(foto Pixabay)
La stampa (non solo) specialistica sta dando risalto a due sentenze pronunciate negli Stati Uniti che, il 24 e il 25 marzo scorsi, hanno segnato una svolta nella valutazione delle responsabilità dei gestori dei social. Meta (colosso americano proprietario di Facebook, Instagram, Whatsapp e altri servizi) e YouTube, infatti, dovranno risarcire i danni alla salute mentale subiti da giovanissimi utilizzatori.
Le cifre riportate(intorno ai 380 milioni di dollari in tutto) non sono particolarmente significative se rapportate alla capitalizzazione e alle disponibilità finanziarie delle due società, ma le ragioni delle condanne e le altre iniziative giudiziarie intraprese possono segnare una svolta. Le difese dei ricorrenti hanno parlato di una vera e propria “engineering of addiction”, cioè una “ingegneria della dipendenza”, con ciò intendendo che i meccanismi presenti su questi social sono stati deliberatamente disegnati e realizzati per generare dipendenza, soprattutto nei più giovani e nei più vulnerabili. Le domande risarcitorie dei ricorrenti erano basate sull’affermazione che l’architettura dei social citati in giudizio avesse contribuito a provocare o ad alimentare ansia, depressione, autolesionismo, pensieri suicidari e dismorfofobia, un disturbo che consiste nella preoccupazione infondata ma ricorrente che un tratto del proprio corpo sia imperfetto o, addirittura, ripugnante.
La difesa delle piattaforme social ha tentato di far leva sull’incertezza delle cause di questo tipo di problemi, ma le giurie non hanno accolto queste prospettazioni, ritenendo provato, al contrario, che le piattaforme sono state realizzate nella consapevolezza che alcune caratteristiche del design delle applicazioni potevano essere pericolose per il benessere mentale ed emotivo dei fruitori, soprattutto se fragili.
Ovviamente, Meta e YouTube hanno preannunciato appelli contro le pronunce ma, nel frattempo, molti Stati americani (oltre quaranta) stanno avviando contenziosi analoghi. Le vicende giudiziarie d’oltreoceano paiono alimentare i dubbi e le preoccupazioni che, da tempo, a livello globale, circondano l’uso dei social, soprattutto da parte di giovani e giovanissimi. Se quanto deciso dai Tribunali è corretto, infatti, non si potrebbe fare a meno di prendere atto che alcuni degli strumenti di uso quotidiano nelle nostre mani non sono tecnologicamente neutri, ma strutturalmente programmati per generare profitti per chi li produce e (almeno potenzialmente) danni in chi li utilizza. Siamo oltre, in altri termini, il cattivo uso di uno strumento che, in quanto tale, può essere utilizzato bene o male, come possono essere un paio di forbici, un coltello o un martello. Questa volta, lo strumento (cioè i social e le relative piattaforme) è stato pensato, in sede di progettazione e realizzazione, in vista della manipolazione degli utenti.
È evidente che, così ragionando, il dibattito intorno al divieto dei social ai minori e anche quello sull’uso dei cellulari, che rappresentano uno dei principali canali di accesso a questi network, assume connotati ben diversi da quelli, talvolta un pochino ingenui, dell’uso “responsabile”. Si può, infatti, usare “responsabilmente” (un po’ come si possono bere alcolici “responsabilmente” o si può giocare d’azzardo “responsabilmente”) solo a patto che alcuni prerequisiti siano garantiti, come la sufficiente consapevolezza del fruitore e l’assenza di meccanismi manipolativi.
Il discorso, come stanno scrivendo gli osservatori più attenti, dovrebbe essere, poi, allargato ad altri strumenti tecnologicamente avanzati e in grande diffusione nei quali le impostazioni “di fabbrica” sono note solamente ai loro produttori. Ci si riferisce a tutti quegli applicativi legati all’intelligenza artificiale con i quali, in qualche modo, le persone interagiscono.
Si presentano con una certa insistenza casi di denunce di genitori e associazioni a protezione dell’infanzia o di persone vulnerabili che segnalano fatti gravi e gravissimi o danni alla salute mentale provocati da un uso ossessivo di strumenti di “dialogo” supportati da applicativi di intelligenza artificiale. La giustizia, come si dice in questi casi, “farà il suo corso”. Nel frattempo, però, potrebbe essere una buona idea quella di esigere trasparenza a chi gestisce questi strumenti, e, così, di rendere note tutta una serie di informazioni, come impostazioni, limiti, finalità dell’utilizzo e, visto che ci siamo, effetti collaterali noti o, anche, semplicemente possibili.
editoriale
(foto Pixabay)
La stampa (non solo) specialistica sta dando risalto a due sentenze pronunciate negli Stati Uniti che, il 24 e il 25 marzo scorsi, hanno segnato una svolta nella valutazione delle responsabilità dei gestori dei social. Meta (colosso americano proprietario di Facebook, Instagram, Whatsapp e altri servizi) e YouTube, infatti, dovranno risarcire i danni alla salute mentale subiti da giovanissimi utilizzatori.
Le cifre riportate(intorno ai 380 milioni di dollari in tutto) non sono particolarmente significative se rapportate alla capitalizzazione e alle disponibilità finanziarie delle due società, ma le ragioni delle condanne e le altre iniziative giudiziarie intraprese possono segnare una svolta. Le difese dei ricorrenti hanno parlato di una vera e propria “engineering of addiction”, cioè una “ingegneria della dipendenza”, con ciò intendendo che i meccanismi presenti su questi social sono stati deliberatamente disegnati e realizzati per generare dipendenza, soprattutto nei più giovani e nei più vulnerabili. Le domande risarcitorie dei ricorrenti erano basate sull’affermazione che l’architettura dei social citati in giudizio avesse contribuito a provocare o ad alimentare ansia, depressione, autolesionismo, pensieri suicidari e dismorfofobia, un disturbo che consiste nella preoccupazione infondata ma ricorrente che un tratto del proprio corpo sia imperfetto o, addirittura, ripugnante.
La difesa delle piattaforme social ha tentato di far leva sull’incertezza delle cause di questo tipo di problemi, ma le giurie non hanno accolto queste prospettazioni, ritenendo provato, al contrario, che le piattaforme sono state realizzate nella consapevolezza che alcune caratteristiche del design delle applicazioni potevano essere pericolose per il benessere mentale ed emotivo dei fruitori, soprattutto se fragili.
Ovviamente, Meta e YouTube hanno preannunciato appelli contro le pronunce ma, nel frattempo, molti Stati americani (oltre quaranta) stanno avviando contenziosi analoghi. Le vicende giudiziarie d’oltreoceano paiono alimentare i dubbi e le preoccupazioni che, da tempo, a livello globale, circondano l’uso dei social, soprattutto da parte di giovani e giovanissimi. Se quanto deciso dai Tribunali è corretto, infatti, non si potrebbe fare a meno di prendere atto che alcuni degli strumenti di uso quotidiano nelle nostre mani non sono tecnologicamente neutri, ma strutturalmente programmati per generare profitti per chi li produce e (almeno potenzialmente) danni in chi li utilizza. Siamo oltre, in altri termini, il cattivo uso di uno strumento che, in quanto tale, può essere utilizzato bene o male, come possono essere un paio di forbici, un coltello o un martello. Questa volta, lo strumento (cioè i social e le relative piattaforme) è stato pensato, in sede di progettazione e realizzazione, in vista della manipolazione degli utenti.
È evidente che, così ragionando, il dibattito intorno al divieto dei social ai minori e anche quello sull’uso dei cellulari, che rappresentano uno dei principali canali di accesso a questi network, assume connotati ben diversi da quelli, talvolta un pochino ingenui, dell’uso “responsabile”. Si può, infatti, usare “responsabilmente” (un po’ come si possono bere alcolici “responsabilmente” o si può giocare d’azzardo “responsabilmente”) solo a patto che alcuni prerequisiti siano garantiti, come la sufficiente consapevolezza del fruitore e l’assenza di meccanismi manipolativi.
Il discorso, come stanno scrivendo gli osservatori più attenti, dovrebbe essere, poi, allargato ad altri strumenti tecnologicamente avanzati e in grande diffusione nei quali le impostazioni “di fabbrica” sono note solamente ai loro produttori. Ci si riferisce a tutti quegli applicativi legati all’intelligenza artificiale con i quali, in qualche modo, le persone interagiscono.
Si presentano con una certa insistenza casi di denunce di genitori e associazioni a protezione dell’infanzia o di persone vulnerabili che segnalano fatti gravi e gravissimi o danni alla salute mentale provocati da un uso ossessivo di strumenti di “dialogo” supportati da applicativi di intelligenza artificiale. La giustizia, come si dice in questi casi, “farà il suo corso”. Nel frattempo, però, potrebbe essere una buona idea quella di esigere trasparenza a chi gestisce questi strumenti, e, così, di rendere note tutta una serie di informazioni, come impostazioni, limiti, finalità dell’utilizzo e, visto che ci siamo, effetti collaterali noti o, anche, semplicemente possibili.
Danni alla salute dei ragazzi: condannati Facebook, Instagram, Whatsapp, YouTube
05 aprile 2026
Cuneo
(foto Pixabay)
La stampa (non solo) specialistica sta dando risalto a due sentenze pronunciate negli Stati Uniti che, il 24 e il 25 marzo scorsi, hanno segnato una svolta nella valutazione delle responsabilità dei gestori dei social. Meta (colosso americano proprietario di Facebook, Instagram, Whatsapp e altri servizi) e YouTube, infatti, dovranno risarcire i danni alla salute mentale subiti da giovanissimi utilizzatori.
Le cifre riportate(intorno ai 380 milioni di dollari in tutto) non sono particolarmente significative se rapportate alla capitalizzazione e alle disponibilità finanziarie delle due società, ma le ragioni delle condanne e le altre iniziative giudiziarie intraprese possono segnare una svolta. Le difese dei ricorrenti hanno parlato di una vera e propria “engineering of addiction”, cioè una “ingegneria della dipendenza”, con ciò intendendo che i meccanismi presenti su questi social sono stati deliberatamente disegnati e realizzati per generare dipendenza, soprattutto nei più giovani e nei più vulnerabili. Le domande risarcitorie dei ricorrenti erano basate sull’affermazione che l’architettura dei social citati in giudizio avesse contribuito a provocare o ad alimentare ansia, depressione, autolesionismo, pensieri suicidari e dismorfofobia, un disturbo che consiste nella preoccupazione infondata ma ricorrente che un tratto del proprio corpo sia imperfetto o, addirittura, ripugnante.
La difesa delle piattaforme social ha tentato di far leva sull’incertezza delle cause di questo tipo di problemi, ma le giurie non hanno accolto queste prospettazioni, ritenendo provato, al contrario, che le piattaforme sono state realizzate nella consapevolezza che alcune caratteristiche del design delle applicazioni potevano essere pericolose per il benessere mentale ed emotivo dei fruitori, soprattutto se fragili.
Ovviamente, Meta e YouTube hanno preannunciato appelli contro le pronunce ma, nel frattempo, molti Stati americani (oltre quaranta) stanno avviando contenziosi analoghi. Le vicende giudiziarie d’oltreoceano paiono alimentare i dubbi e le preoccupazioni che, da tempo, a livello globale, circondano l’uso dei social, soprattutto da parte di giovani e giovanissimi. Se quanto deciso dai Tribunali è corretto, infatti, non si potrebbe fare a meno di prendere atto che alcuni degli strumenti di uso quotidiano nelle nostre mani non sono tecnologicamente neutri, ma strutturalmente programmati per generare profitti per chi li produce e (almeno potenzialmente) danni in chi li utilizza. Siamo oltre, in altri termini, il cattivo uso di uno strumento che, in quanto tale, può essere utilizzato bene o male, come possono essere un paio di forbici, un coltello o un martello. Questa volta, lo strumento (cioè i social e le relative piattaforme) è stato pensato, in sede di progettazione e realizzazione, in vista della manipolazione degli utenti.
È evidente che, così ragionando, il dibattito intorno al divieto dei social ai minori e anche quello sull’uso dei cellulari, che rappresentano uno dei principali canali di accesso a questi network, assume connotati ben diversi da quelli, talvolta un pochino ingenui, dell’uso “responsabile”. Si può, infatti, usare “responsabilmente” (un po’ come si possono bere alcolici “responsabilmente” o si può giocare d’azzardo “responsabilmente”) solo a patto che alcuni prerequisiti siano garantiti, come la sufficiente consapevolezza del fruitore e l’assenza di meccanismi manipolativi.
Il discorso, come stanno scrivendo gli osservatori più attenti, dovrebbe essere, poi, allargato ad altri strumenti tecnologicamente avanzati e in grande diffusione nei quali le impostazioni “di fabbrica” sono note solamente ai loro produttori. Ci si riferisce a tutti quegli applicativi legati all’intelligenza artificiale con i quali, in qualche modo, le persone interagiscono.
Si presentano con una certa insistenza casi di denunce di genitori e associazioni a protezione dell’infanzia o di persone vulnerabili che segnalano fatti gravi e gravissimi o danni alla salute mentale provocati da un uso ossessivo di strumenti di “dialogo” supportati da applicativi di intelligenza artificiale. La giustizia, come si dice in questi casi, “farà il suo corso”. Nel frattempo, però, potrebbe essere una buona idea quella di esigere trasparenza a chi gestisce questi strumenti, e, così, di rendere note tutta una serie di informazioni, come impostazioni, limiti, finalità dell’utilizzo e, visto che ci siamo, effetti collaterali noti o, anche, semplicemente possibili.