Sta per iniziare l’Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, che quest’anno si è riuscita a complicare la vita in modo discretamente articolato. Dapprima la Fondazione che la cura aveva annunciato che sarebbero stati aperti tutti gli stand, anche dei paesi impegnati in guerre sanzionate dalla comunità internazionale, come Russia, Iran e Israele, a differenza di quanto accaduto in passato. Diversi stati europei e l’Unione Europea hanno protestato contro questa scelta e anche il ministro della cultura italiano aveva criticato la decisione, benché la sua rappresentante nella Fondazione avesse votato a favore. È degli ultimi giorni la notizia delle dimissioni di questa rappresentante e della Giuria internazionale della Biennale. Con ciò, almeno la Russia sarà presente.
Al di là del caso specifico, non è nuovo il dilemma se ammettere a competizioni sportive o a manifestazioni artistiche stati in guerra, soprattutto se aggressori (lo sappiamo, alcuni aggressori non sono trattati da tali, ma qui almeno su questo soprassediamo). Da una parte si dice che non si possono discriminare persone che non hanno probabilmente nulla a che vedere con le scelte internazionali dei propri stati, talora anche dal livello democratico molto basso, dall’altro si fa notare che molte nazioni utilizzano arte e sport come strumenti politici, per migliorare la propria immagine e attrarre attenzione e investimenti.
Non si vuole certo sostenere che su questo la Bibbia abbia delle posizioni chiare né che quanto qui condiviso sia universalmente e obbligatoriamente vero, ma possiamo provare a condurre un ragionamento discutibile, magari sbagliato, ma con qualche ragione con cui confrontarsi. La Bibbia, d’altronde, spesso non offre risposte nette, ma argomentazioni e stimoli per pensare.
Questa volta, d’altronde, ci muoviamo su un terreno scivoloso. Intanto perché di guerra nella Bibbia si parla molto, soprattutto nel Primo Testamento, spesso sostenuta o patrocinata addirittura da Dio. Al riguardo il discorso si farebbe lungo ma possiamo metterlo da parte facendo notare che il punto d’arrivo del sogno dei profeti e del messaggio di Gesù è di una pace che non tollera alcun tipo di “guerra giusta”, benché questa sia stata impugnata fin troppo spesso nella storia e possa essere una modalità di risposta a ingiustizie e tirannie. Ma si tratta di un tema troppo ampio per affrontarlo in poche righe.
Anche perché un altro modo di affrontare la questione ci chiede attenzione, in quanto non è legato semplicemente ad alcune citazioni o brani, bensì con il modo stesso con cui viene raccolta e compilata la Bibbia. Che questa sia spesso piena di incoerenze è chiaro, a volte anche senza alcun motivo comprensibile: lo stesso episodio di un marito che finge che la propria moglie sia sua sorella lo troviamo attribuito ad Abramo in Egitto (Gen 12), ad Abramo a Gerar (Gen 20), a Isacco a Gerar (Gen 26), e il diluvio è detto durare quaranta giorni (Gen 7,4.12) ma anche un anno intero (Gen 7,11; 8,14). Gli esempi potrebbero essere molti di più e ci portano a un modo di comporre soprattutto i testi del Pentateuco che ci potrebbe stupire. Diversi gruppi ebrei, infatti, potevano raccontare episodi molto simili in modi diversi, a cui erano estremamente attaccati, come noi alle nostre tradizioni locali. Chi scelse di mettere per scritto quei testi dovette decidere a quale versione dare più credito... e optò per il metterle tutte. Il senso probabilmente era che ognuno avrebbe trovato la propria versione nel testo, che si mostrava quindi affidabile; a quel punto, siccome nel medesimo testo c’erano anche versioni diverse, anche le altre risultavano accettabili, e insieme a quelle venivano certificati i gruppi culturali che le sostenevano. È una modalità di composizione che rinuncia alla coerenza per privilegiare la convivenza.
Se vogliamo, troviamo lo stesso approccio anche nella prima chiesa, che, davanti al dilemma se mantenere o no l’applicazione della legge mosaica, di fronte ai primi credenti che si mischiano con altri in un gesto sacro come la messa (è quello il senso dello “spezzare il pane”), decidono di imporre alcune regole ad alcuni ma non a tutti, e di tenere solo lo stretto necessario per non urtare eccessivamente qualcuno (Atti 15).
È una modalità che può essere applicata anche al nostro mondo contemporaneo? Se così fosse, parrebbe uno stimolo per separare la compattezza degli “avversari” ammettendo la liceità del loro esprimersi in alcuni campi non aggressivi. Negli Atti degli Apostoli non si dice che si possano copiare le consuetudini sessuali dei pagani, ma che alcune regole che per il mondo ebraico erano fondamentali si possono tralasciare. Si decide di decongestionare lo scontro, evitando di finire nel muro contro muro.
Chissà che non possa essere un modo non per non affrontare le questioni più di fondo (stragi, violenze, disprezzo della vita umana restano condannati sempre), ma per evitare che quelle censure trascinino dietro di sé l’interezza della vita di chi si rimprovera. Pur perdendo in purezza astratta e in coerenza, potrebbe essere lo strumento per ribadire che non si rifiuta l’avversario, ma le sue azioni malvagie.
editoriale
Sta per iniziare l’Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, che quest’anno si è riuscita a complicare la vita in modo discretamente articolato. Dapprima la Fondazione che la cura aveva annunciato che sarebbero stati aperti tutti gli stand, anche dei paesi impegnati in guerre sanzionate dalla comunità internazionale, come Russia, Iran e Israele, a differenza di quanto accaduto in passato. Diversi stati europei e l’Unione Europea hanno protestato contro questa scelta e anche il ministro della cultura italiano aveva criticato la decisione, benché la sua rappresentante nella Fondazione avesse votato a favore. È degli ultimi giorni la notizia delle dimissioni di questa rappresentante e della Giuria internazionale della Biennale. Con ciò, almeno la Russia sarà presente.
Al di là del caso specifico, non è nuovo il dilemma se ammettere a competizioni sportive o a manifestazioni artistiche stati in guerra, soprattutto se aggressori (lo sappiamo, alcuni aggressori non sono trattati da tali, ma qui almeno su questo soprassediamo). Da una parte si dice che non si possono discriminare persone che non hanno probabilmente nulla a che vedere con le scelte internazionali dei propri stati, talora anche dal livello democratico molto basso, dall’altro si fa notare che molte nazioni utilizzano arte e sport come strumenti politici, per migliorare la propria immagine e attrarre attenzione e investimenti.
Non si vuole certo sostenere che su questo la Bibbia abbia delle posizioni chiare né che quanto qui condiviso sia universalmente e obbligatoriamente vero, ma possiamo provare a condurre un ragionamento discutibile, magari sbagliato, ma con qualche ragione con cui confrontarsi. La Bibbia, d’altronde, spesso non offre risposte nette, ma argomentazioni e stimoli per pensare.
Questa volta, d’altronde, ci muoviamo su un terreno scivoloso. Intanto perché di guerra nella Bibbia si parla molto, soprattutto nel Primo Testamento, spesso sostenuta o patrocinata addirittura da Dio. Al riguardo il discorso si farebbe lungo ma possiamo metterlo da parte facendo notare che il punto d’arrivo del sogno dei profeti e del messaggio di Gesù è di una pace che non tollera alcun tipo di “guerra giusta”, benché questa sia stata impugnata fin troppo spesso nella storia e possa essere una modalità di risposta a ingiustizie e tirannie. Ma si tratta di un tema troppo ampio per affrontarlo in poche righe.
Anche perché un altro modo di affrontare la questione ci chiede attenzione, in quanto non è legato semplicemente ad alcune citazioni o brani, bensì con il modo stesso con cui viene raccolta e compilata la Bibbia. Che questa sia spesso piena di incoerenze è chiaro, a volte anche senza alcun motivo comprensibile: lo stesso episodio di un marito che finge che la propria moglie sia sua sorella lo troviamo attribuito ad Abramo in Egitto (Gen 12), ad Abramo a Gerar (Gen 20), a Isacco a Gerar (Gen 26), e il diluvio è detto durare quaranta giorni (Gen 7,4.12) ma anche un anno intero (Gen 7,11; 8,14). Gli esempi potrebbero essere molti di più e ci portano a un modo di comporre soprattutto i testi del Pentateuco che ci potrebbe stupire. Diversi gruppi ebrei, infatti, potevano raccontare episodi molto simili in modi diversi, a cui erano estremamente attaccati, come noi alle nostre tradizioni locali. Chi scelse di mettere per scritto quei testi dovette decidere a quale versione dare più credito... e optò per il metterle tutte. Il senso probabilmente era che ognuno avrebbe trovato la propria versione nel testo, che si mostrava quindi affidabile; a quel punto, siccome nel medesimo testo c’erano anche versioni diverse, anche le altre risultavano accettabili, e insieme a quelle venivano certificati i gruppi culturali che le sostenevano. È una modalità di composizione che rinuncia alla coerenza per privilegiare la convivenza.
Se vogliamo, troviamo lo stesso approccio anche nella prima chiesa, che, davanti al dilemma se mantenere o no l’applicazione della legge mosaica, di fronte ai primi credenti che si mischiano con altri in un gesto sacro come la messa (è quello il senso dello “spezzare il pane”), decidono di imporre alcune regole ad alcuni ma non a tutti, e di tenere solo lo stretto necessario per non urtare eccessivamente qualcuno (Atti 15).
È una modalità che può essere applicata anche al nostro mondo contemporaneo? Se così fosse, parrebbe uno stimolo per separare la compattezza degli “avversari” ammettendo la liceità del loro esprimersi in alcuni campi non aggressivi. Negli Atti degli Apostoli non si dice che si possano copiare le consuetudini sessuali dei pagani, ma che alcune regole che per il mondo ebraico erano fondamentali si possono tralasciare. Si decide di decongestionare lo scontro, evitando di finire nel muro contro muro.
Chissà che non possa essere un modo non per non affrontare le questioni più di fondo (stragi, violenze, disprezzo della vita umana restano condannati sempre), ma per evitare che quelle censure trascinino dietro di sé l’interezza della vita di chi si rimprovera. Pur perdendo in purezza astratta e in coerenza, potrebbe essere lo strumento per ribadire che non si rifiuta l’avversario, ma le sue azioni malvagie.
Non si rifiuta l’avversario, ma le sue azioni malvagie
10 maggio 2026
Cuneo
Sta per iniziare l’Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, che quest’anno si è riuscita a complicare la vita in modo discretamente articolato. Dapprima la Fondazione che la cura aveva annunciato che sarebbero stati aperti tutti gli stand, anche dei paesi impegnati in guerre sanzionate dalla comunità internazionale, come Russia, Iran e Israele, a differenza di quanto accaduto in passato. Diversi stati europei e l’Unione Europea hanno protestato contro questa scelta e anche il ministro della cultura italiano aveva criticato la decisione, benché la sua rappresentante nella Fondazione avesse votato a favore. È degli ultimi giorni la notizia delle dimissioni di questa rappresentante e della Giuria internazionale della Biennale. Con ciò, almeno la Russia sarà presente.
Al di là del caso specifico, non è nuovo il dilemma se ammettere a competizioni sportive o a manifestazioni artistiche stati in guerra, soprattutto se aggressori (lo sappiamo, alcuni aggressori non sono trattati da tali, ma qui almeno su questo soprassediamo). Da una parte si dice che non si possono discriminare persone che non hanno probabilmente nulla a che vedere con le scelte internazionali dei propri stati, talora anche dal livello democratico molto basso, dall’altro si fa notare che molte nazioni utilizzano arte e sport come strumenti politici, per migliorare la propria immagine e attrarre attenzione e investimenti.
Non si vuole certo sostenere che su questo la Bibbia abbia delle posizioni chiare né che quanto qui condiviso sia universalmente e obbligatoriamente vero, ma possiamo provare a condurre un ragionamento discutibile, magari sbagliato, ma con qualche ragione con cui confrontarsi. La Bibbia, d’altronde, spesso non offre risposte nette, ma argomentazioni e stimoli per pensare.
Questa volta, d’altronde, ci muoviamo su un terreno scivoloso. Intanto perché di guerra nella Bibbia si parla molto, soprattutto nel Primo Testamento, spesso sostenuta o patrocinata addirittura da Dio. Al riguardo il discorso si farebbe lungo ma possiamo metterlo da parte facendo notare che il punto d’arrivo del sogno dei profeti e del messaggio di Gesù è di una pace che non tollera alcun tipo di “guerra giusta”, benché questa sia stata impugnata fin troppo spesso nella storia e possa essere una modalità di risposta a ingiustizie e tirannie. Ma si tratta di un tema troppo ampio per affrontarlo in poche righe.
Anche perché un altro modo di affrontare la questione ci chiede attenzione, in quanto non è legato semplicemente ad alcune citazioni o brani, bensì con il modo stesso con cui viene raccolta e compilata la Bibbia. Che questa sia spesso piena di incoerenze è chiaro, a volte anche senza alcun motivo comprensibile: lo stesso episodio di un marito che finge che la propria moglie sia sua sorella lo troviamo attribuito ad Abramo in Egitto (Gen 12), ad Abramo a Gerar (Gen 20), a Isacco a Gerar (Gen 26), e il diluvio è detto durare quaranta giorni (Gen 7,4.12) ma anche un anno intero (Gen 7,11; 8,14). Gli esempi potrebbero essere molti di più e ci portano a un modo di comporre soprattutto i testi del Pentateuco che ci potrebbe stupire. Diversi gruppi ebrei, infatti, potevano raccontare episodi molto simili in modi diversi, a cui erano estremamente attaccati, come noi alle nostre tradizioni locali. Chi scelse di mettere per scritto quei testi dovette decidere a quale versione dare più credito... e optò per il metterle tutte. Il senso probabilmente era che ognuno avrebbe trovato la propria versione nel testo, che si mostrava quindi affidabile; a quel punto, siccome nel medesimo testo c’erano anche versioni diverse, anche le altre risultavano accettabili, e insieme a quelle venivano certificati i gruppi culturali che le sostenevano. È una modalità di composizione che rinuncia alla coerenza per privilegiare la convivenza.
Se vogliamo, troviamo lo stesso approccio anche nella prima chiesa, che, davanti al dilemma se mantenere o no l’applicazione della legge mosaica, di fronte ai primi credenti che si mischiano con altri in un gesto sacro come la messa (è quello il senso dello “spezzare il pane”), decidono di imporre alcune regole ad alcuni ma non a tutti, e di tenere solo lo stretto necessario per non urtare eccessivamente qualcuno (Atti 15).
È una modalità che può essere applicata anche al nostro mondo contemporaneo? Se così fosse, parrebbe uno stimolo per separare la compattezza degli “avversari” ammettendo la liceità del loro esprimersi in alcuni campi non aggressivi. Negli Atti degli Apostoli non si dice che si possano copiare le consuetudini sessuali dei pagani, ma che alcune regole che per il mondo ebraico erano fondamentali si possono tralasciare. Si decide di decongestionare lo scontro, evitando di finire nel muro contro muro.
Chissà che non possa essere un modo non per non affrontare le questioni più di fondo (stragi, violenze, disprezzo della vita umana restano condannati sempre), ma per evitare che quelle censure trascinino dietro di sé l’interezza della vita di chi si rimprovera. Pur perdendo in purezza astratta e in coerenza, potrebbe essere lo strumento per ribadire che non si rifiuta l’avversario, ma le sue azioni malvagie.