Donald Trump (Foto Agensir)
Oramai è chiaro a tutti, forse anche al diretto interessato, che il presidente Trump si è cacciato in un bel pasticcio e che, con se stesso, ha trascinato in un vicolo cieco gli Stati Uniti e il mondo intero. Che l’attacco all’Iran fosse una pessima idea lo avevano detto in tanti, inclusi alcuni stretti suoi collaboratori, poi dimissionari o sbrigativamente allontanati. L’Europa, per parte sua, dovrebbe cercare, nella propria cultura civile e politica e nelle proprie radici, le risorse per tirarsi fuori da un pantano sempre più insidioso. Uno sguardo attento sui fondamenti della nostra comunità civile potrebbe dare preziose indicazioni su quello che si deve fare, e su quanto va accuratamente evitato, nel prossimo futuro.
Dovendo individuare un tratto caratterizzante che ha protetto la nostra comunità civile e che, al contrario, ha reso le cose troppo semplici ai deragliamenti di Trump, tra i primi che vengono in mente c’è il modo di intendere, anche sotto il profilo giuridico, i diritti e le libertà individuali.
Nella loro saggezza, i Padri Costituenti hanno esplicitato chiaramente in che cosa consista l’essenza dei diritti inviolabili dettando le coordinate alle quali sia il legislatore, sia gli interpreti, devono attenersi.
Già nell’articolo 2 della Costituzione si legge, infatti, che la Repubblica “riconosce” i diritti inviolabili dell’essere umano “sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. L’uso del verbo riconoscere è fondamentale, perché significa che i diritti inviolabili non sono attribuiti dallo Stato, ma esistono già, pre-esistono allo Stato, che deve comportarsi di conseguenza prendendo atto della presenza di un nucleo inviolabile e incomprimibile di diritti e prerogative, che competono alle persone in quanto tali. Questi diritti, inoltre, non sono esclusivamente individuali, ma si esprimono anche nella loro dimensione relazionale o, per dirla con la Costituzione, “nelle formazioni sociali” nelle quali si forma e si esprime la personalità di ognuno. Questa dimensione relazionale, o sociale, comprende, ovviamente, la famiglia, ma anche tutti gli altri gruppi più o meno formalizzati che connotano la vita delle persone. Questa dimensione relazionale fonda, inoltre, quella dei doveri di solidarietà, che non avrebbe motivo di esistere se, al contrario, fossimo proiettati in una dimensione puramente individuale e individualista.
La nostra Costituzione, in uno dei suoi principi fondamentali, ha, dunque, disegnato un sistema nel quale certe derive culturali e politiche iper-individualiste non possono e non devono essere consentite. Anche alcune affermazioni, in sé innocue o addirittura apparentemente sagge, devono essere correttamente intese e indirizzate alla luce dei pilastri del nostro ordinamento. Così, una frase come “la mia libertà finisce dove comincia la tua” esprime certamente un’idea condivisibile ma, nella misura in cui non contempla uno spazio comune di libertà, allora può prestarsi a interpretazioni pericolose e, certamente, non in linea con il dettato costituzionale. Riformulando l’espressione, si potrebbe dire che “tra la mia libertà e la tua libertà non c’è un confine, ma una zona ideale dove le nostre libertà devono poter convivere”. Se si nega che tra le libertà individuali esistano degli spazi di condivisione delle libertà, allora si annulla la dimensione relazionale dei diritti inviolabili e, allo stesso tempo, quella della solidarietà. Una delle radici della deriva plasticamente incarnata dal presidente Trump, che non ha nulla a che fare con la grande tradizione culturale e politica americana di Franklin Delano Roosevelt, dei fratelli Kennedy, di Martin Luther King (solo per citarne alcuni), sta proprio nella negazione delle dimensioni relazionale e solidaristica della natura e dell’agire umani. L’aggressività e il disprezzo mostrato per avversari politici, migranti, interi gruppi etnici, Stati e organizzazioni internazionali sono figli della negazione non solo della dignità altrui, ma anche dell’esistenza dei tempi e degli spazi condivisi nei quali coltivare relazioni istituzionali e personali nell’interesse e nel rispetto di tutti.
La nostra tradizione e la nostra cultura, fortunatamente, sono diverse ed è da lì che dobbiamo ripartire per percorrere strade nuove sulle quali anche gli Stati Uniti, quando saranno guidati da ben altra classe politica, potranno raggiungerci.
editoriale
Donald Trump (Foto Agensir)
Oramai è chiaro a tutti, forse anche al diretto interessato, che il presidente Trump si è cacciato in un bel pasticcio e che, con se stesso, ha trascinato in un vicolo cieco gli Stati Uniti e il mondo intero. Che l’attacco all’Iran fosse una pessima idea lo avevano detto in tanti, inclusi alcuni stretti suoi collaboratori, poi dimissionari o sbrigativamente allontanati. L’Europa, per parte sua, dovrebbe cercare, nella propria cultura civile e politica e nelle proprie radici, le risorse per tirarsi fuori da un pantano sempre più insidioso. Uno sguardo attento sui fondamenti della nostra comunità civile potrebbe dare preziose indicazioni su quello che si deve fare, e su quanto va accuratamente evitato, nel prossimo futuro.
Dovendo individuare un tratto caratterizzante che ha protetto la nostra comunità civile e che, al contrario, ha reso le cose troppo semplici ai deragliamenti di Trump, tra i primi che vengono in mente c’è il modo di intendere, anche sotto il profilo giuridico, i diritti e le libertà individuali.
Nella loro saggezza, i Padri Costituenti hanno esplicitato chiaramente in che cosa consista l’essenza dei diritti inviolabili dettando le coordinate alle quali sia il legislatore, sia gli interpreti, devono attenersi.
Già nell’articolo 2 della Costituzione si legge, infatti, che la Repubblica “riconosce” i diritti inviolabili dell’essere umano “sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. L’uso del verbo riconoscere è fondamentale, perché significa che i diritti inviolabili non sono attribuiti dallo Stato, ma esistono già, pre-esistono allo Stato, che deve comportarsi di conseguenza prendendo atto della presenza di un nucleo inviolabile e incomprimibile di diritti e prerogative, che competono alle persone in quanto tali. Questi diritti, inoltre, non sono esclusivamente individuali, ma si esprimono anche nella loro dimensione relazionale o, per dirla con la Costituzione, “nelle formazioni sociali” nelle quali si forma e si esprime la personalità di ognuno. Questa dimensione relazionale, o sociale, comprende, ovviamente, la famiglia, ma anche tutti gli altri gruppi più o meno formalizzati che connotano la vita delle persone. Questa dimensione relazionale fonda, inoltre, quella dei doveri di solidarietà, che non avrebbe motivo di esistere se, al contrario, fossimo proiettati in una dimensione puramente individuale e individualista.
La nostra Costituzione, in uno dei suoi principi fondamentali, ha, dunque, disegnato un sistema nel quale certe derive culturali e politiche iper-individualiste non possono e non devono essere consentite. Anche alcune affermazioni, in sé innocue o addirittura apparentemente sagge, devono essere correttamente intese e indirizzate alla luce dei pilastri del nostro ordinamento. Così, una frase come “la mia libertà finisce dove comincia la tua” esprime certamente un’idea condivisibile ma, nella misura in cui non contempla uno spazio comune di libertà, allora può prestarsi a interpretazioni pericolose e, certamente, non in linea con il dettato costituzionale. Riformulando l’espressione, si potrebbe dire che “tra la mia libertà e la tua libertà non c’è un confine, ma una zona ideale dove le nostre libertà devono poter convivere”. Se si nega che tra le libertà individuali esistano degli spazi di condivisione delle libertà, allora si annulla la dimensione relazionale dei diritti inviolabili e, allo stesso tempo, quella della solidarietà. Una delle radici della deriva plasticamente incarnata dal presidente Trump, che non ha nulla a che fare con la grande tradizione culturale e politica americana di Franklin Delano Roosevelt, dei fratelli Kennedy, di Martin Luther King (solo per citarne alcuni), sta proprio nella negazione delle dimensioni relazionale e solidaristica della natura e dell’agire umani. L’aggressività e il disprezzo mostrato per avversari politici, migranti, interi gruppi etnici, Stati e organizzazioni internazionali sono figli della negazione non solo della dignità altrui, ma anche dell’esistenza dei tempi e degli spazi condivisi nei quali coltivare relazioni istituzionali e personali nell’interesse e nel rispetto di tutti.
La nostra tradizione e la nostra cultura, fortunatamente, sono diverse ed è da lì che dobbiamo ripartire per percorrere strade nuove sulle quali anche gli Stati Uniti, quando saranno guidati da ben altra classe politica, potranno raggiungerci.
Quello che manca agli Stati Uniti
12 aprile 2026
Cuneo
Donald Trump (Foto Agensir)
Oramai è chiaro a tutti, forse anche al diretto interessato, che il presidente Trump si è cacciato in un bel pasticcio e che, con se stesso, ha trascinato in un vicolo cieco gli Stati Uniti e il mondo intero. Che l’attacco all’Iran fosse una pessima idea lo avevano detto in tanti, inclusi alcuni stretti suoi collaboratori, poi dimissionari o sbrigativamente allontanati. L’Europa, per parte sua, dovrebbe cercare, nella propria cultura civile e politica e nelle proprie radici, le risorse per tirarsi fuori da un pantano sempre più insidioso. Uno sguardo attento sui fondamenti della nostra comunità civile potrebbe dare preziose indicazioni su quello che si deve fare, e su quanto va accuratamente evitato, nel prossimo futuro.
Dovendo individuare un tratto caratterizzante che ha protetto la nostra comunità civile e che, al contrario, ha reso le cose troppo semplici ai deragliamenti di Trump, tra i primi che vengono in mente c’è il modo di intendere, anche sotto il profilo giuridico, i diritti e le libertà individuali.
Nella loro saggezza, i Padri Costituenti hanno esplicitato chiaramente in che cosa consista l’essenza dei diritti inviolabili dettando le coordinate alle quali sia il legislatore, sia gli interpreti, devono attenersi.
Già nell’articolo 2 della Costituzione si legge, infatti, che la Repubblica “riconosce” i diritti inviolabili dell’essere umano “sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”. L’uso del verbo riconoscere è fondamentale, perché significa che i diritti inviolabili non sono attribuiti dallo Stato, ma esistono già, pre-esistono allo Stato, che deve comportarsi di conseguenza prendendo atto della presenza di un nucleo inviolabile e incomprimibile di diritti e prerogative, che competono alle persone in quanto tali. Questi diritti, inoltre, non sono esclusivamente individuali, ma si esprimono anche nella loro dimensione relazionale o, per dirla con la Costituzione, “nelle formazioni sociali” nelle quali si forma e si esprime la personalità di ognuno. Questa dimensione relazionale, o sociale, comprende, ovviamente, la famiglia, ma anche tutti gli altri gruppi più o meno formalizzati che connotano la vita delle persone. Questa dimensione relazionale fonda, inoltre, quella dei doveri di solidarietà, che non avrebbe motivo di esistere se, al contrario, fossimo proiettati in una dimensione puramente individuale e individualista.
La nostra Costituzione, in uno dei suoi principi fondamentali, ha, dunque, disegnato un sistema nel quale certe derive culturali e politiche iper-individualiste non possono e non devono essere consentite. Anche alcune affermazioni, in sé innocue o addirittura apparentemente sagge, devono essere correttamente intese e indirizzate alla luce dei pilastri del nostro ordinamento. Così, una frase come “la mia libertà finisce dove comincia la tua” esprime certamente un’idea condivisibile ma, nella misura in cui non contempla uno spazio comune di libertà, allora può prestarsi a interpretazioni pericolose e, certamente, non in linea con il dettato costituzionale. Riformulando l’espressione, si potrebbe dire che “tra la mia libertà e la tua libertà non c’è un confine, ma una zona ideale dove le nostre libertà devono poter convivere”. Se si nega che tra le libertà individuali esistano degli spazi di condivisione delle libertà, allora si annulla la dimensione relazionale dei diritti inviolabili e, allo stesso tempo, quella della solidarietà. Una delle radici della deriva plasticamente incarnata dal presidente Trump, che non ha nulla a che fare con la grande tradizione culturale e politica americana di Franklin Delano Roosevelt, dei fratelli Kennedy, di Martin Luther King (solo per citarne alcuni), sta proprio nella negazione delle dimensioni relazionale e solidaristica della natura e dell’agire umani. L’aggressività e il disprezzo mostrato per avversari politici, migranti, interi gruppi etnici, Stati e organizzazioni internazionali sono figli della negazione non solo della dignità altrui, ma anche dell’esistenza dei tempi e degli spazi condivisi nei quali coltivare relazioni istituzionali e personali nell’interesse e nel rispetto di tutti.
La nostra tradizione e la nostra cultura, fortunatamente, sono diverse ed è da lì che dobbiamo ripartire per percorrere strade nuove sulle quali anche gli Stati Uniti, quando saranno guidati da ben altra classe politica, potranno raggiungerci.