(foto Pixabay)
Domenica scorsa si è celebrata la Giornata internazionale della donna. Occasione principalmente per riflessioni e valutazioni sul progresso dell’equità tra uomo e donna nelle nostre società. In questo contesto il mondo religioso cattolico si pone spesso tra gli ambiti meno propositivi e avanzati. Il mondo biblico, tuttavia, offre spunti ben diversi.
I testi biblici nasconoin un contesto che è profondamente maschilista: lo intuiamo anche nei personaggi principali delle storie bibliche, tutti maschi, nei racconti che danno per scontata la condizione inferiore della donna, nella legislazione che chiaramente riduce le donne a spettatrici (benché per la legge mosaica, in condizioni molto particolari, fosse possibile a donne ereditare, cosa che in molte città greche sarebbe stato impensabile).
Tuttavia è proprio questo sfondo maschilista a rendere particolari i caratteri di troppi racconti importanti già del Primo Testamento: la donna rende compiuto il desiderio di relazione dell’uomo, più ancora della relazione con Dio (Gen 2), le promesse ad Abramo sono nell’intento divino anche promesse a sua moglie Sara (Gen 17,21), il padre del grande sacerdote Samuele è un uomo innamorato della propria moglie (1 Sam 1), come non era scontato che accadesse ma come era successo anche al grande patriarca Giacobbe verso Rachele (Gen 29) e al profeta Ezechiele nei confronti di sua moglie (Ez 24,16), e troviamo tra i personaggi biblici anche delle donne profeta, a partire da Maria sorella di Mosè, e importanti eroine, quali Rut, Giuditta, Ester...
Ma è soprattutto un brano ad attirare la nostra attenzione, e si trova nel primo capitolo della Genesi, dove si narra che Dio crei il mondo con un semplice decreto («Sia la luce...»), ma, arrivato all’essere umano, si coinvolga in un modo molto più partecipativo («Facciamo l’uomo...»). Ma c’è altro: secondo alcune tradizioni religiose con cui gli ebrei polemizzano, la creazione era anche in parte negativa, mentre per Genesi c’è il Dio unico (e buono...) all’origine di tutto. In più, di tanto in tanto quel Dio creatore si ferma, contempla quanto creato e afferma che «È buono».
Dentro a questa bontà della creazione, tuttavia, l’origine dell’essere umano spicca per originalità. Non solo perché Dio ci si coinvolge maggiormente. L’essere umano, infatti, viene plasmato a partire da un modello che è altissimo, quello divino. Essere «a immagine e secondo la somiglianza» divina (Gen 1,26) implica che se si vuole vedere Dio si possa guardare l’uomo, che l’essere umano sia adatto a pensare e incontrare Dio, che quanto di meglio si trova nel mondo sia offerto nell’uomo, che in effetti viene valutato, da Dio stesso, non più come “buono”, ma «molto buono»!
C’è però un particolare che sembra minore ma che viene sottolineato. Quando si pensa all’essere umano, può succedere di pensare semplicemente al maschio: l’uomo vitruviano disegnato da Leonardo da Vinci e rappresentato sulle monete da un euro vuole essere l’immagine più generica e tipica dell’essere umano, ed è un maschio!
Quasi come se fosse un riepilogo, anche gli autori della Genesi portano il loro lettore alla sorpresa: «Dio creò l’uomo a sua immagine» (sì, lo sappiamo, l’hai già detto), «a immagine di Dio lo creò» (vanno bene le ripetizioni, ma stiamo esagerando), «maschio e femmina li creò». Come? Improvvisamente si apre una prospettiva nuova, aggravata dai termini che non si presentano come particolarmente edulcorati, perché potrebbero essere tradotti come “puntuto” e “perforata”.
È un colpo di scena. Intanto perché le tradizioni con le quali gli autori del primo capitolo della Genesi stanno dialogando davano per scontato che le donne fossero creature inferiori e imperfette. E invece sono immagine di Dio alla pari del maschio. Poi perché per poter dire la pienezza della creazione divina non basta parlare dell’uomo, ma bisogna coinvolgere anche la donna. E, ancora, perché per pensare Dio non basta pensare al maschio. Perché se anche la donna è creata a immagine di Dio, immagine divina è anche la donna. Non posso più immaginare solo il grande vecchio con la barba bianca, ma devo comprendere un Dio anche femminile...
Soprattutto, quando il femminismo finalmente squarciò tante illusioni maschiliste, fu relativamente facile almeno per alcuni biblisti ammettere che in fondo la Bibbia si presentava, nei suoi testi più fondamentali, assolutamente in linea con la nuova nascente sensibilità.
Che poi quei testi non siano stati in grado di plasmare il comportamento e le leggi soprattutto cattoliche (ma anche ebraiche) per secoli, spiega solo la resistenza umana a qualunque “perdita di potere” del proprio clan. O del proprio genere.
editoriale
(foto Pixabay)
Domenica scorsa si è celebrata la Giornata internazionale della donna. Occasione principalmente per riflessioni e valutazioni sul progresso dell’equità tra uomo e donna nelle nostre società. In questo contesto il mondo religioso cattolico si pone spesso tra gli ambiti meno propositivi e avanzati. Il mondo biblico, tuttavia, offre spunti ben diversi.
I testi biblici nasconoin un contesto che è profondamente maschilista: lo intuiamo anche nei personaggi principali delle storie bibliche, tutti maschi, nei racconti che danno per scontata la condizione inferiore della donna, nella legislazione che chiaramente riduce le donne a spettatrici (benché per la legge mosaica, in condizioni molto particolari, fosse possibile a donne ereditare, cosa che in molte città greche sarebbe stato impensabile).
Tuttavia è proprio questo sfondo maschilista a rendere particolari i caratteri di troppi racconti importanti già del Primo Testamento: la donna rende compiuto il desiderio di relazione dell’uomo, più ancora della relazione con Dio (Gen 2), le promesse ad Abramo sono nell’intento divino anche promesse a sua moglie Sara (Gen 17,21), il padre del grande sacerdote Samuele è un uomo innamorato della propria moglie (1 Sam 1), come non era scontato che accadesse ma come era successo anche al grande patriarca Giacobbe verso Rachele (Gen 29) e al profeta Ezechiele nei confronti di sua moglie (Ez 24,16), e troviamo tra i personaggi biblici anche delle donne profeta, a partire da Maria sorella di Mosè, e importanti eroine, quali Rut, Giuditta, Ester...
Ma è soprattutto un brano ad attirare la nostra attenzione, e si trova nel primo capitolo della Genesi, dove si narra che Dio crei il mondo con un semplice decreto («Sia la luce...»), ma, arrivato all’essere umano, si coinvolga in un modo molto più partecipativo («Facciamo l’uomo...»). Ma c’è altro: secondo alcune tradizioni religiose con cui gli ebrei polemizzano, la creazione era anche in parte negativa, mentre per Genesi c’è il Dio unico (e buono...) all’origine di tutto. In più, di tanto in tanto quel Dio creatore si ferma, contempla quanto creato e afferma che «È buono».
Dentro a questa bontà della creazione, tuttavia, l’origine dell’essere umano spicca per originalità. Non solo perché Dio ci si coinvolge maggiormente. L’essere umano, infatti, viene plasmato a partire da un modello che è altissimo, quello divino. Essere «a immagine e secondo la somiglianza» divina (Gen 1,26) implica che se si vuole vedere Dio si possa guardare l’uomo, che l’essere umano sia adatto a pensare e incontrare Dio, che quanto di meglio si trova nel mondo sia offerto nell’uomo, che in effetti viene valutato, da Dio stesso, non più come “buono”, ma «molto buono»!
C’è però un particolare che sembra minore ma che viene sottolineato. Quando si pensa all’essere umano, può succedere di pensare semplicemente al maschio: l’uomo vitruviano disegnato da Leonardo da Vinci e rappresentato sulle monete da un euro vuole essere l’immagine più generica e tipica dell’essere umano, ed è un maschio!
Quasi come se fosse un riepilogo, anche gli autori della Genesi portano il loro lettore alla sorpresa: «Dio creò l’uomo a sua immagine» (sì, lo sappiamo, l’hai già detto), «a immagine di Dio lo creò» (vanno bene le ripetizioni, ma stiamo esagerando), «maschio e femmina li creò». Come? Improvvisamente si apre una prospettiva nuova, aggravata dai termini che non si presentano come particolarmente edulcorati, perché potrebbero essere tradotti come “puntuto” e “perforata”.
È un colpo di scena. Intanto perché le tradizioni con le quali gli autori del primo capitolo della Genesi stanno dialogando davano per scontato che le donne fossero creature inferiori e imperfette. E invece sono immagine di Dio alla pari del maschio. Poi perché per poter dire la pienezza della creazione divina non basta parlare dell’uomo, ma bisogna coinvolgere anche la donna. E, ancora, perché per pensare Dio non basta pensare al maschio. Perché se anche la donna è creata a immagine di Dio, immagine divina è anche la donna. Non posso più immaginare solo il grande vecchio con la barba bianca, ma devo comprendere un Dio anche femminile...
Soprattutto, quando il femminismo finalmente squarciò tante illusioni maschiliste, fu relativamente facile almeno per alcuni biblisti ammettere che in fondo la Bibbia si presentava, nei suoi testi più fondamentali, assolutamente in linea con la nuova nascente sensibilità.
Che poi quei testi non siano stati in grado di plasmare il comportamento e le leggi soprattutto cattoliche (ma anche ebraiche) per secoli, spiega solo la resistenza umana a qualunque “perdita di potere” del proprio clan. O del proprio genere.
La donna nel racconto biblico intriso di maschilismo e la novità di un Dio che comprende anche il femminile
15 marzo 2026
Cuneo
(foto Pixabay)
Domenica scorsa si è celebrata la Giornata internazionale della donna. Occasione principalmente per riflessioni e valutazioni sul progresso dell’equità tra uomo e donna nelle nostre società. In questo contesto il mondo religioso cattolico si pone spesso tra gli ambiti meno propositivi e avanzati. Il mondo biblico, tuttavia, offre spunti ben diversi.
I testi biblici nasconoin un contesto che è profondamente maschilista: lo intuiamo anche nei personaggi principali delle storie bibliche, tutti maschi, nei racconti che danno per scontata la condizione inferiore della donna, nella legislazione che chiaramente riduce le donne a spettatrici (benché per la legge mosaica, in condizioni molto particolari, fosse possibile a donne ereditare, cosa che in molte città greche sarebbe stato impensabile).
Tuttavia è proprio questo sfondo maschilista a rendere particolari i caratteri di troppi racconti importanti già del Primo Testamento: la donna rende compiuto il desiderio di relazione dell’uomo, più ancora della relazione con Dio (Gen 2), le promesse ad Abramo sono nell’intento divino anche promesse a sua moglie Sara (Gen 17,21), il padre del grande sacerdote Samuele è un uomo innamorato della propria moglie (1 Sam 1), come non era scontato che accadesse ma come era successo anche al grande patriarca Giacobbe verso Rachele (Gen 29) e al profeta Ezechiele nei confronti di sua moglie (Ez 24,16), e troviamo tra i personaggi biblici anche delle donne profeta, a partire da Maria sorella di Mosè, e importanti eroine, quali Rut, Giuditta, Ester...
Ma è soprattutto un brano ad attirare la nostra attenzione, e si trova nel primo capitolo della Genesi, dove si narra che Dio crei il mondo con un semplice decreto («Sia la luce...»), ma, arrivato all’essere umano, si coinvolga in un modo molto più partecipativo («Facciamo l’uomo...»). Ma c’è altro: secondo alcune tradizioni religiose con cui gli ebrei polemizzano, la creazione era anche in parte negativa, mentre per Genesi c’è il Dio unico (e buono...) all’origine di tutto. In più, di tanto in tanto quel Dio creatore si ferma, contempla quanto creato e afferma che «È buono».
Dentro a questa bontà della creazione, tuttavia, l’origine dell’essere umano spicca per originalità. Non solo perché Dio ci si coinvolge maggiormente. L’essere umano, infatti, viene plasmato a partire da un modello che è altissimo, quello divino. Essere «a immagine e secondo la somiglianza» divina (Gen 1,26) implica che se si vuole vedere Dio si possa guardare l’uomo, che l’essere umano sia adatto a pensare e incontrare Dio, che quanto di meglio si trova nel mondo sia offerto nell’uomo, che in effetti viene valutato, da Dio stesso, non più come “buono”, ma «molto buono»!
C’è però un particolare che sembra minore ma che viene sottolineato. Quando si pensa all’essere umano, può succedere di pensare semplicemente al maschio: l’uomo vitruviano disegnato da Leonardo da Vinci e rappresentato sulle monete da un euro vuole essere l’immagine più generica e tipica dell’essere umano, ed è un maschio!
Quasi come se fosse un riepilogo, anche gli autori della Genesi portano il loro lettore alla sorpresa: «Dio creò l’uomo a sua immagine» (sì, lo sappiamo, l’hai già detto), «a immagine di Dio lo creò» (vanno bene le ripetizioni, ma stiamo esagerando), «maschio e femmina li creò». Come? Improvvisamente si apre una prospettiva nuova, aggravata dai termini che non si presentano come particolarmente edulcorati, perché potrebbero essere tradotti come “puntuto” e “perforata”.
È un colpo di scena. Intanto perché le tradizioni con le quali gli autori del primo capitolo della Genesi stanno dialogando davano per scontato che le donne fossero creature inferiori e imperfette. E invece sono immagine di Dio alla pari del maschio. Poi perché per poter dire la pienezza della creazione divina non basta parlare dell’uomo, ma bisogna coinvolgere anche la donna. E, ancora, perché per pensare Dio non basta pensare al maschio. Perché se anche la donna è creata a immagine di Dio, immagine divina è anche la donna. Non posso più immaginare solo il grande vecchio con la barba bianca, ma devo comprendere un Dio anche femminile...
Soprattutto, quando il femminismo finalmente squarciò tante illusioni maschiliste, fu relativamente facile almeno per alcuni biblisti ammettere che in fondo la Bibbia si presentava, nei suoi testi più fondamentali, assolutamente in linea con la nuova nascente sensibilità.
Che poi quei testi non siano stati in grado di plasmare il comportamento e le leggi soprattutto cattoliche (ma anche ebraiche) per secoli, spiega solo la resistenza umana a qualunque “perdita di potere” del proprio clan. O del proprio genere.