c’è né la competenza né l’intenzione di iniziare a discettare di stati atletici. Cominciamo però a notare che in campo sportivo spesso si dice che il vero campione si vede nel momento in cui, dopo aver vinto tanto, viene sconfitto: il modo con cui si perde diventa quasi più importante dell’aver vinto.
È un’osservazione laica molto interessante, perché è atteggiamento piuttosto contrario a ciò che ci è scontato quello del fare i conti con la debolezza, la fragilità, l’insuccesso. Non corrisponde alla cultura nostra, per la quale possiamo porci gli obiettivi che vogliamo, ma siamo in qualche modo “obbligati” a riuscire, a realizzarci, ma non corrisponde neppure alla cultura da cui nasce la Bibbia, che pensava ad un aiuto divino che sarebbe stato sicuramente e assolutamente efficace. Gran parte dei libri storici biblici si muovono su questo sfondo, e ipotizzano allora colpe personali di fronte all’insuccesso: lo si vede nel racconto di Mosè, per il quale si immagina che non possa entrare nella terra promessa in quanto a Meriba avrebbe dubitato insieme al popolo (Dt 30,50-52; ma nel racconto di partenza, in Es 17, non si coglieva tutta questa sfiducia di Mosè). Oppure si può pensare a Saul, per il quale sono numerose, diverse tra loro e un po’ balbettanti le spiegazioni del perché sia stato sostituito da Davide come promesso da Dio.
Nel tempo, però, la percezione dell’operato divino si fa sempre più precisa e raffinata. Ecco allora un profeta Elia che, di fronte all’incertezza sul proprio operato proprio dopo la sua vittoria più strabiliante contro i profeti di Baal, viene sostanzialmente invitato ad accettare di farsi da parte, pur nella conferma divina del suo operato (1 Re 19). Si tratta peraltro di una caratteristica tipica, e molto particolare, di tutti i testi biblici, che non esista nessun personaggio perfetto: il grande re Davide non ottiene il permesso di costruire il tempio, il pacifico Salomone è rimproverato per le molte mogli e l’idolatria, il patriarca Giacobbe... be’, di lui forse è meglio non parlare, sempre preso tra violenze, inganni e meschine vigliaccherie.
D’altronde, quando una delle più spettacolarmente luminosi voci profetiche, l’anonimo autore della seconda parte del libro di Isaia, si dedica a immaginare il servo perfetto di Dio, immagina un uomo mortificato, umiliato, percosso, perdente e morente, quanto di più lontano dall’immagine di un Dio onnipotente che mostra anche nel suo inviato la propria grandezza. E nel secondo capitolo della Genesi l’unione profonda tra uomo e donna è pensata come unità della carne... Per il mondo culturale semita la carne era la dimensione umana più fragile, vincolata al bisogno di mangiare e dormire, esposta al rischio di ammalarsi e morire... per quella pagina i due non costituiranno una sola anima (rapporto con il trascendente, con Dio), né un solo spirito (progetti, disegni, emozioni, relazioni, carattere...) ma una carne sola. I due saranno legati dalla fragilità, come se quella fosse la sede più autentica e profonda dell’essere umano. (È pur vero che possiamo litigare con chi ci ha portato a grandi vittorie o a chi condivide con noi il progetto sul futuro dell’umanità... ma chi è stato al nostro fianco quando eravamo sconfitti e piangevamo, non lo dimenticheremo). Si capisce allora ancora meglio quanto sia sconcertante e profonda la visione cristiana di un Dio che “si fa carne”, insistendo sul fatto che sia tale fin da quando è in fasce, fin dalla sua infanzia più normale, fragile e poco dignitosa.
È probabilmente per questo che Paolo presenta il battesimo come un’unione con Gesù passando dalla sua morte. Non dalla sua predicazione, dalla sua fiducia nel Padre, dalla sua donazione di sé, tutte dimensioni belle e autentiche della sua vita, che costituiscono esempio per i suoi discepoli. Però dice che siamo autenticamente uniti a Gesù, simili a lui, nella morte, nell’estremo della fragilità e della debolezza, perché lì siamo come lui, che è morto come noi. Non nei grandi piani, non nel rapporto con il Padre, ma in quello con la morte noi assomigliamo senza dubbio a Gesù. Ossia, gli siamo vicini soprattutto nel momento della sconfitta definitiva, del fallimento più estremo e ultimo. Perché lì è dove siamo più sinceramente noi stessi.
Da questo punto di vista, è sano che ci mostriamo grandi e nobili soprattutto nel momento della fragilità e della debolezza, è lì che si vede la nostra dimensione umana più autentica e profonda. E dovremmo iniziare a valorizzare molto di più l’umanità più sofferente e piccola, perché ci dice chi siamo più dei grandi eroi vincitori.
Nei testi biblici non esiste il personaggio perfetto, è nella debolezza che si vede la dimensione umana più autentica
07 giugno 2026
Cuneo
(foto Pixabay)
Giovedì 28 maggio Jannik Sinner, notissimo campione di tennis, precoce nei risultati e stupefacente per continuità e controllo, ha perso una partita che era a quattro punti dallo stravincere. Qualcuno ha commentato che una stanchezza insuperabile ritorna a farlo sembrare più umano. Ovviamente, qui non c’è né la competenza né l’intenzione di iniziare a discettare di stati atletici. Cominciamo però a notare che in campo sportivo spesso si dice che il vero campione si vede nel momento in cui, dopo aver vinto tanto, viene sconfitto: il modo con cui si perde diventa quasi più importante dell’aver vinto.
È un’osservazione laica molto interessante, perché è atteggiamento piuttosto contrario a ciò che ci è scontato quello del fare i conti con la debolezza, la fragilità, l’insuccesso. Non corrisponde alla cultura nostra, per la quale possiamo porci gli obiettivi che vogliamo, ma siamo in qualche modo “obbligati” a riuscire, a realizzarci, ma non corrisponde neppure alla cultura da cui nasce la Bibbia, che pensava ad un aiuto divino che sarebbe stato sicuramente e assolutamente efficace. Gran parte dei libri storici biblici si muovono su questo sfondo, e ipotizzano allora colpe personali di fronte all’insuccesso: lo si vede nel racconto di Mosè, per il quale si immagina che non possa entrare nella terra promessa in quanto a Meriba avrebbe dubitato insieme al popolo (Dt 30,50-52; ma nel racconto di partenza, in Es 17, non si coglieva tutta questa sfiducia di Mosè). Oppure si può pensare a Saul, per il quale sono numerose, diverse tra loro e un po’ balbettanti le spiegazioni del perché sia stato sostituito da Davide come promesso da Dio.
Nel tempo, però, la percezione dell’operato divino si fa sempre più precisa e raffinata. Ecco allora un profeta Elia che, di fronte all’incertezza sul proprio operato proprio dopo la sua vittoria più strabiliante contro i profeti di Baal, viene sostanzialmente invitato ad accettare di farsi da parte, pur nella conferma divina del suo operato (1 Re 19). Si tratta peraltro di una caratteristica tipica, e molto particolare, di tutti i testi biblici, che non esista nessun personaggio perfetto: il grande re Davide non ottiene il permesso di costruire il tempio, il pacifico Salomone è rimproverato per le molte mogli e l’idolatria, il patriarca Giacobbe... be’, di lui forse è meglio non parlare, sempre preso tra violenze, inganni e meschine vigliaccherie.
D’altronde, quando una delle più spettacolarmente luminosi voci profetiche, l’anonimo autore della seconda parte del libro di Isaia, si dedica a immaginare il servo perfetto di Dio, immagina un uomo mortificato, umiliato, percosso, perdente e morente, quanto di più lontano dall’immagine di un Dio onnipotente che mostra anche nel suo inviato la propria grandezza. E nel secondo capitolo della Genesi l’unione profonda tra uomo e donna è pensata come unità della carne... Per il mondo culturale semita la carne era la dimensione umana più fragile, vincolata al bisogno di mangiare e dormire, esposta al rischio di ammalarsi e morire... per quella pagina i due non costituiranno una sola anima (rapporto con il trascendente, con Dio), né un solo spirito (progetti, disegni, emozioni, relazioni, carattere...) ma una carne sola. I due saranno legati dalla fragilità, come se quella fosse la sede più autentica e profonda dell’essere umano. (È pur vero che possiamo litigare con chi ci ha portato a grandi vittorie o a chi condivide con noi il progetto sul futuro dell’umanità... ma chi è stato al nostro fianco quando eravamo sconfitti e piangevamo, non lo dimenticheremo). Si capisce allora ancora meglio quanto sia sconcertante e profonda la visione cristiana di un Dio che “si fa carne”, insistendo sul fatto che sia tale fin da quando è in fasce, fin dalla sua infanzia più normale, fragile e poco dignitosa.
È probabilmente per questo che Paolo presenta il battesimo come un’unione con Gesù passando dalla sua morte. Non dalla sua predicazione, dalla sua fiducia nel Padre, dalla sua donazione di sé, tutte dimensioni belle e autentiche della sua vita, che costituiscono esempio per i suoi discepoli. Però dice che siamo autenticamente uniti a Gesù, simili a lui, nella morte, nell’estremo della fragilità e della debolezza, perché lì siamo come lui, che è morto come noi. Non nei grandi piani, non nel rapporto con il Padre, ma in quello con la morte noi assomigliamo senza dubbio a Gesù. Ossia, gli siamo vicini soprattutto nel momento della sconfitta definitiva, del fallimento più estremo e ultimo. Perché lì è dove siamo più sinceramente noi stessi.
Da questo punto di vista, è sano che ci mostriamo grandi e nobili soprattutto nel momento della fragilità e della debolezza, è lì che si vede la nostra dimensione umana più autentica e profonda. E dovremmo iniziare a valorizzare molto di più l’umanità più sofferente e piccola, perché ci dice chi siamo più dei grandi eroi vincitori.