(foto Pixabay)
Ma un cattolico può festeggiare la festa del lavoro?
O dovrebbe sentirla solo “degli altri”, chiunque essi siano, perché troppo concreta, materiale e lontana dal divino?
Basterebbe in realtà, nella storia della Chiesa, l’importanza del benedettino “prega e lavora”.
Ma tornano anche utili un paio di spunti biblici.
A partire dal più radicale e fondamentale.
Sappiamo tutti, infatti, che il libro della Genesi inizia con due racconti della creazione, non compatibili tra loro se ci concentriamo solo sulla narrazione (molto di più, invece, se cogliamo nel profondo l’intento teologico che li anima).
Benché anche il primo racconto, nel primo capitolo, possa essere significativo per una valutazione del lavoro umano ma in modo molto più complesso, il secondo racconto e capitolo sono espliciti e diretti.
Si dice, infatti, che la terra era arida e priva di erba ed arbusti, perché «Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che lavorasse il suolo» (Gen 2,5). Le due ragioni sono messe una accanto all’altra, come le due con-cause dell’infertilità della terra, ossia dell’impossibilità della terra di esprimersi appieno. E se possiamo serenamente dire che Dio non aveva ancora fatto il suo compito di creatore, dobbiamo allora ammettere che quel brano di Genesi sostiene che in effetti il ruolo umano è quello di con-creatore insieme a Dio.
Qui cogliamo meglio anche il legame più interiore con il primo racconto della creazione, al capitolo precedente, dove si dice “solo” che l’essere umano è plasmato a immagine di Dio, ma tutto ciò che fa Dio fino a quel punto è soltanto creare. Dunque, anche l’uomo è essenzialmente un creatore, e non a caso è posto come signore della creazione (1,26), in modo simile alla signoria divina sull’uomo. Non quindi un padrone e dominatore, ma un superiore che si prende cura della vita e del benessere di chi accudisce.
L’uomo, insomma, è chiamato con il suo lavoro a collaborare all’opera divina, ad aiutare il mondo tutto a esprimere appieno le proprie potenzialità di vita, a contribuire a perfezionare la terra tutta.
Potremmo tuttavia obiettare che questa bella immagine può al limite applicarsi ai lavori agricoli ma non funziona per la maggior parte delle nostre professioni. È però un’obiezione a cui si può serenamente rispondere che tutti noi, ognuno per la sua parte, siamo chiamati a mettere gli altri esseri umani e il mondo intero in condizione di esprimere il meglio di sé. E anche a fronte di alcune professioni che potremmo ritenere più difficili da integrare in questo piano, ci viene in aiuto un brano particolare del Nuovo Testamento.
Lo fa il vangelo di Luca, che si dilunga nel presentare la figura di Giovanni Battista. Costui era un profeta che oggi diremmo rigorista e conservatore: invoca una purificazione dalle conseguenze del peccato, dopo la conversione, che ci può sembrare rituale e “antica”, ma che invita a non passare dai riti codificati nel tempio, bensì da un lavacro in quel Giordano che rimandava agli inizi della storia del popolo nella regione. E la sua predicazione non si presentava certo come timida e conciliante: «Razza di vipere, chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente?» (Lc 3,7). Quando però si presentano di fronte a lui, chiedendogli come devono comportarsi, soldati e pubblicani, ci stupisce. Ci si poteva infatti aspettare che quelle professioni, già antipatiche per conto loro (i pubblicani, ci ricordiamo, erano gli esattori delle tasse) ma per giunta fatte in collaborazione con la forza romana di occupazione, si attirassero strali ancora peggiori. Come minimo, avremmo immaginato che il Battista li invitasse a cambiare lavoro. E invece no: «Non esigete nulla di più di quanto fissato; non maltrattate; accontentatevi delle vostre paghe» (3,14). Anche ciò che sembrava essere meno facilmente integrabile in un quadro divino, diventa buono persino per un profeta rigorista, a patto che sia fatto nel rispetto degli altri.
E allora è proprio opportuno che, da cristiani, riconosciamo e custodiamo il valore del lavoro umano, che è una collaborazione all’opera creatrice divina se fatto nel servizio degli altri e nel rispetto di chiunque.
editoriale
(foto Pixabay)
Ma un cattolico può festeggiare la festa del lavoro?
O dovrebbe sentirla solo “degli altri”, chiunque essi siano, perché troppo concreta, materiale e lontana dal divino?
Basterebbe in realtà, nella storia della Chiesa, l’importanza del benedettino “prega e lavora”.
Ma tornano anche utili un paio di spunti biblici.
A partire dal più radicale e fondamentale.
Sappiamo tutti, infatti, che il libro della Genesi inizia con due racconti della creazione, non compatibili tra loro se ci concentriamo solo sulla narrazione (molto di più, invece, se cogliamo nel profondo l’intento teologico che li anima).
Benché anche il primo racconto, nel primo capitolo, possa essere significativo per una valutazione del lavoro umano ma in modo molto più complesso, il secondo racconto e capitolo sono espliciti e diretti.
Si dice, infatti, che la terra era arida e priva di erba ed arbusti, perché «Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che lavorasse il suolo» (Gen 2,5). Le due ragioni sono messe una accanto all’altra, come le due con-cause dell’infertilità della terra, ossia dell’impossibilità della terra di esprimersi appieno. E se possiamo serenamente dire che Dio non aveva ancora fatto il suo compito di creatore, dobbiamo allora ammettere che quel brano di Genesi sostiene che in effetti il ruolo umano è quello di con-creatore insieme a Dio.
Qui cogliamo meglio anche il legame più interiore con il primo racconto della creazione, al capitolo precedente, dove si dice “solo” che l’essere umano è plasmato a immagine di Dio, ma tutto ciò che fa Dio fino a quel punto è soltanto creare. Dunque, anche l’uomo è essenzialmente un creatore, e non a caso è posto come signore della creazione (1,26), in modo simile alla signoria divina sull’uomo. Non quindi un padrone e dominatore, ma un superiore che si prende cura della vita e del benessere di chi accudisce.
L’uomo, insomma, è chiamato con il suo lavoro a collaborare all’opera divina, ad aiutare il mondo tutto a esprimere appieno le proprie potenzialità di vita, a contribuire a perfezionare la terra tutta.
Potremmo tuttavia obiettare che questa bella immagine può al limite applicarsi ai lavori agricoli ma non funziona per la maggior parte delle nostre professioni. È però un’obiezione a cui si può serenamente rispondere che tutti noi, ognuno per la sua parte, siamo chiamati a mettere gli altri esseri umani e il mondo intero in condizione di esprimere il meglio di sé. E anche a fronte di alcune professioni che potremmo ritenere più difficili da integrare in questo piano, ci viene in aiuto un brano particolare del Nuovo Testamento.
Lo fa il vangelo di Luca, che si dilunga nel presentare la figura di Giovanni Battista. Costui era un profeta che oggi diremmo rigorista e conservatore: invoca una purificazione dalle conseguenze del peccato, dopo la conversione, che ci può sembrare rituale e “antica”, ma che invita a non passare dai riti codificati nel tempio, bensì da un lavacro in quel Giordano che rimandava agli inizi della storia del popolo nella regione. E la sua predicazione non si presentava certo come timida e conciliante: «Razza di vipere, chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente?» (Lc 3,7). Quando però si presentano di fronte a lui, chiedendogli come devono comportarsi, soldati e pubblicani, ci stupisce. Ci si poteva infatti aspettare che quelle professioni, già antipatiche per conto loro (i pubblicani, ci ricordiamo, erano gli esattori delle tasse) ma per giunta fatte in collaborazione con la forza romana di occupazione, si attirassero strali ancora peggiori. Come minimo, avremmo immaginato che il Battista li invitasse a cambiare lavoro. E invece no: «Non esigete nulla di più di quanto fissato; non maltrattate; accontentatevi delle vostre paghe» (3,14). Anche ciò che sembrava essere meno facilmente integrabile in un quadro divino, diventa buono persino per un profeta rigorista, a patto che sia fatto nel rispetto degli altri.
E allora è proprio opportuno che, da cristiani, riconosciamo e custodiamo il valore del lavoro umano, che è una collaborazione all’opera creatrice divina se fatto nel servizio degli altri e nel rispetto di chiunque.
Il valore del lavoro umano, quando fatto nel servizio degli altri e nel rispetto di chiunque
01 maggio 2026
Cuneo
(foto Pixabay)
Ma un cattolico può festeggiare la festa del lavoro?
O dovrebbe sentirla solo “degli altri”, chiunque essi siano, perché troppo concreta, materiale e lontana dal divino?
Basterebbe in realtà, nella storia della Chiesa, l’importanza del benedettino “prega e lavora”.
Ma tornano anche utili un paio di spunti biblici.
A partire dal più radicale e fondamentale.
Sappiamo tutti, infatti, che il libro della Genesi inizia con due racconti della creazione, non compatibili tra loro se ci concentriamo solo sulla narrazione (molto di più, invece, se cogliamo nel profondo l’intento teologico che li anima).
Benché anche il primo racconto, nel primo capitolo, possa essere significativo per una valutazione del lavoro umano ma in modo molto più complesso, il secondo racconto e capitolo sono espliciti e diretti.
Si dice, infatti, che la terra era arida e priva di erba ed arbusti, perché «Dio non aveva fatto piovere sulla terra e non c’era uomo che lavorasse il suolo» (Gen 2,5). Le due ragioni sono messe una accanto all’altra, come le due con-cause dell’infertilità della terra, ossia dell’impossibilità della terra di esprimersi appieno. E se possiamo serenamente dire che Dio non aveva ancora fatto il suo compito di creatore, dobbiamo allora ammettere che quel brano di Genesi sostiene che in effetti il ruolo umano è quello di con-creatore insieme a Dio.
Qui cogliamo meglio anche il legame più interiore con il primo racconto della creazione, al capitolo precedente, dove si dice “solo” che l’essere umano è plasmato a immagine di Dio, ma tutto ciò che fa Dio fino a quel punto è soltanto creare. Dunque, anche l’uomo è essenzialmente un creatore, e non a caso è posto come signore della creazione (1,26), in modo simile alla signoria divina sull’uomo. Non quindi un padrone e dominatore, ma un superiore che si prende cura della vita e del benessere di chi accudisce.
L’uomo, insomma, è chiamato con il suo lavoro a collaborare all’opera divina, ad aiutare il mondo tutto a esprimere appieno le proprie potenzialità di vita, a contribuire a perfezionare la terra tutta.
Potremmo tuttavia obiettare che questa bella immagine può al limite applicarsi ai lavori agricoli ma non funziona per la maggior parte delle nostre professioni. È però un’obiezione a cui si può serenamente rispondere che tutti noi, ognuno per la sua parte, siamo chiamati a mettere gli altri esseri umani e il mondo intero in condizione di esprimere il meglio di sé. E anche a fronte di alcune professioni che potremmo ritenere più difficili da integrare in questo piano, ci viene in aiuto un brano particolare del Nuovo Testamento.
Lo fa il vangelo di Luca, che si dilunga nel presentare la figura di Giovanni Battista. Costui era un profeta che oggi diremmo rigorista e conservatore: invoca una purificazione dalle conseguenze del peccato, dopo la conversione, che ci può sembrare rituale e “antica”, ma che invita a non passare dai riti codificati nel tempio, bensì da un lavacro in quel Giordano che rimandava agli inizi della storia del popolo nella regione. E la sua predicazione non si presentava certo come timida e conciliante: «Razza di vipere, chi vi ha fatto credere di poter sfuggire all’ira imminente?» (Lc 3,7). Quando però si presentano di fronte a lui, chiedendogli come devono comportarsi, soldati e pubblicani, ci stupisce. Ci si poteva infatti aspettare che quelle professioni, già antipatiche per conto loro (i pubblicani, ci ricordiamo, erano gli esattori delle tasse) ma per giunta fatte in collaborazione con la forza romana di occupazione, si attirassero strali ancora peggiori. Come minimo, avremmo immaginato che il Battista li invitasse a cambiare lavoro. E invece no: «Non esigete nulla di più di quanto fissato; non maltrattate; accontentatevi delle vostre paghe» (3,14). Anche ciò che sembrava essere meno facilmente integrabile in un quadro divino, diventa buono persino per un profeta rigorista, a patto che sia fatto nel rispetto degli altri.
E allora è proprio opportuno che, da cristiani, riconosciamo e custodiamo il valore del lavoro umano, che è una collaborazione all’opera creatrice divina se fatto nel servizio degli altri e nel rispetto di chiunque.