editoriale

La guerra senza spiegazioni e l’ego smisurato di Trump e Netanyahu

15 marzo 2026

Cuneo

guerra iran agensir (Foto Agensir) L’editoriale del 5 marzo di “The New Yorker”, scritto dal commentatore politico Jay Caspian Kang, è intitolato “La guerra senza spiegazioni” (“The no-explanation war”). Ovviamente, il riferimento è al conflitto con l’Iran e alla sua escalation e, nello specifico, al fatto che l’amministrazione americana non si stia preoccupando di spiegare neppure all’opinione pubblica interna le ragioni di una guerra sempre più violenta ed estesa. Le domande poste dall’opinione pubblica contraria alle politiche trumpiane e dagli organi di informazione non allineati con il Presidente (tra i quali, “The New Yorker”) comincianoa essere fatte proprie anche da parte della base che ha sostenuto Trump. Pete Hegseth, Segretario della Guerra (capo del neo-rinominato “Dipartimento della Guerra” che, nelle precedenti amministrazioni, era il “Dipartimento della Difesa”) si è espresso in merito con quella che The New Yorker definisce una “sfida nichilista”. Dopo timidi tentativi da parte dell’amministrazione di ricorrere a giustificazioni di circostanza, come la necessità di eliminare un non meglio precisato pericolo per l’incolumità degli americani, le sue parole sono state piuttosto chiare: “Niente stupide regole di ingaggio, nessun pantano di ricostruzione di una nazione, nessun esercizio di edificazione della democrazia, niente più guerre politicamente corrette. Noi combattiamo per vincere e non perderemo tempo né sacrificheremo inutilmente vite umane”. In sintesi, nessuna spiegazione, al di là di una retorica bellicista della quale si farebbe volentieri a meno. Il sospetto che si sta diffondendo anche nella base trumpiana è che l’amministrazione non spieghi le ragioni dell’attacco e, soprattutto, della sua prosecuzione semplicemente perché non ce ne sono di sufficientemente valide. Gli obiettivi della eliminazione fisica dei vertici iraniani o della distruzione dei siti per la realizzazione dell’atomica o dell’azzeramento della capacità militare iraniana convenzionale (senza omettere la ferma condanna di fatti gravissimi come la strage di bambine nella scuola di Minab) sono stati raggiunti molto rapidamente. Al contrario, quelli, sbandierati, della resa incondizionata o del rovesciamento dello Stato islamico, sono, a detta degli esperti, irrealizzabili. L’Iran non si arrenderà mai e un repentino cambio di regime non è possibile, sia perché le strutture della Repubblica Islamica sono troppo ramificate per poter essere cancellate in poco tempo, sia perché l’opposizione al regime, oggi, non è sufficientemente unita e neppure preparata ad assumere il controllo dello Stato. Se, dunque, gli obiettivi concretamente raggiungibili sono stati ottenuti (si ripete, con un inaccettabile sacrificio di vite di civili innocenti), quelli dichiarati sono irrealizzabili e viene abbandonata la retorica (peraltro, oramai, priva di credibilità) della “esportazione della democrazia” o della “liberazione dei popoli dai dittatori”, la domanda sulle ragioni di ciò che sta capitando è quanto mai opportuna. Cinicamente, alcuni esperti di geopolitica stanno facendo notare che, sul piano strategico, il rovesciamento dello Stato Islamico non sarebbe neppure “conveniente” per Stati Uniti e Israele, che si vedrebbero così privati di un “nemico perfetto” da usare come pretesto per giustificare la presenza militare, la corsa agli armamenti, alleanze quanto meno discutibili sul piano etico, e via discorrendo. Nello stupore e nella preoccupazione oramai generalizzate, si fa strada con sempre maggiore insistenza l’idea che Trump e Netanyahu abbiano trascinato i rispettivi Paesi e un’intera regione in un conflitto senza senso per ragioni personali legate all’esercizio e al mantenimento del potere e del consenso interno. Sarebbe bello pensare che si tratti di pensieri troppo meschini per essere veri, ma la deriva personalistica dello stile e dei contenuti della Presidenza Trump non consente di escludere l’ipotesi. Chi si autoproclama Presidente a tempo indeterminato del “Board of Peace” o invia la propria consorte a presiedere il Consiglio di Sicurezza dell’ONU o gestisce a proprio piacimento un corpo di polizia sostanzialmente personale, come l’ICE, che uccide, nell’impunità, chi fa tutto questo, può anche cominciare e proseguire una guerra per motivi personali, senza dare spiegazioni e scavalcando completamente il Congresso. L’ego smisurato di leader senza senso dello Stato sta minando il tessuto democratico delle nazioni e sta spingendo il mondo verso una conflittualità della quale non si vede la fine. Servono, urgentemente, autentici servitori delle loro comunità e, soprattutto, serve un’opinione pubblica in grado di riconoscerli.  
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