editoriale

L’inevitabile, costante riduzione della popolazione

17 maggio 2026

Cuneo

popolazione italiana dal 1864 a oggi La questione della natalità è bene premettere che il primo Paese europeo ad averla affrontata in modo deciso ed efficace è stato la Svezia, tra la fine degli anni ‘70 e l’inizio degli anni ‘80; cioè la nazione in cui all’epoca le donne erano più emancipate e più presenti in Parlamento e nelle istituzioni. Portarono alla ribalta una serie di concrete esigenze delle madri lavoratrici, alle quali lo Stato riuscì a dare rapida risposta. A favorire questa presa di coscienza fu anche il fatto che la Svezia era lo Stato che da più tempo aveva tenuto, in modo preciso e “moderno”, sin dalla fine del XVIII secolo, il conteggio della popolazione e le relative statistiche. Così si accorse per primo dei rischi di una drastica diminuzione del numero di abitanti, adottando efficaci misure di sostegno alla natalità, che fino ad ora hanno scongiurato o limitato quel rischio. Ciononostante, il dato svedese attuale del “tasso di fecondità” si attesta a 1,5 figli per donna; ed è, quindi, comunque al di sotto del dato “ottimale” medio di 2 figli per donna, che garantisce la stabilità della popolazione. Quello italiano è molto più basso e oscilla - secondo gli anni - tra 1,15 e 1,2; ponendo serissimi problemi, anche perché la questione è nota da almeno trent’anni, ma nessuno ha sostanzialmente mai voluto concretamente affrontarla. Infatti, se le scelte individuali sono sacrosante, nondimeno lo Stato è tenuto a compiere dei macro-ragionamenti sull’effetto complessivo delle singole scelte personali. Ci si possono porre varie domande, ma le principali sono le seguenti: si fanno pochi figli perché è complesso e costoso allevarli? O perché lo Stato non dà sufficiente sostegno (economico e di servizi) alle famiglie? Oppure perché vengono proposti dei modelli di vita e delle scale di valori che pongono la maternità in secondo piano? La domanda è “marzullesca” e ciascuno può provare a dare la sua risposta. I numeri dicono che la strada imboccata dall’Italia è sostanzialmente ormai senza ritorno, giacché quell’indice di fecondità, già di per sé basso, lo è ancora di più se lo si rapporta alla consistenza numerica delle singole classi d’età, come faceva rilevare già trent’anni fa il demografo Antonio Golini. Se, infatti, le “leve” caratterizzate da 1 milione di nati ciascuna avessero manifestato un tasso di natalità medio di 2 figli per donna, la popolazione italiana sarebbe rapidamente cresciuta verso gli 80 milioni di abitanti. Ciò non avvenne dapprima a causa dell’enorme emigrazione; e poi, con le classi di età degli anni ’60, perché esse hanno manifestato un tasso di natalità molto più ridotto, di circa 1,2 figli per donna (dato “autoctono” registrato nel 1995; che negli anni successivi è stato influenzato un po’ al rialzo dalla crescente presenza straniera). Le conseguenze di questa tendenza sono finora state poco evidenti, dato che per effetto dei progressi della medicina si allungata la durata della vita media e si è ridotto il tasso di mortalità. Ma il problema venne evidenziato dai demografi già 50 anni fa e poi in particolare alla fine degli anni ’90: per mantenere una stabile popolazione, con una significativa presenza di giovani, era necessario che da quel momento il tasso di fecondità si alzasse di nuovo in modo consistente; e ciò non è invece avvenuto. Infatti, è questo (e non il tasso di natalità, che comunque è anch’esso molto basso) l’indice che consente di fare previsioni sugli andamenti futuri. Tradotto in numeri: i nati nel 1964 erano 1.016.120 e contavano, quindi, circa 500.000 donne; se queste avessero manifestato un tasso di fecondità di 2 figli per donna, avrebbero avuto circa 1 milione di figli. Invece hanno manifestato un tasso di 1,2 e quindi hanno avuto circa 600.000 figli, tra cui circa 300.000 bambine. Se queste ultime (molte delle quali sono ormai trentenni) manifesteranno lo stesso trend, avranno soltanto 360.000 figli, tra cui 180.000 mila bambine (che infatti è ciò che sta avvenendo). Sicché il prossimo passo, tra 30-40 anni, sarà quello di avere classi di età ulteriormente ridotte a soli 216.000 nati (tra cui 108.000 donne); e così via verso un numero di nati annuo di soli 130.000 bambini. Il 2.000 poteva ancora essere un momento efficace per invertire la rotta, perché le classi di età dei potenziali genitori erano mediamente composte da 900.000/800.000 individui; il 2026 lo è molto di meno, perché oggi le classi dei potenziali genitori sono mediamente composte da soli 550.000 individui. Quindi, se adesso improvvisamente il tasso di natalità salisse dinuovo da 1,2 a 2 figli per donna (cosa più impossibile che improbabile), l’effetto sarebbe quello di avere 550.000 nati annui, non i 700.000/800.000 che sarebbero necessari per compensare la crescente anzianità della popolazione. Il numero di 740.000 nati annui sarebbe oggi ottenibile solo con una media di 2,7 figli per donna, mentre nel 1977 lo si ottenne con una media di 1,97 (appunto perché le classi di età dei potenziali genitori erano numericamente molto più consistenti delle attuali); quello di 1 milione di nati (ottenuto nel 1964 con una media di 2,7) richiederebbe oggi una media di quasi 4 figli per donna (che peraltro si è sempre registrata tra il 1861 ed il 1914; anzi, fu addirittura di 5 figli tra il 1881 ed il 1888). Mantenere il tasso attuale significa, in definitiva, schiantarsi in tempi relativamente brevi contro il muro della (quasi) estinzione. I modelli da imitare per invertire la tendenza non mancherebbero; non solo quello svedese già citato, ma anche quello francese – per esempio – ha funzionato bene, in termini di natalità. Altrimenti, ci si dovrà rassegnare al sistema dei “vasi comunicanti”; e se si creerà un enorme vuoto di popolazione in Italia, arriveranno a riempirlo nuovi abitanti dall’estero. Sul pianeta, infatti, i paesi con un surplus di giovani non mancano, anche se in Europa scarseggiano.
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