editoriale

Il vangelo e la fede cristiana rifiutano ogni pregiudizio etnico

24 maggio 2026

Cuneo

strage di modena Ci sono riflessioni che potrebbero sembrare inutili, per quanto sono scontate e banali. Le coppie di lunga data, che si tratti di amicizia o amore, ci dicono però che è bene di tanto in tanto esplicitare il sottinteso, che altrimenti rischia di essere dimenticato. Possiamo allora permetterci di aggiungere una ovvia postilla a un paio di eventi tragici che hanno fatto parlare di sé negli ultimi tempi, se non altro per ribadire che un certo atteggiamento non ha nulla di biblico o di cristiano. Sto pensando all’uccisione di Bakari Sako per mano forse di sei giovani tarantini e all’auto guidata da Salim El Koudri che domenica a Modena è piombata su persone che camminavano sui marciapiedi, causando diversi feriti anche molto gravi. Come era prevedibile, le due notizie hanno suscitato reazioni diverse a seconda della fonte politica da cui venivano. E siccome c’è anche chi si intesta la difesa dei sani e tradizionali principi cristiani nel distinguere le reazioni alle notizie in base all’origine etnica dei coinvolti, può essere sensato ribadire quanto è ovvio. Il Primo Testamento comprende molte riflessioni anche incoerenti tra di loro e può essere senza dubbio utilizzato anche per impostare una distinzione tra le persone in base alla appartenenza a uno o all’altro popolo o clan. È l’approccio semita, che ritiene che un individuo sia innanzitutto membro della propria famiglia e tribù. È quello che l’umanità ha spesso fatto, di dividere il mondo tra “noi” e “loro”, quale che sia la modalità con cui ci distinguiamo. Per coloro che hanno scritto numerosi testi del Primo Testamento quell’approccio era scontato, e lo applicano: c’è distinzione tra tribù ebraiche, c’è divisione con gli altri, che immaginavano discendenti di un incesto (ammoniti e moabiti, i più vicini geograficamente e culturalmente), o di vari rami laterali (edomiti, discendenti del gemello di Giacobbe, e ismaeliti, figli di Abramo ma non di Sara). Accanto a ciò, già nelle parole dei profeti si immaginava una compagine umana che si sarebbe radunata tutta a Gerusalemme per lodare il Dio d’Israele, non visto più come il protettore di un singolo popolo ma Signore dell’umanità intera. Si tratta di sogni, posti nel futuro oltre la storia, ma che dicono la direzione ideale di ciò che sognavano i profeti, cioè Dio stesso. Non era una fotografia dell’attualità, ma la prospettiva verso cui andare. Su tale tema la prima chiesa compie passi enormi. È Gesù stesso ad uscire con fatica dal pregiudizio etnico: si avventura raramente fuori dai confini ebraici storici (avrebbe trovato molti ebrei in Egitto, a Damasco o ad Antiochia di Siria, ma non si spinge se non fino nella Decapoli, al di là del lago, o sulla costa fenicia) e quando lo fa e viene abbordato da una donna che gli chiede di guarirle la figlia la sua prima risposta è durissima e razzista: «Non è bene prendere il pane dei figli e buttarlo ai cani». Proprio l’insistenza argomentata della donna, però, lo porta presto ad esaudirla, affermando di non aver mai trovato in Israele una fede simile. È d’altronde tipico di Gesù incontrare e vedere le persone, senza preoccuparsi del loro ruolo o aspetto: lo troviamo a pranzo con prostitute e pubblicani ma anche con farisei e dottori della legge. La prima generazione cristiana si muove con decisione su questa ultima strada. Inizia a battezzare eunuchi e samaritani, che erano espulsi con sdegno dalle comunità ebraiche, fino ad integrare alla pari nella comunità credente coloro che non erano ebrei. Siccome davanti a Dio non conta se non l’intenzione del singolo, Paolo potrà affermare con decisione che «non c’è giudeo o greco, schiavo o libero, uomo o donna», in quello che non è un elenco casuale, ma raccoglie esattamente le tre categorie di fondo in base alle quali si giudicavano le persone. Qualunque discriminazione in base alla nascita non ha ragion d’essere cristiana.
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