(foto Pixabay)
Oramai, di intelligenza artificiale, soprattutto generativa, si parla con insistenza. Se, come è evidente, il suo diffondersi è un dato di fatto con il quale è necessario confrontarsi, non si può non osservare come l’Italia e l’Europa corrano il rischio di ripetere errori che, nel passato, si sono rivelati portatori di seri problemi.
Nel mondo dei pagamenti, ad esempio, solo in tempi recentissimi ci si è resi conto che l’Italia e l’Europa erano(e sono) in mano a circuiti americani come Visa, Mastercard, American Express e PayPal. Per decenni, i governanti nostrani e il sistema bancario hanno dormito sonni profondi mentre i concorrenti a stelle e strisce conquistavano il mercato, salvo poi tentare di correre ai ripari quando gli Stati Uniti, nelle relazioni con l’Europa, hanno fatto leva, in ottica strategica, anche sul controllo del mercato dei servizi di pagamento. L’euro digitale è, senza dubbio, un’iniziativa lodevole sebbene non risolutiva, ma passeranno anni prima che diventi operativo su larga scala. Nel frattempo, potrebbe valere la pena sostenere le altre iniziative europee che si sono fatte strada, anche in Italia, nell’indifferenza, quando non nello scetticismo o nell’aperta ostilità di chi avrebbe dovuto sostenerle. Si spera che questo avvenga, ma è ovvio che un po’ di lungimiranza in più (per quello che riguarda le autorità pubbliche) o qualche interesse di breve termine in meno (per quanto concerne il sistema bancario, che per anni ha percepito laute commissioni per la vendita alla propria clientela di carte americane o per il convenzionamento degli esercizi commerciali) avrebbero certamente contribuito a non consegnare ai soliti noti un settore fondamentale come quello dei servizi di pagamento.
Il discorso si è riproposto per i motori di ricerca, il commercio elettronico e i servizi per le riunioni a distanza. La durissima fase del lockdown ha reso evidente a tutti quello che alcuni lungimiranti da tempo sottolineavano, e cioè che Amazon e pochi altri controllavano il mercato dell’e-commerce, Google quello dei motori di ricerca e la stessa Google (con Google Meet), Microsoft (con Teams), Zoom e pochissimi altri assorbivano l’offerta degli strumenti per le riunioni a distanza. Per tutta la pandemia, l’intero sistema scolastico e imprenditoriale italiano ed europeo ha regalato (in realtà, hanno pagato per regalare) a Google o Microsoft, le informazioni che viaggiavano attraverso le varie funzionalità offerte dalle rispettive piattaforme e, anche grazie a questa enorme mole di dati ottenuti, i colossi d’oltreoceano hanno sviluppato gli applicativi di intelligenza artificiale che oggi dominano il settore e che vengono utilizzati anche in Italia e in Europa.
Il discorso pare, infatti, ripetersi oggi per i vari Chat GPT (di Open AI), Gemini (di Google) e Copilot (di Microsoft), tutti americani. L’Europa e l’Italia, nel frattempo, continuano a non sviluppare un piano industriale degno di questo nome che possa colmare, o quanto meno limitare, il gap con i concorrenti di altri Paesi, che pure (altro paradosso), molto spesso si avvalgono della preparazione e della creatività di giovani anche italiani, costretti a emigrare, con il loro bagaglio di competenze, in quanto non adeguatamente valorizzati in patria.
In un editoriale di questa settimana sul New York Times, Katrin Bennhold ha argutamente evidenziato il paradosso della guerra in Iran, intrapresa da Stati Uniti e Israele con il fine (o il pretesto) di privare l’Iran dell’arma atomica, che la Repubblica Islamica avrebbe potuto usare sia come minaccia, sia come deterrente di fronte a eventuali tentativi di aggressione. Solo in seguito, gli Stati Uniti si sono accorti che l’Iran, in realtà, ha ben altri strumenti di minaccia e deterrenza, come il controllo dello Stretto di Hormuz. Se anziché pensare solo alle armi gli Stati Uniti avessero valutato seriamente tutto il quadro, non avrebbero cacciato il mondo intero in questo pasticcio. Allo stesso modo, se anziché discutere, in ordine sparso, di armi ed eserciti, in Europa si investisse nei settori veramente strategici, anziché consegnarli ad altri, le cose funzionerebbero decisamente meglio, anche dal punto di vista strategico e dello sviluppo nel medio e nel lungo termine.
editoriale
(foto Pixabay)
Oramai, di intelligenza artificiale, soprattutto generativa, si parla con insistenza. Se, come è evidente, il suo diffondersi è un dato di fatto con il quale è necessario confrontarsi, non si può non osservare come l’Italia e l’Europa corrano il rischio di ripetere errori che, nel passato, si sono rivelati portatori di seri problemi.
Nel mondo dei pagamenti, ad esempio, solo in tempi recentissimi ci si è resi conto che l’Italia e l’Europa erano(e sono) in mano a circuiti americani come Visa, Mastercard, American Express e PayPal. Per decenni, i governanti nostrani e il sistema bancario hanno dormito sonni profondi mentre i concorrenti a stelle e strisce conquistavano il mercato, salvo poi tentare di correre ai ripari quando gli Stati Uniti, nelle relazioni con l’Europa, hanno fatto leva, in ottica strategica, anche sul controllo del mercato dei servizi di pagamento. L’euro digitale è, senza dubbio, un’iniziativa lodevole sebbene non risolutiva, ma passeranno anni prima che diventi operativo su larga scala. Nel frattempo, potrebbe valere la pena sostenere le altre iniziative europee che si sono fatte strada, anche in Italia, nell’indifferenza, quando non nello scetticismo o nell’aperta ostilità di chi avrebbe dovuto sostenerle. Si spera che questo avvenga, ma è ovvio che un po’ di lungimiranza in più (per quello che riguarda le autorità pubbliche) o qualche interesse di breve termine in meno (per quanto concerne il sistema bancario, che per anni ha percepito laute commissioni per la vendita alla propria clientela di carte americane o per il convenzionamento degli esercizi commerciali) avrebbero certamente contribuito a non consegnare ai soliti noti un settore fondamentale come quello dei servizi di pagamento.
Il discorso si è riproposto per i motori di ricerca, il commercio elettronico e i servizi per le riunioni a distanza. La durissima fase del lockdown ha reso evidente a tutti quello che alcuni lungimiranti da tempo sottolineavano, e cioè che Amazon e pochi altri controllavano il mercato dell’e-commerce, Google quello dei motori di ricerca e la stessa Google (con Google Meet), Microsoft (con Teams), Zoom e pochissimi altri assorbivano l’offerta degli strumenti per le riunioni a distanza. Per tutta la pandemia, l’intero sistema scolastico e imprenditoriale italiano ed europeo ha regalato (in realtà, hanno pagato per regalare) a Google o Microsoft, le informazioni che viaggiavano attraverso le varie funzionalità offerte dalle rispettive piattaforme e, anche grazie a questa enorme mole di dati ottenuti, i colossi d’oltreoceano hanno sviluppato gli applicativi di intelligenza artificiale che oggi dominano il settore e che vengono utilizzati anche in Italia e in Europa.
Il discorso pare, infatti, ripetersi oggi per i vari Chat GPT (di Open AI), Gemini (di Google) e Copilot (di Microsoft), tutti americani. L’Europa e l’Italia, nel frattempo, continuano a non sviluppare un piano industriale degno di questo nome che possa colmare, o quanto meno limitare, il gap con i concorrenti di altri Paesi, che pure (altro paradosso), molto spesso si avvalgono della preparazione e della creatività di giovani anche italiani, costretti a emigrare, con il loro bagaglio di competenze, in quanto non adeguatamente valorizzati in patria.
In un editoriale di questa settimana sul New York Times, Katrin Bennhold ha argutamente evidenziato il paradosso della guerra in Iran, intrapresa da Stati Uniti e Israele con il fine (o il pretesto) di privare l’Iran dell’arma atomica, che la Repubblica Islamica avrebbe potuto usare sia come minaccia, sia come deterrente di fronte a eventuali tentativi di aggressione. Solo in seguito, gli Stati Uniti si sono accorti che l’Iran, in realtà, ha ben altri strumenti di minaccia e deterrenza, come il controllo dello Stretto di Hormuz. Se anziché pensare solo alle armi gli Stati Uniti avessero valutato seriamente tutto il quadro, non avrebbero cacciato il mondo intero in questo pasticcio. Allo stesso modo, se anziché discutere, in ordine sparso, di armi ed eserciti, in Europa si investisse nei settori veramente strategici, anziché consegnarli ad altri, le cose funzionerebbero decisamente meglio, anche dal punto di vista strategico e dello sviluppo nel medio e nel lungo termine.
Pagamenti, motori di ricerca, Intelligenza artificiale: tutto in mano agli Stati Uniti
03 maggio 2026
Cuneo
(foto Pixabay)
Oramai, di intelligenza artificiale, soprattutto generativa, si parla con insistenza. Se, come è evidente, il suo diffondersi è un dato di fatto con il quale è necessario confrontarsi, non si può non osservare come l’Italia e l’Europa corrano il rischio di ripetere errori che, nel passato, si sono rivelati portatori di seri problemi.
Nel mondo dei pagamenti, ad esempio, solo in tempi recentissimi ci si è resi conto che l’Italia e l’Europa erano(e sono) in mano a circuiti americani come Visa, Mastercard, American Express e PayPal. Per decenni, i governanti nostrani e il sistema bancario hanno dormito sonni profondi mentre i concorrenti a stelle e strisce conquistavano il mercato, salvo poi tentare di correre ai ripari quando gli Stati Uniti, nelle relazioni con l’Europa, hanno fatto leva, in ottica strategica, anche sul controllo del mercato dei servizi di pagamento. L’euro digitale è, senza dubbio, un’iniziativa lodevole sebbene non risolutiva, ma passeranno anni prima che diventi operativo su larga scala. Nel frattempo, potrebbe valere la pena sostenere le altre iniziative europee che si sono fatte strada, anche in Italia, nell’indifferenza, quando non nello scetticismo o nell’aperta ostilità di chi avrebbe dovuto sostenerle. Si spera che questo avvenga, ma è ovvio che un po’ di lungimiranza in più (per quello che riguarda le autorità pubbliche) o qualche interesse di breve termine in meno (per quanto concerne il sistema bancario, che per anni ha percepito laute commissioni per la vendita alla propria clientela di carte americane o per il convenzionamento degli esercizi commerciali) avrebbero certamente contribuito a non consegnare ai soliti noti un settore fondamentale come quello dei servizi di pagamento.
Il discorso si è riproposto per i motori di ricerca, il commercio elettronico e i servizi per le riunioni a distanza. La durissima fase del lockdown ha reso evidente a tutti quello che alcuni lungimiranti da tempo sottolineavano, e cioè che Amazon e pochi altri controllavano il mercato dell’e-commerce, Google quello dei motori di ricerca e la stessa Google (con Google Meet), Microsoft (con Teams), Zoom e pochissimi altri assorbivano l’offerta degli strumenti per le riunioni a distanza. Per tutta la pandemia, l’intero sistema scolastico e imprenditoriale italiano ed europeo ha regalato (in realtà, hanno pagato per regalare) a Google o Microsoft, le informazioni che viaggiavano attraverso le varie funzionalità offerte dalle rispettive piattaforme e, anche grazie a questa enorme mole di dati ottenuti, i colossi d’oltreoceano hanno sviluppato gli applicativi di intelligenza artificiale che oggi dominano il settore e che vengono utilizzati anche in Italia e in Europa.
Il discorso pare, infatti, ripetersi oggi per i vari Chat GPT (di Open AI), Gemini (di Google) e Copilot (di Microsoft), tutti americani. L’Europa e l’Italia, nel frattempo, continuano a non sviluppare un piano industriale degno di questo nome che possa colmare, o quanto meno limitare, il gap con i concorrenti di altri Paesi, che pure (altro paradosso), molto spesso si avvalgono della preparazione e della creatività di giovani anche italiani, costretti a emigrare, con il loro bagaglio di competenze, in quanto non adeguatamente valorizzati in patria.
In un editoriale di questa settimana sul New York Times, Katrin Bennhold ha argutamente evidenziato il paradosso della guerra in Iran, intrapresa da Stati Uniti e Israele con il fine (o il pretesto) di privare l’Iran dell’arma atomica, che la Repubblica Islamica avrebbe potuto usare sia come minaccia, sia come deterrente di fronte a eventuali tentativi di aggressione. Solo in seguito, gli Stati Uniti si sono accorti che l’Iran, in realtà, ha ben altri strumenti di minaccia e deterrenza, come il controllo dello Stretto di Hormuz. Se anziché pensare solo alle armi gli Stati Uniti avessero valutato seriamente tutto il quadro, non avrebbero cacciato il mondo intero in questo pasticcio. Allo stesso modo, se anziché discutere, in ordine sparso, di armi ed eserciti, in Europa si investisse nei settori veramente strategici, anziché consegnarli ad altri, le cose funzionerebbero decisamente meglio, anche dal punto di vista strategico e dello sviluppo nel medio e nel lungo termine.