editoriale

“Porgere l’altra guancia” è la postura di chi ama, la pretesa di imporsi con la forza è l’Anticristo

19 aprile 2026

Cuneo

Gesù con i discepoli (foto Pixabay) (foto Pixabay) In questi ultimi giorni alcune notizie di cronaca ci hanno restituito episodi di aggressione casuale o totalmente spropositata ai danni di persone appena conosciute o del tutto ignote. Si può trattare di coincidenze, se dobbiamo credere a sociologi che ci informano che il tasso globale di violenza, almeno nei nostri paesi, lentamente decresce. E può darsi che davvero la percezione di maggiore aggressività quotidiana, nelle parole e negli atteggiamenti, dipenda dal fatto che siamo diventati più pacifici e quindi più sensibili. Ma è fuor di dubbio che almeno nel campo politico toni che pochi anni fa sarebbero stati dissimulati oggi sembrano sdoganati e addirittura rivendicati con orgoglio. Su questa base, sembra ormai un residuo del passato un appello come quello evangelico a “porgere l’altra guancia”. Anzi, sembra davvero una postura che espone al diventare vittime, a lasciare che il violento compia il suo disegno. Sembra un obbligo morale non solo ormai inadeguato, ma decisamente sbagliato e dannoso, incapace di condurci verso una vera crescita umana. Tale valutazione nasce però almeno in parte proprio dal fraintendimento delle indicazioni di comportamento della Bibbia tutta, e ancor più del Nuovo Testamento e delle affermazioni di Gesù. Persino i credenti, infatti, possono tendere a pensare che il cristianesimo sia innanzi tutto una serie di obblighi e doveri, adempiuti i quali si può sperare di essere ammessi al premio, colto dopo la morte. Sembrerebbe una riedizione appena aggiornata della pesatura egizia del cuore e degli organi, che, una volta sommate azioni buone e malvagie compiute in vita, decide la sorte del singolo dopo la morte. Non è però una presentazione adeguata della morale biblica. Possiamo ripartire dalla presentazione di una enigmatica figura che troviamo nel libro di Isaia e che la liturgia cattolica ci ripresenta lungo la settimana santa. Si dice, di questo personaggio, che non impone la sua presenza, che non finisce di rompere una canna già piegata, non spegne uno stoppino che sta ormai solo fumando, che non si impone per la sua presenza e anzi sembra disprezzabile e mortificato. Di questo personaggio non solo si dice che in realtà è prezioso per la sorte del popolo, ma che è il «servo di Dio», nel quale Lui si compiace. Dovremmo quindi intendere che a Dio piace vedere l’umanità disprezzata, umiliata e oppressa? Se la liturgia presenta quelle pagine nella settimana santa, è proprio perché sono sembrate da subito le parole più adatte a presentare la figura di Gesù, che pur essendo maestro si mette a lavare i piedi dei suoi discepoli, pur essendo figlio di Dio non fugge a una morte orribile e vergognosa, tanto da dare l’impressione che davvero, se fosse stato figlio di Dio, il Padre non lo avrebbe mai permesso. «Chi vuol essere il primo tra voi, si faccia il servo di tutti»: Gesù non si è limitato a dirlo, ma lo ha vissuto. Ma che cosa rappresenta Gesù? Non semplicemente un profeta che comunica un messaggio, ma chi impersonifica l’immagine piena di Dio e quindi dell’umanità perfetta. Quell’atteggiamento di servizio, di sottomissione umile, non è la mortificazione di uno schiavo, ma la postura di chi ama, di chi non si mette in concorrenza per il primato ma, servendola, costruisce l’umanità di tutti. È la figura dell’umanità piena, perfetta, quella pensata da Dio perché quella che potrebbe, se vissuta, far vivere meglio tutti. Non una tassa da pagare per avere poi una ricompensa, ma l’anticipo dell’umanità più autentica e piena, capace di vivere in totale armonia con sé, con il creato e con gli altri esseri umani. Ecco allora che qualunque pretesa di imporsi con la forza rientra in quello che l’Apocalisse chiama l’Anticristo, il presentarsi con un’immagine diversa e falsa di Dio. Il Padre di Gesù non è chi impone la propria forza, ma chi, proprio perché forte, si mette a servizio di chi ama. Come fanno anche le donne e gli uomini autentici.
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