(foto Pixabay)
“L’ideologia è un trauma” ha affermato il docente di filosofia politica Giuseppe Limone al convegno dell’associazione Persona al centro per sottolineare come tutto ciò che incasella e irrigidisce può ferire profondamente la parte più personale e soggettiva di noi.
Il termine ideologia nel linguaggio sociologico, e anche in quello comune, indica l’insieme delle credenze filosofiche, politiche, morali e dei valori che in ogni singola fase storica sono proprie di un determinato gruppo o comunità e ne influenzano il comportamento. E che male c’è ad avere ideali, valori, credenze, per di più se condivisi? Nulla, anzi servono come base per guidare le nostre scelte, orientare le nostre azioni e come fondamento che ci accomuna a chi appartiene alla nostra stessa comunità. Addirittura creano legami collettivi e sono un collante sociale. Fin qui tutto bene. Quindi qual è il problema? Il rischio di irrigidimento claustrofobico in idee preconcette che fossilizzano il pensiero e creano categorie sterili a cui ci si deve uniformare a tutti i costi. Pena l’esclusione dal gruppo e il dover fare i conti con un giudizio negativo su di sé.
L’ideologia diventa nociva e ferente se da insieme di idee e valori che spingono ad evolvere e creare si trasforma in un corpus teorico ritenuto vero a prescindere e che si pone come una gabbia, che schiaccia le peculiarità del singolo e lo costringe ad adeguarsi ad un prototipo statico e uniforme.
Per sopravvivere una qualsiasi ideologia, indipendentemente dall’ambito in cui sorge, deve rimanere autoreferenziale.
Proprio in questo continuo bisogno di autoconferma si crea la divergenza con la flessibilità necessaria per accogliere le sfumature che appartengono ad ogni singolo essere umano, per antonomasia in evoluzione e cambiamento. Persona che dovrebbe essere rispettata nella sua totalità e intreccio di specificità che la caratterizzano e rendono unica.
Che si pensi alle ideologie politiche, a quelle religiose o anche a quelle salutiste, oggi in ampia diffusione, è frequente il rischio di essere aspramente criticato e/o escluso per chi non si adegua. I regimi totalitari sono la prova storica del potere coercitivo che una ideologia può esercitare e della pressione psichica che può causare nelle persone, ovviamente soprattutto in chi è più fragile e debole.
Il costo dello stigma e dell’emarginazione diventa altissimo, addirittura traumatico, soprattutto se con trauma si pensa agli eventi o alle situazioni persistenti che costringono a rinunciare violentemente alla propria essenza profonda. Più l’autenticità deve essere sacrificata per adeguarsi al pensiero e alle norme comuni, magari calate dall’alto e supportate da affermazioni universali e altisonanti di chi è ai vertici dell’organizzazione, più la rinuncia a sé causa un trauma interiore che non è solo singolo, ma collettivo. Donne, bambini, disabili, omosessuali, minoranze e tutti colori che nella storia hanno cercato di portare avanti un pensiero proprio e divergente hanno pagato prezzi altissimi e inciso nell’anima, ma a volte anche sulla pelle, i segni del trauma.
I toni elevati del dibattito politico, le prese di posizione aspre e impermeabili al confronto aprono la strada a rendere l’ideologia non più un insieme di idee e valori ma un’arma di massa che spesso apre le porte a conflitti violenti.
L’alternativa è quindi ‘filosofica’ e concreta al tempo stesso: continuare a seguire la propria idealità, non rinnegare i propri valori ma facendolo con due precauzioni: studiare e approfondire perché lo studio e la conoscenza, che attinge alle fonti, è sempre un ottimo antidoto al totalitarismo; relativizzare rimanendo aperti alle possibilità alternative e al confronto che, seppur scomodo e impegnativo, è la salvaguardia della pluralità.
Riportare ogni volta l’attenzione sul valore della persona come soggetto fondante il pensiero e le scelte è la miglior strategia preventiva.
Persona al centro è l’unico antidoto alle derive ideologiche.
editoriale
(foto Pixabay)
“L’ideologia è un trauma” ha affermato il docente di filosofia politica Giuseppe Limone al convegno dell’associazione Persona al centro per sottolineare come tutto ciò che incasella e irrigidisce può ferire profondamente la parte più personale e soggettiva di noi.
Il termine ideologia nel linguaggio sociologico, e anche in quello comune, indica l’insieme delle credenze filosofiche, politiche, morali e dei valori che in ogni singola fase storica sono proprie di un determinato gruppo o comunità e ne influenzano il comportamento. E che male c’è ad avere ideali, valori, credenze, per di più se condivisi? Nulla, anzi servono come base per guidare le nostre scelte, orientare le nostre azioni e come fondamento che ci accomuna a chi appartiene alla nostra stessa comunità. Addirittura creano legami collettivi e sono un collante sociale. Fin qui tutto bene. Quindi qual è il problema? Il rischio di irrigidimento claustrofobico in idee preconcette che fossilizzano il pensiero e creano categorie sterili a cui ci si deve uniformare a tutti i costi. Pena l’esclusione dal gruppo e il dover fare i conti con un giudizio negativo su di sé.
L’ideologia diventa nociva e ferente se da insieme di idee e valori che spingono ad evolvere e creare si trasforma in un corpus teorico ritenuto vero a prescindere e che si pone come una gabbia, che schiaccia le peculiarità del singolo e lo costringe ad adeguarsi ad un prototipo statico e uniforme.
Per sopravvivere una qualsiasi ideologia, indipendentemente dall’ambito in cui sorge, deve rimanere autoreferenziale.
Proprio in questo continuo bisogno di autoconferma si crea la divergenza con la flessibilità necessaria per accogliere le sfumature che appartengono ad ogni singolo essere umano, per antonomasia in evoluzione e cambiamento. Persona che dovrebbe essere rispettata nella sua totalità e intreccio di specificità che la caratterizzano e rendono unica.
Che si pensi alle ideologie politiche, a quelle religiose o anche a quelle salutiste, oggi in ampia diffusione, è frequente il rischio di essere aspramente criticato e/o escluso per chi non si adegua. I regimi totalitari sono la prova storica del potere coercitivo che una ideologia può esercitare e della pressione psichica che può causare nelle persone, ovviamente soprattutto in chi è più fragile e debole.
Il costo dello stigma e dell’emarginazione diventa altissimo, addirittura traumatico, soprattutto se con trauma si pensa agli eventi o alle situazioni persistenti che costringono a rinunciare violentemente alla propria essenza profonda. Più l’autenticità deve essere sacrificata per adeguarsi al pensiero e alle norme comuni, magari calate dall’alto e supportate da affermazioni universali e altisonanti di chi è ai vertici dell’organizzazione, più la rinuncia a sé causa un trauma interiore che non è solo singolo, ma collettivo. Donne, bambini, disabili, omosessuali, minoranze e tutti colori che nella storia hanno cercato di portare avanti un pensiero proprio e divergente hanno pagato prezzi altissimi e inciso nell’anima, ma a volte anche sulla pelle, i segni del trauma.
I toni elevati del dibattito politico, le prese di posizione aspre e impermeabili al confronto aprono la strada a rendere l’ideologia non più un insieme di idee e valori ma un’arma di massa che spesso apre le porte a conflitti violenti.
L’alternativa è quindi ‘filosofica’ e concreta al tempo stesso: continuare a seguire la propria idealità, non rinnegare i propri valori ma facendolo con due precauzioni: studiare e approfondire perché lo studio e la conoscenza, che attinge alle fonti, è sempre un ottimo antidoto al totalitarismo; relativizzare rimanendo aperti alle possibilità alternative e al confronto che, seppur scomodo e impegnativo, è la salvaguardia della pluralità.
Riportare ogni volta l’attenzione sul valore della persona come soggetto fondante il pensiero e le scelte è la miglior strategia preventiva.
Persona al centro è l’unico antidoto alle derive ideologiche.
Le ferite del “Trauma da ideologia” nella società di oggi
22 marzo 2026
Cuneo
(foto Pixabay)
“L’ideologia è un trauma” ha affermato il docente di filosofia politica Giuseppe Limone al convegno dell’associazione Persona al centro per sottolineare come tutto ciò che incasella e irrigidisce può ferire profondamente la parte più personale e soggettiva di noi.
Il termine ideologia nel linguaggio sociologico, e anche in quello comune, indica l’insieme delle credenze filosofiche, politiche, morali e dei valori che in ogni singola fase storica sono proprie di un determinato gruppo o comunità e ne influenzano il comportamento. E che male c’è ad avere ideali, valori, credenze, per di più se condivisi? Nulla, anzi servono come base per guidare le nostre scelte, orientare le nostre azioni e come fondamento che ci accomuna a chi appartiene alla nostra stessa comunità. Addirittura creano legami collettivi e sono un collante sociale. Fin qui tutto bene. Quindi qual è il problema? Il rischio di irrigidimento claustrofobico in idee preconcette che fossilizzano il pensiero e creano categorie sterili a cui ci si deve uniformare a tutti i costi. Pena l’esclusione dal gruppo e il dover fare i conti con un giudizio negativo su di sé.
L’ideologia diventa nociva e ferente se da insieme di idee e valori che spingono ad evolvere e creare si trasforma in un corpus teorico ritenuto vero a prescindere e che si pone come una gabbia, che schiaccia le peculiarità del singolo e lo costringe ad adeguarsi ad un prototipo statico e uniforme.
Per sopravvivere una qualsiasi ideologia, indipendentemente dall’ambito in cui sorge, deve rimanere autoreferenziale.
Proprio in questo continuo bisogno di autoconferma si crea la divergenza con la flessibilità necessaria per accogliere le sfumature che appartengono ad ogni singolo essere umano, per antonomasia in evoluzione e cambiamento. Persona che dovrebbe essere rispettata nella sua totalità e intreccio di specificità che la caratterizzano e rendono unica.
Che si pensi alle ideologie politiche, a quelle religiose o anche a quelle salutiste, oggi in ampia diffusione, è frequente il rischio di essere aspramente criticato e/o escluso per chi non si adegua. I regimi totalitari sono la prova storica del potere coercitivo che una ideologia può esercitare e della pressione psichica che può causare nelle persone, ovviamente soprattutto in chi è più fragile e debole.
Il costo dello stigma e dell’emarginazione diventa altissimo, addirittura traumatico, soprattutto se con trauma si pensa agli eventi o alle situazioni persistenti che costringono a rinunciare violentemente alla propria essenza profonda. Più l’autenticità deve essere sacrificata per adeguarsi al pensiero e alle norme comuni, magari calate dall’alto e supportate da affermazioni universali e altisonanti di chi è ai vertici dell’organizzazione, più la rinuncia a sé causa un trauma interiore che non è solo singolo, ma collettivo. Donne, bambini, disabili, omosessuali, minoranze e tutti colori che nella storia hanno cercato di portare avanti un pensiero proprio e divergente hanno pagato prezzi altissimi e inciso nell’anima, ma a volte anche sulla pelle, i segni del trauma.
I toni elevati del dibattito politico, le prese di posizione aspre e impermeabili al confronto aprono la strada a rendere l’ideologia non più un insieme di idee e valori ma un’arma di massa che spesso apre le porte a conflitti violenti.
L’alternativa è quindi ‘filosofica’ e concreta al tempo stesso: continuare a seguire la propria idealità, non rinnegare i propri valori ma facendolo con due precauzioni: studiare e approfondire perché lo studio e la conoscenza, che attinge alle fonti, è sempre un ottimo antidoto al totalitarismo; relativizzare rimanendo aperti alle possibilità alternative e al confronto che, seppur scomodo e impegnativo, è la salvaguardia della pluralità.
Riportare ogni volta l’attenzione sul valore della persona come soggetto fondante il pensiero e le scelte è la miglior strategia preventiva.
Persona al centro è l’unico antidoto alle derive ideologiche.