La bocciatura referendaria della legge costituzionale che voleva separare le carriere dei magistrati, creare due Csm composti da estratti a sorte e una nuova Alta Corte disciplinare, è scaturita dal sommarsi di posizioni politiche e sociali anche molto diverse fra loro. Alcune contingenti, come i casi giudiziari del momento, i membri di governo coinvolti in scandali e oggi dimissionari, le tensioni delle guerre in corso. Altre di più lunga data, come le crescenti difficoltà economiche, i tagli al sociale, la sanità in sofferenza, l’atteggiamenti servile del governo verso Trump, silente sul genocidio di Gaza, diviso su Putin e Ucraina, ambiguo nei rapporti con l’Europa. Malcontenti chehanno trovato un punto di convergenza politica nel no al referendum. Ma le motivazioni più forti e condivise, quelle che a sorpresa hanno portato al voto anche i giovani, paiono altre. Se ne possono evidenziare almeno tre.
La prima è la doppiezza di una riforma che mentre per bocca dei suoi ideatori prometteva di migliorare l’amministrazione della giustizia, nella sua formulazione reale mirava a indebolire la magistratura, sottometterla al potere politico e sottrarle persino la prima insindacabile prerogativa di ogni organismo democratico: l’elezione dei propri rappresentanti negli organi che la devono guidare. Se si accettasse oggi il principio che i rappresentanti dei magistrati devono essere sorteggiati, perché questo non dovrebbe valere in futuro per qualsiasi altra categoria?
Una seconda motivazione viene dalla genesi di questa riforma. Preparata dal governo, approvata per due volte da entrambe le Camere senza discussione né coinvolgimento delle minoranze parlamentari (oltre che dei magistrati), la legge è diventata un’imposizione di parte, una modifica unilaterale della Costituzione in uno dei suoi aspetti più delicati: l’equilibrio tra i poteri della Repubblica.
E qui viene la terza motivazione: vista la difficoltà a capire tutte le implicazioni e le conseguenze della riforma, meglio tenersi la Costituzione così come è e come l’hanno voluta i padri costituenti.
Vincere le elezioni, nella nostra democrazia costituzionale, non assegna una delega in bianco a decidere senza o addirittura “contro” tutti gli altri. Il voto conferisce la responsabilità di governare insieme all’impegno per una mediazione che sia rispettosa di tutti, anche delle minoranze. Soprattutto quando si va a cambiare la Costituzione.
Quali conseguenze politiche avrà ora l’esito del referendum?
Per governo e maggioranza, si tratta di una sconfitta dura da digerire. Ma al di là di una inevitabile resa dei conti interna, già avviata con le dimissioni del sottosegretario Delmastro e della capogabinetto di Nordio Bartolozzi, può diventare anche occasione buona per cambiare stile e modalità di approccio ai problemi e atteggiamento verso le ragioni dei cittadini che l’hanno bocciata il 22 e 23 marzo. Per Meloni e la sua maggioranza il tema non è “se” durerà il governo, ma “come” intende arrivare fino in fondo alla legislatura. A cominciare delle due riforme ancora in cantiere: quella che vorrebbe istituire il premierato togliendo alcuni poteri al Capo dello Stato per trasferirli al Capo del Governo e la riforma della legge elettorale in vista delle elezioni politiche del 2027.
Se per il premierato, che andrebbe di nuovo a impattare fortemente sull’assetto costituzionale, le possibilità sembrano realisticamente vicine allo zero, per la nuova legge elettorale già concordata tra i partiti di maggioranza, potrebbe intervenire qualche significativo aggiustamento. Allo stato attuale sono previsti l’abolizione dei collegi uninominali e un fortissimo premio di maggioranza per chi vince. Ma ora che i numeri del voto referendario rendono credibile, almeno sulla carta, l’alternativa del “campo largo”, è probabile che anche la legge elettorale cambi ancora impostazione.
Anche per il campo largo, vincitore del referendum, non saranno tempi tranquilli: la scelta della leadership, con o senza primarie, e di un programma che superi le posizioni divergenti, soprattutto in politica estera, non può più essere rinviata. Consapevoli che, sullo sfondo (febbraio 2029), c’è anche l’elezione del prossimo presidente della Repubblica. Chi tra un anno vincerà le politiche, avrà un vantaggio importante nell’indicare il nome del successore di Mattarella.
editoriale
La bocciatura referendaria della legge costituzionale che voleva separare le carriere dei magistrati, creare due Csm composti da estratti a sorte e una nuova Alta Corte disciplinare, è scaturita dal sommarsi di posizioni politiche e sociali anche molto diverse fra loro. Alcune contingenti, come i casi giudiziari del momento, i membri di governo coinvolti in scandali e oggi dimissionari, le tensioni delle guerre in corso. Altre di più lunga data, come le crescenti difficoltà economiche, i tagli al sociale, la sanità in sofferenza, l’atteggiamenti servile del governo verso Trump, silente sul genocidio di Gaza, diviso su Putin e Ucraina, ambiguo nei rapporti con l’Europa. Malcontenti chehanno trovato un punto di convergenza politica nel no al referendum. Ma le motivazioni più forti e condivise, quelle che a sorpresa hanno portato al voto anche i giovani, paiono altre. Se ne possono evidenziare almeno tre.
La prima è la doppiezza di una riforma che mentre per bocca dei suoi ideatori prometteva di migliorare l’amministrazione della giustizia, nella sua formulazione reale mirava a indebolire la magistratura, sottometterla al potere politico e sottrarle persino la prima insindacabile prerogativa di ogni organismo democratico: l’elezione dei propri rappresentanti negli organi che la devono guidare. Se si accettasse oggi il principio che i rappresentanti dei magistrati devono essere sorteggiati, perché questo non dovrebbe valere in futuro per qualsiasi altra categoria?
Una seconda motivazione viene dalla genesi di questa riforma. Preparata dal governo, approvata per due volte da entrambe le Camere senza discussione né coinvolgimento delle minoranze parlamentari (oltre che dei magistrati), la legge è diventata un’imposizione di parte, una modifica unilaterale della Costituzione in uno dei suoi aspetti più delicati: l’equilibrio tra i poteri della Repubblica.
E qui viene la terza motivazione: vista la difficoltà a capire tutte le implicazioni e le conseguenze della riforma, meglio tenersi la Costituzione così come è e come l’hanno voluta i padri costituenti.
Vincere le elezioni, nella nostra democrazia costituzionale, non assegna una delega in bianco a decidere senza o addirittura “contro” tutti gli altri. Il voto conferisce la responsabilità di governare insieme all’impegno per una mediazione che sia rispettosa di tutti, anche delle minoranze. Soprattutto quando si va a cambiare la Costituzione.
Quali conseguenze politiche avrà ora l’esito del referendum?
Per governo e maggioranza, si tratta di una sconfitta dura da digerire. Ma al di là di una inevitabile resa dei conti interna, già avviata con le dimissioni del sottosegretario Delmastro e della capogabinetto di Nordio Bartolozzi, può diventare anche occasione buona per cambiare stile e modalità di approccio ai problemi e atteggiamento verso le ragioni dei cittadini che l’hanno bocciata il 22 e 23 marzo. Per Meloni e la sua maggioranza il tema non è “se” durerà il governo, ma “come” intende arrivare fino in fondo alla legislatura. A cominciare delle due riforme ancora in cantiere: quella che vorrebbe istituire il premierato togliendo alcuni poteri al Capo dello Stato per trasferirli al Capo del Governo e la riforma della legge elettorale in vista delle elezioni politiche del 2027.
Se per il premierato, che andrebbe di nuovo a impattare fortemente sull’assetto costituzionale, le possibilità sembrano realisticamente vicine allo zero, per la nuova legge elettorale già concordata tra i partiti di maggioranza, potrebbe intervenire qualche significativo aggiustamento. Allo stato attuale sono previsti l’abolizione dei collegi uninominali e un fortissimo premio di maggioranza per chi vince. Ma ora che i numeri del voto referendario rendono credibile, almeno sulla carta, l’alternativa del “campo largo”, è probabile che anche la legge elettorale cambi ancora impostazione.
Anche per il campo largo, vincitore del referendum, non saranno tempi tranquilli: la scelta della leadership, con o senza primarie, e di un programma che superi le posizioni divergenti, soprattutto in politica estera, non può più essere rinviata. Consapevoli che, sullo sfondo (febbraio 2029), c’è anche l’elezione del prossimo presidente della Repubblica. Chi tra un anno vincerà le politiche, avrà un vantaggio importante nell’indicare il nome del successore di Mattarella.
Tante motivazioni, un’unica bocciatura
28 marzo 2026
Cuneo
La bocciatura referendaria della legge costituzionale che voleva separare le carriere dei magistrati, creare due Csm composti da estratti a sorte e una nuova Alta Corte disciplinare, è scaturita dal sommarsi di posizioni politiche e sociali anche molto diverse fra loro. Alcune contingenti, come i casi giudiziari del momento, i membri di governo coinvolti in scandali e oggi dimissionari, le tensioni delle guerre in corso. Altre di più lunga data, come le crescenti difficoltà economiche, i tagli al sociale, la sanità in sofferenza, l’atteggiamenti servile del governo verso Trump, silente sul genocidio di Gaza, diviso su Putin e Ucraina, ambiguo nei rapporti con l’Europa. Malcontenti chehanno trovato un punto di convergenza politica nel no al referendum. Ma le motivazioni più forti e condivise, quelle che a sorpresa hanno portato al voto anche i giovani, paiono altre. Se ne possono evidenziare almeno tre.
La prima è la doppiezza di una riforma che mentre per bocca dei suoi ideatori prometteva di migliorare l’amministrazione della giustizia, nella sua formulazione reale mirava a indebolire la magistratura, sottometterla al potere politico e sottrarle persino la prima insindacabile prerogativa di ogni organismo democratico: l’elezione dei propri rappresentanti negli organi che la devono guidare. Se si accettasse oggi il principio che i rappresentanti dei magistrati devono essere sorteggiati, perché questo non dovrebbe valere in futuro per qualsiasi altra categoria?
Una seconda motivazione viene dalla genesi di questa riforma. Preparata dal governo, approvata per due volte da entrambe le Camere senza discussione né coinvolgimento delle minoranze parlamentari (oltre che dei magistrati), la legge è diventata un’imposizione di parte, una modifica unilaterale della Costituzione in uno dei suoi aspetti più delicati: l’equilibrio tra i poteri della Repubblica.
E qui viene la terza motivazione: vista la difficoltà a capire tutte le implicazioni e le conseguenze della riforma, meglio tenersi la Costituzione così come è e come l’hanno voluta i padri costituenti.
Vincere le elezioni, nella nostra democrazia costituzionale, non assegna una delega in bianco a decidere senza o addirittura “contro” tutti gli altri. Il voto conferisce la responsabilità di governare insieme all’impegno per una mediazione che sia rispettosa di tutti, anche delle minoranze. Soprattutto quando si va a cambiare la Costituzione.
Quali conseguenze politiche avrà ora l’esito del referendum?
Per governo e maggioranza, si tratta di una sconfitta dura da digerire. Ma al di là di una inevitabile resa dei conti interna, già avviata con le dimissioni del sottosegretario Delmastro e della capogabinetto di Nordio Bartolozzi, può diventare anche occasione buona per cambiare stile e modalità di approccio ai problemi e atteggiamento verso le ragioni dei cittadini che l’hanno bocciata il 22 e 23 marzo. Per Meloni e la sua maggioranza il tema non è “se” durerà il governo, ma “come” intende arrivare fino in fondo alla legislatura. A cominciare delle due riforme ancora in cantiere: quella che vorrebbe istituire il premierato togliendo alcuni poteri al Capo dello Stato per trasferirli al Capo del Governo e la riforma della legge elettorale in vista delle elezioni politiche del 2027.
Se per il premierato, che andrebbe di nuovo a impattare fortemente sull’assetto costituzionale, le possibilità sembrano realisticamente vicine allo zero, per la nuova legge elettorale già concordata tra i partiti di maggioranza, potrebbe intervenire qualche significativo aggiustamento. Allo stato attuale sono previsti l’abolizione dei collegi uninominali e un fortissimo premio di maggioranza per chi vince. Ma ora che i numeri del voto referendario rendono credibile, almeno sulla carta, l’alternativa del “campo largo”, è probabile che anche la legge elettorale cambi ancora impostazione.
Anche per il campo largo, vincitore del referendum, non saranno tempi tranquilli: la scelta della leadership, con o senza primarie, e di un programma che superi le posizioni divergenti, soprattutto in politica estera, non può più essere rinviata. Consapevoli che, sullo sfondo (febbraio 2029), c’è anche l’elezione del prossimo presidente della Repubblica. Chi tra un anno vincerà le politiche, avrà un vantaggio importante nell’indicare il nome del successore di Mattarella.