editoriale

Il “dentro o fuori” del gioco identitario non è della Bibbia

31 maggio 2026

Cuneo

la Bibbia (foto Pixabay)  (foto Pixabay) Il nostro tempo, il nostro mondo, è fortemente segnato dalla ricerca della nostra identità, del poterci definire. È una domanda propria dell’essere umano, è quella intorno alla quale cresciamo e viviamo. Il modo più semplice e anche un po’ grossolano di pensare una nostra identità è quello di concepirci in rapporto agli altri: “Non sono come loro”. È la ragione più profonda del razzismo, una risposta arcaica e inadeguata a una questione seria. In questo gioco anche la religione viene inevitabilmente coinvolta, come una delle dimensioni che ci aiuta a dirci chi siamo, come possiamo riscontrare anche in tante baruffe nostre in cui il rifiuto dell’altro passa dalla teorica difesa della nostra identità cristiana. Il problema è che il cristianesimo si dovrebbe prestare abbastanza poco a questo gioco identitario. Se dovessimo precisare il nucleo del messaggio di Gesù, ad esempio, finiremmo probabilmente per concentrarlo sul messaggio dell’amore, il che sarebbe anche preciso, ma non ci aiuterebbe a distinguere il cristianesimo da tante altre religioni e ideologie che affermano qualcosa di simile. Peraltro, sarebbe anche un principio incoerente nell’escludere altri dalla nostra comunità. L’inadeguatezza del cristianesimo come elemento identitario può essere intuita anche da un piccolo particolare in un piccolo libretto del Nuovo Testamento. D’altronde, spesso la nostra fisionomia mentale può essere colta meglio dal modo con cui tagliamo il pane che da ciò che diciamo di pensare sulla pace... E parto dalla Bibbia non solo perché al suo interno si muove questa rubrica, ma perché almeno sulla carta i cristiani sono d’accordo che quell’insieme di scritti è al cuore dell’identità cristiana, che lì dovremmo andare per conoscere bene chi siamo, che la sacra scrittura è l’elemento più importante della vita cristiana: da una sessantina d’anni lo dicono anche i documenti ufficiali di un concilio presieduto dal papa! Il libretto a cui accennavamo è la lettera di Giuda. Già se dovessimo fare un sondaggio tra coloro che escono dalla messa domenicale, chiedendo se esista un libro biblico che si chiama “lettera di Giuda”, forse tanti lo escluderebbero. E invece esiste, anche se persino i biblisti, presi alla sprovvista, potrebbero faticare a spiegare che cosa ci sia dentro. Anche poi ad informarsi meglio, è un altro di quegli scritti attribuiti a un apostolo pur non potendo di sicuro risalire a lui, quindi veniamo lasciati anche nella totale incertezza riguardo a chi ne sia davvero l’autore e quando di preciso abbia scritto. Dentro alla breve lettera di Giuda c’è spazio per la citazione letterale ed esplicita di un testo profetico, trattato come se fosse parola di Dio. Il problema può però essere che quella citazione viene da un libro, il primo libro di Enoc (questa la sua denominazione preferita oggi negli studi, anche se è noto anche con altri nomi), che non è considerato sacra scrittura se non dalla chiesa etiope. E che anzi è stato ritenuto da diverse comunità cristiane antiche particolarmente inquietante e pericoloso. Vuol dire che chi ha scritto la lettera di Giuda si è sbagliato, considerando ispirato da Dio ciò che non poteva esserlo? Converrà forse escludere anch’essa, così chiaramente scorretta, dall’elenco dei libri biblici? C’è stato chi lo ha pensato, ovviamente, ma intanto la lettera è ancora qui, forse anche a ricordarci che i confini rigidi e invalicabili tra “noi” e “loro” sono illusioni persino all’interno di una tradizione consolidata e apparentemente non modificabile come quella biblica, che comprende libri che avrebbero potuto esserne esclusi e non ne comprende altri (le lettere di Ignazio e Policarpo, ad esempio, o la lettera a Diogneto o la Didaché) che potrebbero invece starci bene dentro. E se persino i confini del canone biblico sono stati fluidi e, pur ormai fissi, consentono di vedere fuori qualcosa che potrebbe stare dentro e viceversa, qualunque approccio duro ed escludente anche all’identità cristiana non può che essere incoerente con la Bibbia stessa. Dobbiamo accogliere l’idea di un’identità di comunità più fluida, di confini molto labili, di una vita anche di fede che segue criteri molto più informi di quanto vorrebbero gli integralisti del “dentro o fuori”.
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