editoriale

Le guerre, Ninive e il male assoluto, la ferocia del potere e la storia di Giona

17 maggio 2026

Cuneo

Assiria (foto Pixabay) (foto Pixabay) Viviamo in anni in cui siamo informati quotidianamente sulle vicende di due guerre a noi peraltro geograficamente e psicologicamente vicine; ma siamo abituati a schierarci in modo assoluto anche parlando delle indagini sui delitti di Cogne o Garlasco, della valutazione del governo o dell’adozione di Nicole Minetti: “Coi santi non si scherza, abbasso il Milan e viva Coppi”, sintetizzava un cantautore italiano. Ma se l’approccio da tifoso può essere accettabile in questioni come quelle sportive, diventa pericoloso ed escludente quando giudichiamo persone e situazioni con lo stesso metro, decidendo che alcune tesi non possono neppure essere espresse, e che chi non aderisce in pieno alle formule che abbiamo in testa, per ciò stesso ha torto. È un pericolo a cui ci espongono soprattutto le guerre, che portano ad estremizzare le posizioni e a non lasciare spazio a chi non la pensa esattamente come noi. Per questo chi cerca lo scontro vedrà di far tacere soprattutto le figure di dialogo, quelle intermedie, quelle che aiutano a far ragionare. Non è una logica estranea neppure ai testi biblici, anzi! Il mondo dal quale soprattutto il Primo Testamento nasce e a cui si rivolge è attraversato da moltissime guerre, che tende a ragionare per “bianco o nero”. Ed è in effetti un mondo in cui di guerra, di nemici e del loro sterminio parla spesso. Succede però anche a noi che il nostro pensiero non passa necessariamente da ciò che diciamo più spesso, ma da ciò che condividiamo quando ci pensiamo meglio. Colpisce allora il messaggio di un delizioso libretto, leggibilissimo come una favola, che ha come protagonista un profeta inventato, dal nome che significa “colomba”, ossia Giona. Si immagina un profeta inviato da Dio verso est, ad annunciare la punizione divina a Ninive. Si trattava della capitale dell’Assiria, centro di un potere feroce che aveva distrutto popolazioni e culture, compreso quel regno di Samaria, nell’Israele del nord, che era stato un’area economica e politica di una certa rilevanza. Parlare di Ninive implicava richiamare il male assoluto, il cui solo nome faceva paura. E il profeta, spaventato, parte per l’altro estremo del mondo, scendendo nella stiva della nave anche quando la tempesta la scuote e tutti i passeggeri e marinai cercano di capire quale divinità possa avercela con loro. Quando infine si scopre la vicenda di Giona, cercano anche di salvarlo, prima di gettarlo in mare e convertirsi al Dio d’Israele... Dopo tre giorni in un grosso pesce, viene sputato sulla riva e nuovamente sente la chiamata ad andare a predicare a Ninive. Stavolta si reca nella “grande città, che chiedeva tre giorni per essere attraversata” e predica per un giorno solo, salvo poi mettersi a guardare che cosa possa succedere. La città, sorprendentemente, si pente, inizia a fare digiuno e vestire di sacco, dal re all’ultimo degli animali, e Dio si pente della sorte che le aveva destinata. È qui che Giona si svela, arrabbiandosi con Dio: “Per questo non volevo venire, perché so che sei un Dio misericordioso!”. Preso dalla sua rabbia stizzita, riesce tuttavia ad apprezzare lo spuntare di una pianta che gli fa un po’ di ombra, salvo che il giorno dopo quella pianta secca e il profeta invoca di nuovo la morte. Il libro si chiude con la domanda di Dio a Giona: “Tu ti dai tanta pena per una pianta che non hai fatto crescere né seccare, e io non avrei dovuto preoccuparmi per una città con 120.000 persone immature, senza contare gli animali?”. Il cuore del libro è, stavolta, alla fine. È nel cogliere che Ninive potrà essere il centro del male, ma resta composta da persone, che possono spaventarsi, convertirsi, amare, progettare anche nella loro imperfetta conoscenza del bene e del male. E vanno accolte e apprezzate in quanto tali, possono essere oggetto di cura e preoccupazione, anzi, a sentire Dio, devono esserlo. Possiamo avere idee diverse sui dilemmi dell’attualità (che siamo ben informati o no), possiamo giudicare pesantemente la politica russa e israeliana, ma continuando sempre a restare umani e cogliere l’umanità ovunque si trovi.  
Guerre Pirtomaso Bergesio