editoriale

Se i social ci fanno astrarre dalla vita reale, la risurrezione della carne ci ricorda che questa vita non basta, ma è già un anticipo della vita piena

12 aprile 2026

Cuneo

sepolcro, risurrezione (foto Pixabay) (foto Pixabay) La risurrezione di Gesù sembra essere notizia ormai antica, scontata, già tutta chiara, eppure comporta anche conseguenze ancora sorprendenti per noi oggi. Nelle discussioni di questi tempi sull’utilizzo dei telefoni cellulari o sul rapporto con i social torna spessol’osservazione, sensata, che si tratti di strumenti che tendono a farci astrarre dalla nostra condizione reale, storica, concreta. Si sente spesso condividere l’impressione che online, nel digitale, possiamo presentarci per chi non siamo, sia imbellettando la nostra condizione, sia proprio inventandocela, ed è un’idea che è stata confermata più volte. Capita non di rado di sentire persone un po’ più attempate lamentarsi dell’astrattezza di tante relazioni nel mondo dei giovani. Se ci pensiamo bene, però, questa tendenza era già nostra prima dei social, e veniva dall’impressione che a contare siano soprattutto le nostre idee (giusto!), che il nostro “io” più autentico sia la mente, che a essere significativo, in una persona, sia il suo messaggio. Lo si è detto, lo si dice a volte ancora, persino su Gesù, suggerendo che se anche non fosse esistito davvero conterebbe però ciò che gli viene attribuito e che avrebbe un valore di sapienza per tutti gli esseri umani. Un tale stile di pensiero non è neppure una novità nella storia del cristianesimo: un importante movimento durato alcuni secoli, lo gnosticismo, in tutte le sue varie articolazioni aveva tuttavia la costante che a essere significativa fosse la conoscenza, l’assimilazione sapiente di idee e impostazioni mentali, mentre restava secondaria la vita concreta, le scelte, la materialità della nostra esistenza, i comportamenti. Su tutto ciò la risurrezione arriva a scuotere un intero sistema di pensiero. È ciò che aveva già sperimentato anche san Paolo, che si era impegnato a impostare un sofisticato discorso ad Atene (At 17), partendo dalle convinzioni religiose pagane e citando anche un poeta greco per convincere dell’importanza di un approccio di vita corretto davanti al creatore del mondo. Quando però giunse a parlare della risurrezione di Gesù, venne preso in giro: «Sì, va bene, su questo ti sentiremo poi un’altra volta!» (“Chiamiamo noi”, ci verrebbe da proseguire). Lo si può capire. Se l’importante è la nostra mente, il nostro spirito, allora tutto ciò che è corporeo, carnale, non importa, è secondario, può essere dimenticato. A quel punto possiamo anche pensare che la nostra anima sia immortale. Il corpo lo vediamo morire, ma ciò che non vediamo potrebbe restare. Il mondo biblico, però, pensa che l’essere umano sia un tutt’uno compatto. Si possono distinguere suoi aspetti, è vero, ma in modo non diverso da quando noi parliamo di “braccio” o “mente”, dove è chiaro che tutto l’uomo verrà dietro all’azione materiale o al pensiero. Da questo punto di vista la “carne” rappresenta esattamente il richiamo alla concretezza: è la mia corporeità a obbligarmi a essere presente solo in un tempo e in un luogo, ad essere condizionato da fame, sete, sonno, malattie, limiti, a rischiare di essere frainteso anche quando sono sincero e generoso... Nello stesso tempo, è la corporeità che mi fa incontrare l’altro (come gli parlerei, senza bocca ed orecchie?), che concretamente mi fa vivere (come potrei immaginarmi fuori dal mio corpo?). Che Gesù risorga dai morti, che la sua tomba resti vuota, che si faccia vedere e toccare, che mangi con i suoi discepoli, dice, tra il resto, che quella scorciatoia facile ma inverificabile (morirà il mio corpo, non la mia anima) non regge, ma nello stesso tempo anche che tutto ciò che già ora noi viviamo, gli abbracci che scambiamo, i panorami che contempliamo, i colloqui che intavoliamo, l’affetto che ci doniamo con i nostri gesti, parole, sguardi e contatti, tutto ciò non è un’illusione o una consolazione momentanea, ma costituisce la nostra vita autentica, un bell’anticipo del paradiso che ci è promesso. Inverificabile anche questo, perché anche della risurrezione di Gesù non abbiamo prove se non il sepolcro vuoto, che potrebbe anche essere interpretato diversamente. Ma si tratta di una promessa che non ci chiede, per intuire la vita vera, di essere rimandati al di fuori e al di là della nostra esistenza. È piuttosto l’aspettativa che questa vita, che ci affascina e attira pur promettendo più di ciò che mantiene, è segnata da un limite che il corpo del Gesù risorto non ha più (passa dalle porte chiuse a chiave, compare in luoghi diversi quasi nello stesso tempo), ma non è un’esperienza totalmente diversa dal bello della nostra vita mondana. Non a caso il Gesù risorto non va a proclamarsi vincitore davanti al sinedrio ebraico o al senato romano, ma torna dai suoi discepoli, i suoi amici, per fare nuovamente pace con loro, per stare a banchetto con loro, per discorrere e godere la loro compagnia. La risurrezione della carne dice che questa vita non basta, ma è già un anticipo della vita piena.  
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