editoriale

L’azzardo moderno di investire più nelle cose che nelle persone

09 maggio 2026

Cuneo

smartphone, iphone (foto Pixabay) (foto Pixabay) In una delle sue analisi che si sono rivelate profetiche, John Kenneth Baldraith, tra gli economisti più lucidi del secolo scorso, ha affermato che, “in una società agiata, continuare a fare della produttività il centro e il fine dell’economia è un imperdonabile errore, che alimenta la coltivazione di bisogni umani artificiali e gli investimenti in cose e beni privati anziché in persone e servizi pubblici”. Si tratta di una affermazione del 1958 ma che, purtroppo, è ancora attuale. Nelle priorità degli investitori e dei grandi capitali, le cose hanno sostituito le persone e i beni privati hanno preso il posto dei servizi pubblici. Il processo è particolarmente evidente per la prima parte del binomio. Che gli investimenti nei servizi pubblici siano in declino è sotto gli occhi di tutti. Allo stesso tempo, il paragone tra i beni privati che sono oggi a disposizione dei consumatori e quelli che lo erano in passato è improponibile. Il paradosso, però, è che, nella società dell’opulenza, sempre meno persone possono accedere ai beni privati maggiormente ambiti. Il costo di uno smartphone di ultima generazione raggiunge e supera lo stipendio mensile della maggioranza dei lavoratori; il prezzo di una moderna automobile di fascia media può essere facilmente superiore al reddito annuale ordinario di molte persone. Allo stesso tempo, sul versante servizi pubblici e, più in generale, sul welfare inteso in senso ampio, soprattutto negli ultimi anni, l’arretramento è stato estremamente consistente. Sanità e trasporto pubblico, pur con alcune lodevoli eccezioni, faticano a tenere il passo, sempre più incalzate dalla concorrenza privata. Non si riesce neppure a immaginare che cosa sarebbero oggi i nostri ospedali se la crescita dell’offerta dei servizi fosse stata anche solo minimamente paragonabile a quella della sanità privata. Eppure, ciò che dovrebbe preoccupare maggiormente, più ancora della fatica che si registra nell’ambito dei servizi pubblici, è la sempre minore propensione a investire in persone anziché in cose. Con questo, ovviamente, non si vuole dire che tecnologia 5G, intelligenza artificiale e internet delle cose non siano strategici, tutt’altro. Il fatto è che, senza sostenere prioritariamente la crescita e il benessere dei fruitori di questi strumenti, non faranno che peggiorare la qualità delle informazioni che viaggeranno sulle nuove reti, il modo di rapportarsi e di utilizzare l’intelligenza artificiale e la capacità di filtrare in modo critico le attività dei sistemi automatizzati, sempre più interconnessi con conseguente sempre maggiore necessità di governo e di controllo. Che senso ha rafforzare gli investimenti in intelligenza artificiale a scuola senza sostenere, ad esempio, politiche familiari che consentano ai bambini e ai ragazzi di avere accanto i propri genitori nella loro crescita, nel corso della quale avranno a disposizione strumenti sempre più potenti per accedere a una mole sostanzialmente infinità di informazioni, molte delle quali false o fuorvianti, quando non intenzionalmente precostituite con fini manipolativi? Come si può realisticamente sostenere che deve essere l’uomo a continuare ad avere il controllo sulle macchine senza avere cura, fattivamente, dei più fragili, di chi bussa alle nostre porte, degli anziani, di chi ha abbandonato gli studi, di chi non trova lavoro? Quale controllo sulle macchine o sui nuovi strumenti possono avere le persone sole, gli esclusi, chi a mala pena sa leggere e scrivere, chi non parla nemmeno la lingua nella quale si esprimono le macchine che dovrebbe controllare? La combinazione tra strumenti sempre più potenti e una platea sempre più nutrita di fruitori inconsapevoli non porta a nulla di buono e può generare spirali sempre meno rispettose della dignità umana, soprattutto delle persone con meno risorse. Sarebbe bello che, una volta tanto, i programmi di sviluppo economico prevedessero come prioritari gli investimenti nelle persone. Sarebbe più dirompente di tutte le rivoluzioni industriali se questi investimenti fossero diretti non ad aumentare la produttività ma, invertendo i termini del discorso, a porre la produttività al servizio delle persone, rimettendo la qualità della vita, di ogni vita, al centro dei modelli di sviluppo. Certo, i conti economici delle big-tech, dei produttori di armi, dei grandi azionisti delle banche e dei fondi speculativi potrebbero risentirne ma, tutto sommato, vale la pena correre questo rischio.  
Economia Persone Investire Laghetto delle libellule Produttività