(foto Pixabay)
La scorsa settimana in una scuola superiore del cuneese si è inaugurata una palestra dedicata a un docente umanamente molto significativo morto alcuni anni fa. Gli inviti all’inaugurazione non sono stati elaborati dalla scuola, così che sono stati tenuti fuori molti suoi colleghi e i dirigenti che lo avevano accompagnato, oltre che i suoi studenti di allora, in favore di rappresentanze politiche della regione.
Sarebbe facile prendersela con il mondo politico, ma sappiamo bene che può succedere in tutti i campi: dagli allenatori delle squadre giovanili che selezionano solo gli atleti che assicurano la vittoria, ai docenti che non fanno partecipare alle valutazioni Invalsi gli studenti meno bravi, agli imprenditori che antepongono il fatturato alle situazioni personali dei dipendenti e così via. A volte notiamo queste situazioni con rincrescimento, altre ci diciamo che però occorre perseguire il risultato.
A mettere la forma e la norma prima delle persone possono essere anche i movimenti religiosi. Su questo però il mondo biblico offre un atteggiamento completamente diverso anche da parte di Dio. È quello che vediamo nel Gesù dell’inizio del vangelo di Marco, costantemente teso non a parlare di religione né semplicemente a guarire infermi, ma a metterli in condizione di ritornare a vivere nella comunità umana. È sempre Gesù che, di fronte a un’adultera colta sul fatto (Gv 8,2-11), non dice che ha fatto bene («Va’ e non peccare più») ma vede innanzitutto la persona (è l’unico che parla non di lei ma con lei). È Paolo che sa bene che gli idoli non esistono e mangiare le carni a loro immolate non significa nulla, ma piuttosto che mandare in crisi la fede «di un fratello per il quale Cristo è morto», «piuttosto non mangio proprio più per nulla carne!» (1 Cor 8,13).
Ma questo atteggiamento di assoluta centralità della persona, sopra i ruoli e l’efficienza, è già del Primo Testamento. Il Dio biblico non si presenta come l’Onnipotente, l’Altissimo e neppure come il creatore, pur essendolo, ma come “il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”, in relazione personale con loro. Un Dio che accompagna il patriarca Giacobbe anche nelle sue avventure di inganno e violenza, eticamente molto discutibili. Neppure la morale, in effetti, si pone al centro del Primo Testamento: è piuttosto la relazione, la fiducia, l’affidamento.
Ecco allora il motivo di un Dio che continua a richiamare a norme che il suo popolo non rispetta eppure non rompe mai il rapporto con lui, rilanciando invece sempre il rapporto, ecco un Osea che, vivendo il proprio matrimonio a immagine del rapporto di Dio con il suo popolo, di fronte al suo tornare a prostituirsi non punisce la moglie né la richiama all’ubbidienza, ma decide di “parlare al suo cuore”, perché si innamori di nuovo. Non si tratta di qualche esempio interessante, è una dinamica sempre presente che si esprime in tanti contesti diversi.
Ecco allora che diventa molto opportuna la riflessione più generale che gli autori della Genesi mettono all’inizio della propria opera. Quello che troviamo nei primi undici capitoli del libro, infatti, più che essere una storia, è un mito che si applica a tutti i tempi della storia umana.
Anche lì troviamo un Dio che con l’essere umano intrattiene una relazione personale, più che obbligare all’ubbidienza di leggi. Anche quando l’unica norma offerta (“Non mangerai del frutto di quell’albero”) viene violata, Dio non taglia i ponti con l’uomo e la donna, non li maledice, pur maledicendo il serpente e addirittura la terra.
E poi, in un gesto nascosto ma toccante, quando li estromette dal giardino divino, decide di vestirli di pelli (Gen 3,21). È una scelta inattesa, in quanto nel primo capitolo Dio aveva ordinato di rispettare la vita di tutti, e il primo a violare quella legge divina... è Dio, e semplicemente per venire incontro alla vergogna degli esseri umani che si erano scoperti nudi.
Allora, quando l’efficienza o le forme ci allontanano dal riconoscimento delle persone che abbiamo davanti, delle loro storie, speranze e sofferenze, ci allontaniamo da quell’immagine divina che è il modello della vita umana, di una vita bella e sana.
editoriale
(foto Pixabay)
La scorsa settimana in una scuola superiore del cuneese si è inaugurata una palestra dedicata a un docente umanamente molto significativo morto alcuni anni fa. Gli inviti all’inaugurazione non sono stati elaborati dalla scuola, così che sono stati tenuti fuori molti suoi colleghi e i dirigenti che lo avevano accompagnato, oltre che i suoi studenti di allora, in favore di rappresentanze politiche della regione.
Sarebbe facile prendersela con il mondo politico, ma sappiamo bene che può succedere in tutti i campi: dagli allenatori delle squadre giovanili che selezionano solo gli atleti che assicurano la vittoria, ai docenti che non fanno partecipare alle valutazioni Invalsi gli studenti meno bravi, agli imprenditori che antepongono il fatturato alle situazioni personali dei dipendenti e così via. A volte notiamo queste situazioni con rincrescimento, altre ci diciamo che però occorre perseguire il risultato.
A mettere la forma e la norma prima delle persone possono essere anche i movimenti religiosi. Su questo però il mondo biblico offre un atteggiamento completamente diverso anche da parte di Dio. È quello che vediamo nel Gesù dell’inizio del vangelo di Marco, costantemente teso non a parlare di religione né semplicemente a guarire infermi, ma a metterli in condizione di ritornare a vivere nella comunità umana. È sempre Gesù che, di fronte a un’adultera colta sul fatto (Gv 8,2-11), non dice che ha fatto bene («Va’ e non peccare più») ma vede innanzitutto la persona (è l’unico che parla non di lei ma con lei). È Paolo che sa bene che gli idoli non esistono e mangiare le carni a loro immolate non significa nulla, ma piuttosto che mandare in crisi la fede «di un fratello per il quale Cristo è morto», «piuttosto non mangio proprio più per nulla carne!» (1 Cor 8,13).
Ma questo atteggiamento di assoluta centralità della persona, sopra i ruoli e l’efficienza, è già del Primo Testamento. Il Dio biblico non si presenta come l’Onnipotente, l’Altissimo e neppure come il creatore, pur essendolo, ma come “il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”, in relazione personale con loro. Un Dio che accompagna il patriarca Giacobbe anche nelle sue avventure di inganno e violenza, eticamente molto discutibili. Neppure la morale, in effetti, si pone al centro del Primo Testamento: è piuttosto la relazione, la fiducia, l’affidamento.
Ecco allora il motivo di un Dio che continua a richiamare a norme che il suo popolo non rispetta eppure non rompe mai il rapporto con lui, rilanciando invece sempre il rapporto, ecco un Osea che, vivendo il proprio matrimonio a immagine del rapporto di Dio con il suo popolo, di fronte al suo tornare a prostituirsi non punisce la moglie né la richiama all’ubbidienza, ma decide di “parlare al suo cuore”, perché si innamori di nuovo. Non si tratta di qualche esempio interessante, è una dinamica sempre presente che si esprime in tanti contesti diversi.
Ecco allora che diventa molto opportuna la riflessione più generale che gli autori della Genesi mettono all’inizio della propria opera. Quello che troviamo nei primi undici capitoli del libro, infatti, più che essere una storia, è un mito che si applica a tutti i tempi della storia umana.
Anche lì troviamo un Dio che con l’essere umano intrattiene una relazione personale, più che obbligare all’ubbidienza di leggi. Anche quando l’unica norma offerta (“Non mangerai del frutto di quell’albero”) viene violata, Dio non taglia i ponti con l’uomo e la donna, non li maledice, pur maledicendo il serpente e addirittura la terra.
E poi, in un gesto nascosto ma toccante, quando li estromette dal giardino divino, decide di vestirli di pelli (Gen 3,21). È una scelta inattesa, in quanto nel primo capitolo Dio aveva ordinato di rispettare la vita di tutti, e il primo a violare quella legge divina... è Dio, e semplicemente per venire incontro alla vergogna degli esseri umani che si erano scoperti nudi.
Allora, quando l’efficienza o le forme ci allontanano dal riconoscimento delle persone che abbiamo davanti, delle loro storie, speranze e sofferenze, ci allontaniamo da quell’immagine divina che è il modello della vita umana, di una vita bella e sana.
Assoluta centralità della persona, sopra i ruoli e l’efficienza
08 marzo 2026
Cuneo
(foto Pixabay)
La scorsa settimana in una scuola superiore del cuneese si è inaugurata una palestra dedicata a un docente umanamente molto significativo morto alcuni anni fa. Gli inviti all’inaugurazione non sono stati elaborati dalla scuola, così che sono stati tenuti fuori molti suoi colleghi e i dirigenti che lo avevano accompagnato, oltre che i suoi studenti di allora, in favore di rappresentanze politiche della regione.
Sarebbe facile prendersela con il mondo politico, ma sappiamo bene che può succedere in tutti i campi: dagli allenatori delle squadre giovanili che selezionano solo gli atleti che assicurano la vittoria, ai docenti che non fanno partecipare alle valutazioni Invalsi gli studenti meno bravi, agli imprenditori che antepongono il fatturato alle situazioni personali dei dipendenti e così via. A volte notiamo queste situazioni con rincrescimento, altre ci diciamo che però occorre perseguire il risultato.
A mettere la forma e la norma prima delle persone possono essere anche i movimenti religiosi. Su questo però il mondo biblico offre un atteggiamento completamente diverso anche da parte di Dio. È quello che vediamo nel Gesù dell’inizio del vangelo di Marco, costantemente teso non a parlare di religione né semplicemente a guarire infermi, ma a metterli in condizione di ritornare a vivere nella comunità umana. È sempre Gesù che, di fronte a un’adultera colta sul fatto (Gv 8,2-11), non dice che ha fatto bene («Va’ e non peccare più») ma vede innanzitutto la persona (è l’unico che parla non di lei ma con lei). È Paolo che sa bene che gli idoli non esistono e mangiare le carni a loro immolate non significa nulla, ma piuttosto che mandare in crisi la fede «di un fratello per il quale Cristo è morto», «piuttosto non mangio proprio più per nulla carne!» (1 Cor 8,13).
Ma questo atteggiamento di assoluta centralità della persona, sopra i ruoli e l’efficienza, è già del Primo Testamento. Il Dio biblico non si presenta come l’Onnipotente, l’Altissimo e neppure come il creatore, pur essendolo, ma come “il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe”, in relazione personale con loro. Un Dio che accompagna il patriarca Giacobbe anche nelle sue avventure di inganno e violenza, eticamente molto discutibili. Neppure la morale, in effetti, si pone al centro del Primo Testamento: è piuttosto la relazione, la fiducia, l’affidamento.
Ecco allora il motivo di un Dio che continua a richiamare a norme che il suo popolo non rispetta eppure non rompe mai il rapporto con lui, rilanciando invece sempre il rapporto, ecco un Osea che, vivendo il proprio matrimonio a immagine del rapporto di Dio con il suo popolo, di fronte al suo tornare a prostituirsi non punisce la moglie né la richiama all’ubbidienza, ma decide di “parlare al suo cuore”, perché si innamori di nuovo. Non si tratta di qualche esempio interessante, è una dinamica sempre presente che si esprime in tanti contesti diversi.
Ecco allora che diventa molto opportuna la riflessione più generale che gli autori della Genesi mettono all’inizio della propria opera. Quello che troviamo nei primi undici capitoli del libro, infatti, più che essere una storia, è un mito che si applica a tutti i tempi della storia umana.
Anche lì troviamo un Dio che con l’essere umano intrattiene una relazione personale, più che obbligare all’ubbidienza di leggi. Anche quando l’unica norma offerta (“Non mangerai del frutto di quell’albero”) viene violata, Dio non taglia i ponti con l’uomo e la donna, non li maledice, pur maledicendo il serpente e addirittura la terra.
E poi, in un gesto nascosto ma toccante, quando li estromette dal giardino divino, decide di vestirli di pelli (Gen 3,21). È una scelta inattesa, in quanto nel primo capitolo Dio aveva ordinato di rispettare la vita di tutti, e il primo a violare quella legge divina... è Dio, e semplicemente per venire incontro alla vergogna degli esseri umani che si erano scoperti nudi.
Allora, quando l’efficienza o le forme ci allontanano dal riconoscimento delle persone che abbiamo davanti, delle loro storie, speranze e sofferenze, ci allontaniamo da quell’immagine divina che è il modello della vita umana, di una vita bella e sana.