(foto Pixabay - Dimhou)
La netta vittoria del no al referendum del 22 e 23 marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati, ha provocato un terremoto di discrete proporzioni nella politica italiana. Non è chiaro se potrebbe anche portarci ad elezioni anticipate o se sarà soltanto un rimpasto di governo.
Nella maggioranza prosegue la resa dei conti interna iniziata con la defenestrazione del sottosegretario alla giustizia Delmastro, della capogabinetto Giusy Bertolazzi e del ministro Santanché. In Forza Italia, l’impegno a mettere ordine e rinnovamento, se l’è assunto Marina Berlusconi, che non è una parlamentare eletta, ma è di fatto “padrona” del partito fondato e “posseduto” dal padre Silvio. Le opposizioni Pd e 5Stelle, sono entrate in fibrillazione ai primi sondaggi post referendum che confermano il sorpasso del Campo largo sul centro destra. La scommessa per il Campo largo, sarà trovare una quadra intorno ad un programma credibile e ad un leader, magari da scegliere con elezioni primarie.
Mentre i due schieramenti cercano di trovare un proprio equilibrio, vale la pena soffermarsi ancora sul risultato del referendum. In particolare per quel numero davvero inatteso che è stata la partecipazione dei giovani. Sono stati loro a sovvertire i pronostici. Quello della partecipazione, che i sondaggisti davano tra il 40 e il 45% e che è arrivata invece al 59%. Quello del voto che, assicuravano i sondaggisti, più alta fosse stata la partecipazione più alta sarebbe stata la prevalenza del Si. È accaduto l’opposto.
Secondo l’analisi dell’Istituto Piepoli, il 61% dei votanti tra i 18 e i 34 anni, si è espresso per il No. (Contro il 53,7% della fascia tra i 35 e i 54 anni e il 49,3% della fascia dai 55 anni in su).
Quella dei giovani, è una partecipazione dai contenuti tutti da decifrare. Certamente portatrice di una rottura rispetto al luogo comune del disimpegno e del menefreghismo, dell’insensibilità ai valori democratici di cui sono accusati. Una prima novità è che non si sono mobilitati perché spinti da appartenenze ideologiche o da ragioni identitarie. Esprimono un vento nuovo, né di destra né di sinistra, ma che all’una e all’altra segnala criticità e degenerazioni non più sopportabili della vita civile e politica. Annuncia di non accettare riduzioni dei diritti di libertà, di opinione, di manifestazione. Respinge la tendenza del potere politico a chiedere i “pieni poteri” rispetto agli altri poteri dello Stato (come la magistratura) e ai corpi sociali. Non accetta lo scarico di responsabilità di chi governa verso tutti gli altri: governi precedenti, magistrati, opposizione, immigrati.
È anche un voto di risposta alle molte leggi restrittive varate in questi anni dal governo, alle posizioni di sudditanza verso Trump, alla troppa condiscendenza verso i suoi dazi, le sue minacce, le sue guerre. Questo è il governo che ha sempre deriso e criminalizzato le persone che scendevano in piazza contro il genocidio di Gaza e contro le politiche di riarmo. Che non riconosce l’università, la scuola e la cultura, come luoghi naturali di confronto e di formazione. È il governo che ha impedito a cinque milioni di fuorisede, in gran parte giovani, di votare dal loro luogo di studio o di lavoro. Che pensa che la via migliore per parlare ai giovani sia il monologo del presidente del consiglio Meloni nella trasmissione tv di Fedez. Senza accorgersi che Fedez e il suo mondo non rappresentano più nulla per le nuove generazioni.
Ma sbaglierebbero anche i partiti del Campo largo a intestarsi il voto di questi giovani. È un voto che non considera i partiti. Che chiede a tutti risposte concrete e leggi adeguate alla società reale in cui vivono e che non è quella accreditata da chi governa oggi ma nemmeno da chi aspira a governare domani.
Perché i giovani siano andati a votare in massa e perché quasi due terzi di essi abbiamo optato per il No, sono due questioni prioritarie che la politica e i partiti dovrebbero studiare a fondo per dare risposte e aprire loro spazi di partecipazione reale al governo della società. Inventare strategie e stratagemmi nuovi per farli rientrare nelle categorie e negli schieramenti tradizionali della lotta politica, anche attraverso una nuova legge elettorale, non basterà a riportarli al voto alle prossime elezioni.
editoriale
(foto Pixabay - Dimhou)
La netta vittoria del no al referendum del 22 e 23 marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati, ha provocato un terremoto di discrete proporzioni nella politica italiana. Non è chiaro se potrebbe anche portarci ad elezioni anticipate o se sarà soltanto un rimpasto di governo.
Nella maggioranza prosegue la resa dei conti interna iniziata con la defenestrazione del sottosegretario alla giustizia Delmastro, della capogabinetto Giusy Bertolazzi e del ministro Santanché. In Forza Italia, l’impegno a mettere ordine e rinnovamento, se l’è assunto Marina Berlusconi, che non è una parlamentare eletta, ma è di fatto “padrona” del partito fondato e “posseduto” dal padre Silvio. Le opposizioni Pd e 5Stelle, sono entrate in fibrillazione ai primi sondaggi post referendum che confermano il sorpasso del Campo largo sul centro destra. La scommessa per il Campo largo, sarà trovare una quadra intorno ad un programma credibile e ad un leader, magari da scegliere con elezioni primarie.
Mentre i due schieramenti cercano di trovare un proprio equilibrio, vale la pena soffermarsi ancora sul risultato del referendum. In particolare per quel numero davvero inatteso che è stata la partecipazione dei giovani. Sono stati loro a sovvertire i pronostici. Quello della partecipazione, che i sondaggisti davano tra il 40 e il 45% e che è arrivata invece al 59%. Quello del voto che, assicuravano i sondaggisti, più alta fosse stata la partecipazione più alta sarebbe stata la prevalenza del Si. È accaduto l’opposto.
Secondo l’analisi dell’Istituto Piepoli, il 61% dei votanti tra i 18 e i 34 anni, si è espresso per il No. (Contro il 53,7% della fascia tra i 35 e i 54 anni e il 49,3% della fascia dai 55 anni in su).
Quella dei giovani, è una partecipazione dai contenuti tutti da decifrare. Certamente portatrice di una rottura rispetto al luogo comune del disimpegno e del menefreghismo, dell’insensibilità ai valori democratici di cui sono accusati. Una prima novità è che non si sono mobilitati perché spinti da appartenenze ideologiche o da ragioni identitarie. Esprimono un vento nuovo, né di destra né di sinistra, ma che all’una e all’altra segnala criticità e degenerazioni non più sopportabili della vita civile e politica. Annuncia di non accettare riduzioni dei diritti di libertà, di opinione, di manifestazione. Respinge la tendenza del potere politico a chiedere i “pieni poteri” rispetto agli altri poteri dello Stato (come la magistratura) e ai corpi sociali. Non accetta lo scarico di responsabilità di chi governa verso tutti gli altri: governi precedenti, magistrati, opposizione, immigrati.
È anche un voto di risposta alle molte leggi restrittive varate in questi anni dal governo, alle posizioni di sudditanza verso Trump, alla troppa condiscendenza verso i suoi dazi, le sue minacce, le sue guerre. Questo è il governo che ha sempre deriso e criminalizzato le persone che scendevano in piazza contro il genocidio di Gaza e contro le politiche di riarmo. Che non riconosce l’università, la scuola e la cultura, come luoghi naturali di confronto e di formazione. È il governo che ha impedito a cinque milioni di fuorisede, in gran parte giovani, di votare dal loro luogo di studio o di lavoro. Che pensa che la via migliore per parlare ai giovani sia il monologo del presidente del consiglio Meloni nella trasmissione tv di Fedez. Senza accorgersi che Fedez e il suo mondo non rappresentano più nulla per le nuove generazioni.
Ma sbaglierebbero anche i partiti del Campo largo a intestarsi il voto di questi giovani. È un voto che non considera i partiti. Che chiede a tutti risposte concrete e leggi adeguate alla società reale in cui vivono e che non è quella accreditata da chi governa oggi ma nemmeno da chi aspira a governare domani.
Perché i giovani siano andati a votare in massa e perché quasi due terzi di essi abbiamo optato per il No, sono due questioni prioritarie che la politica e i partiti dovrebbero studiare a fondo per dare risposte e aprire loro spazi di partecipazione reale al governo della società. Inventare strategie e stratagemmi nuovi per farli rientrare nelle categorie e negli schieramenti tradizionali della lotta politica, anche attraverso una nuova legge elettorale, non basterà a riportarli al voto alle prossime elezioni.
Il voto dei giovani supera lo schema destra-sinistra
05 aprile 2026
Cuneo
(foto Pixabay - Dimhou)
La netta vittoria del no al referendum del 22 e 23 marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati, ha provocato un terremoto di discrete proporzioni nella politica italiana. Non è chiaro se potrebbe anche portarci ad elezioni anticipate o se sarà soltanto un rimpasto di governo.
Nella maggioranza prosegue la resa dei conti interna iniziata con la defenestrazione del sottosegretario alla giustizia Delmastro, della capogabinetto Giusy Bertolazzi e del ministro Santanché. In Forza Italia, l’impegno a mettere ordine e rinnovamento, se l’è assunto Marina Berlusconi, che non è una parlamentare eletta, ma è di fatto “padrona” del partito fondato e “posseduto” dal padre Silvio. Le opposizioni Pd e 5Stelle, sono entrate in fibrillazione ai primi sondaggi post referendum che confermano il sorpasso del Campo largo sul centro destra. La scommessa per il Campo largo, sarà trovare una quadra intorno ad un programma credibile e ad un leader, magari da scegliere con elezioni primarie.
Mentre i due schieramenti cercano di trovare un proprio equilibrio, vale la pena soffermarsi ancora sul risultato del referendum. In particolare per quel numero davvero inatteso che è stata la partecipazione dei giovani. Sono stati loro a sovvertire i pronostici. Quello della partecipazione, che i sondaggisti davano tra il 40 e il 45% e che è arrivata invece al 59%. Quello del voto che, assicuravano i sondaggisti, più alta fosse stata la partecipazione più alta sarebbe stata la prevalenza del Si. È accaduto l’opposto.
Secondo l’analisi dell’Istituto Piepoli, il 61% dei votanti tra i 18 e i 34 anni, si è espresso per il No. (Contro il 53,7% della fascia tra i 35 e i 54 anni e il 49,3% della fascia dai 55 anni in su).
Quella dei giovani, è una partecipazione dai contenuti tutti da decifrare. Certamente portatrice di una rottura rispetto al luogo comune del disimpegno e del menefreghismo, dell’insensibilità ai valori democratici di cui sono accusati. Una prima novità è che non si sono mobilitati perché spinti da appartenenze ideologiche o da ragioni identitarie. Esprimono un vento nuovo, né di destra né di sinistra, ma che all’una e all’altra segnala criticità e degenerazioni non più sopportabili della vita civile e politica. Annuncia di non accettare riduzioni dei diritti di libertà, di opinione, di manifestazione. Respinge la tendenza del potere politico a chiedere i “pieni poteri” rispetto agli altri poteri dello Stato (come la magistratura) e ai corpi sociali. Non accetta lo scarico di responsabilità di chi governa verso tutti gli altri: governi precedenti, magistrati, opposizione, immigrati.
È anche un voto di risposta alle molte leggi restrittive varate in questi anni dal governo, alle posizioni di sudditanza verso Trump, alla troppa condiscendenza verso i suoi dazi, le sue minacce, le sue guerre. Questo è il governo che ha sempre deriso e criminalizzato le persone che scendevano in piazza contro il genocidio di Gaza e contro le politiche di riarmo. Che non riconosce l’università, la scuola e la cultura, come luoghi naturali di confronto e di formazione. È il governo che ha impedito a cinque milioni di fuorisede, in gran parte giovani, di votare dal loro luogo di studio o di lavoro. Che pensa che la via migliore per parlare ai giovani sia il monologo del presidente del consiglio Meloni nella trasmissione tv di Fedez. Senza accorgersi che Fedez e il suo mondo non rappresentano più nulla per le nuove generazioni.
Ma sbaglierebbero anche i partiti del Campo largo a intestarsi il voto di questi giovani. È un voto che non considera i partiti. Che chiede a tutti risposte concrete e leggi adeguate alla società reale in cui vivono e che non è quella accreditata da chi governa oggi ma nemmeno da chi aspira a governare domani.
Perché i giovani siano andati a votare in massa e perché quasi due terzi di essi abbiamo optato per il No, sono due questioni prioritarie che la politica e i partiti dovrebbero studiare a fondo per dare risposte e aprire loro spazi di partecipazione reale al governo della società. Inventare strategie e stratagemmi nuovi per farli rientrare nelle categorie e negli schieramenti tradizionali della lotta politica, anche attraverso una nuova legge elettorale, non basterà a riportarli al voto alle prossime elezioni.