editoriale

L’elettore italiano, un sovrano indebolito dalla legge

10 maggio 2026

Cuneo

Montecitorio Il dibattito sulla legge elettorale, iniziato alla Camera lo scorso 31 marzo, riguarda due aspetti molto diversi tra di loro: il primo riguarda le regole per la distribuzione dei seggi tra i partiti; il secondo riguarda l’individuazione delle persone a cui vanno assegnati questi seggi. Mentre riguardo al primo aspetto si registra una certa variabilità di opinioni, riguardo al secondo risulta invece nettamente prevalente, all’interno delle forze politiche, il favore per le norme che predeterminano le persone a cui assegnare i seggi ottenuti, anziché farle scegliere dagli elettori. Ciò però contrasta con quanto affermato dalla Corte Costituzionale nella sentenza 1 del 2014, la quale ha affermato che la legge deve attribuire all’elettore il “voto di preferenza” (di cui già dispone nelle elezioni comunali e regionali), per fargli scegliere da quale candidato vuole essere rappresentato. Sembrava una presa di posizione chiarissima, ma la legge elettorale vigente, approvata nel 2017 (il “rosatellum”), non si è adeguata a questa prescrizione; e nemmeno la proposta di riforma attualmente in discussione, che continua a prevedere un sistema di “liste bloccate”, con il quale i seggi vengono attribuiti seguendo l’ordine di lista (il primo viene attribuito al capolista e poi gli eventuali altri seggi ottenuti dalla sua lista vanno ai candidati che lo seguono, senza eccezioni). La questione è però di centrale importanza, perché saranno poi le persone che vanno in Parlamento a prendere tutte le decisioni importanti; e non consentire agli elettori di sceglierle indebolisce di molto il potere che la Costituzione affida all’elettore-sovrano, soprattutto in un’epoca storica in cui spesso la persona che dovrebbe rappresentare il partito da lui votato si sposta, dopo le elezioni, in un altro partito (fenomeno di “migrazione” che nella legislatura 2018/2022 interessò addirittura un terzo degli eletti). L’elettore deve quindi poter scegliere non solo da quale partito vuole essere rappresentato, ma anche da quale esponente di quel partito. L’utilizzo dei collegi uninominali non è una soluzione, perché in quel caso ogni partito propone un solo candidato; e per l’elettore si tratta di “prendere o lasciare”. L’esperienza insegna che la stragrande maggioranza degli elettori non rinuncia a votare il proprio partito preferito, anche se non gradisce particolarmente il candidato che esso propone. Una soluzione un po’ migliore è quella delle “primarie”, per effetto delle quali l’ordine dei candidati nelle “liste bloccate” è scelto dagli elettori che tendenzialmente voteranno ciascuna lista. Il problema, però, è che per poterle organizzare occorre sapere con anticipo la data esatta delle elezioni e la legge con cui si andrà a votare; ma nel 2022 si seppe la data con pochissimo anticipo e nel 2018 fu la legge ad essere nota a ridosso delle elezioni. Sicché, dopo il 2013, solo i “5stelle” hanno organizzato delle “primarie”, gestendole totalmente in modalità informatica. Da queste esperienze concrete emerge chiaramente che il “voto di preferenza” è l’unico modo con cui può essere garantita a tutti gli elettori la possibilità di scegliere i propri rappresentanti. Ma perché allora non è stato introdotto? La risposta è semplice: perché chi gestisce le liste ha piacere, per vari motivi, di avere anche la possibilità di predeterminare a chi andranno tutti (o quasi tutti) i seggi ottenuti. Ecco quindi che il Parlamento nel 2017 si è appigliato a una frase della sentenza 1/2014: quella in cui la Corte Costituzionale ha affermato che eccezionalmente la legge può non prevedere il “voto di preferenza” nei collegi in cui sono presenti pochi candidati. Nel fare questa affermazione, la Corte intendeva riferirsi ai collegi con pochi seggi in palio («di dimensioni territorialmente ridotte», scrisse espressamente), nei quali per tale motivo ci sono pochi candidati. Senonché, invece di scrivere “pochi seggi in palio” (che era il presupposto), la Corte ha scritto “pochi candidati” in lizza (che era la conseguenza), con il risultato che la legge elettorale del 2017 ha dato vita a collegi territorialmente grandi, nei quali però ha previsto che ogni lista dovesse contenere pochi nominativi; per avere, così, …pochi candidati in lizza, come letteralmente aveva scritto la Corte! In pratica, però, nel 2018 i “5stelle”, ampiamente vittoriosi nel Sud Italia, esaurirono rapidamente i loro candidati e un seggio della Sicilia venne infine attribuito ad un candidato dell’Umbria. Con buona pace dell’idea (di per sé già piuttosto strampalata) secondo cui la presenza di liste corte avrebbe messo gli elettori siciliani in condizione di conoscere tutti i candidati in lizza per ottenere i loro seggi, scegliendo così il proprio partito preferito anche sulla base dei nomi da esso proposti. Quindi, si è preferito dare spazio a delle assurdità, pur di non dare attuazione a un diritto che secondo la Corte Costituzionale dovrebbe essere pacificamente riconosciuto all’elettore. Né può funzionare la soluzione intermedia proposta da Renzi nel 2015, vale a dire quella del “capolista bloccato”, in base alla quale il primo seggio ottenuto da una lista andava al suo capolista, mentre gli altri venivano ripartiti con le preferenze. Il problema, infatti, è che in un collegio-standard in cui siano in palio 7-8 seggi e 5 liste ottengano dei seggi, ne resterebbero solo 2 o 3 da attribuire con le preferenze, mentre la maggioranza dei seggi verrebbe attribuita “d’ufficio” ai capilista (tantopiù adesso che il numero dei parlamentari è stato ridotto). È evidente, pertanto, la necessità di vedere introdotto un sistema semplice, che agevoli anche l’utilizzo delle preferenze da parte degli elettori, dato che nelle elezioni comunali e regionali meno della metà degli elettori lo utilizza davvero, scrivendo il nome del candidato da cui vuole essere rappresentato. La soluzione è quella di scrivere sulla lista tutti i nomi dei candidati (come ora è già previsto), dando la possibilità all’elettore di crocettare quelli di sua preferenza. Troppo semplice? Forse sì. La realtà è che al momento è necessario che gli elettori facciano sentire la loro voce per vedersi riconosciuto questo diritto, perché la classe politica pare non intenzionata a riconoscerglielo. Oltre alle proposte di legge popolare promosse dall’associazione votolibeguale (finalizzate a modificare la legge vigente introducendo le preferenze o almeno le “primarie” obbligatorie; alle quali si può esprimere il proprio sostegno sul sito del Ministero della Giustizia fino al 15 maggio), esistono anche delle iniziative giudiziali: un ricorso per il riconoscimento delle preferenze è stato proposto da Mario Staderini (ex segretario dei Radicali) di fronte alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo; e un ricorso promosso da Enzo Palumbo (ex senatore liberale ed ex membro del Csm) pende in Cassazione, con la possibilità di portare nuovamente la questione delle preferenze all’attenzione della Corte Costituzionale. La speranza è quindi che queste iniziative portino alla ribalta il problema e inducano la classe politica a riconsiderare le proprie posizioni, per restituire ai cittadini/elettori il proprio fondamentale ruolo decisionale.
Scuola primaria di boves