I fatti nudi e crudi raccontati senza censure, spesso comunicano da soli ciò che mille spiegazioni non riescono a trasmettere. La cronaca delle ultime settimane abbonda di esempi: su tutti, la tragedia del piccolo Domenico, morto dopo il trapianto sbagliato di un cuore “bruciato”, e la vicenda del poliziotto Carmelo Cinturrino che a Rogoredo ha ucciso uno spacciatore e, con una messinscena, ha tentato di far credere che la sua fosse stata soltanto autodifesa.
Quest’ultima vicenda ha smascherato la manipolazione politica che, ignorando il reale svolgimento dei fatti, li aveva usati per piegarli al proprio obiettivo: accusare la magistratura di mettere sotto indagine dei poliziotti per difendere dei delinquenti. A distinguersi in questa campagna sono state le più alte cariche governative, la premier Meloni e il suo vice Salvini, e tutta una serie di esponenti di primo piano della destra. Costretti poi a fare marcia indietro quando i fatti emersi hanno inchiodato il poliziotto alla sua responsabilità di omicida reo confesso, scoperchiando un mondo squallido di ricatti e minacce su cui le indagini proseguono.
Gli attacchi alla magistratura sono una costante della destra italiana fin dai tempi di Berlusconi. E i tentativi di indebolirla e ridurne l’autonomia si sono susseguiti negli anni, fino alla predisposizione e all’approvazione a maggioranza della legge costituzionale che separa le carriere tra giudicante e inquirente, creando per ciascuna un diverso Consiglio superiore della magistratura e un nuovo organismo di disciplina. È la legge che sarà sottoposta al giudizio degli italiani nel referendum del prossimo 22 marzo.
Il caso Rogoredo, come altri analoghi, è stato usato per sostenere la bontà della modifica costituzionale contenuta nella legge che, comunque la si giudichi nei contenuti, mira in ogni caso a indebolire la magistratura e, nell’immediato, a convincere i cittadini a votare sì al referendum.
Per come si sono mossi i protagonisti della vicenda Rogoredo, da un lato i magistrati che hanno condotto rigorosamente le indagini fino a scoperchiare una verità opposta a quella appariva in prima battuta, dall’altro il governo e i partiti di destra che hanno immediatamente piegato a loro vantaggio una verità dimostratasi poi falsa, è più facile comprendere perché i padri costituenti hanno posto a fondamento della Costituzione proprio la separazione netta tra i poteri dello Stato, tra esecutivo (chi governa), legislativo (chi approva le leggi, il parlamento) e la magistratura (chi applica le leggi).
Soltanto perché liberi di indagare senza dover rispondere a chi governa, i magistrati hanno potuto far emergere la verità. Soltanto la possibilità di mettere sotto indagine anche i poliziotti, non perché poliziotti ma perché cittadini con gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutti gli altri, ha consentito di arrivare ad appurare la verità. Se protetti da uno «scudo penale», come avrebbe voluto il governo con il «pacchetto sicurezza» varato nei giorni scorsi, la verità dei fatti difficilmente sarebbe venuta a galla.
Quando la nostra Costituzione afferma che «tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge», stabilisce che nessuno può essere esentato dal rispondere delle proprie azioni. Indipendentemente dal ruolo che occupano nella società, anche quando governano, sono titolari di un potere elettivo o rappresentano le istituzioni più alte, magistratura compresa. Gli unici a godere di immunità oggi sono i politici, ed è un privilegio piuttosto discusso e controverso.
Infine l’informazione. Anche i giornali e le TV di area governativa si sono schierati da subito contro la magistratura, a favore del poliziotto, poi omicida confesso, senza attendere l’esito delle indagini. La vicenda di Rogoredo mette in evidenza il cattivo servizio che fa l’informazione quando si schiera a prescindere dai fatti. E, più di qualsiasi altro discorso, spiega quanto sia necessaria e indispensabile poter contare su un’informazione realmente libera e onesta.
editoriale
I fatti nudi e crudi raccontati senza censure, spesso comunicano da soli ciò che mille spiegazioni non riescono a trasmettere. La cronaca delle ultime settimane abbonda di esempi: su tutti, la tragedia del piccolo Domenico, morto dopo il trapianto sbagliato di un cuore “bruciato”, e la vicenda del poliziotto Carmelo Cinturrino che a Rogoredo ha ucciso uno spacciatore e, con una messinscena, ha tentato di far credere che la sua fosse stata soltanto autodifesa.
Quest’ultima vicenda ha smascherato la manipolazione politica che, ignorando il reale svolgimento dei fatti, li aveva usati per piegarli al proprio obiettivo: accusare la magistratura di mettere sotto indagine dei poliziotti per difendere dei delinquenti. A distinguersi in questa campagna sono state le più alte cariche governative, la premier Meloni e il suo vice Salvini, e tutta una serie di esponenti di primo piano della destra. Costretti poi a fare marcia indietro quando i fatti emersi hanno inchiodato il poliziotto alla sua responsabilità di omicida reo confesso, scoperchiando un mondo squallido di ricatti e minacce su cui le indagini proseguono.
Gli attacchi alla magistratura sono una costante della destra italiana fin dai tempi di Berlusconi. E i tentativi di indebolirla e ridurne l’autonomia si sono susseguiti negli anni, fino alla predisposizione e all’approvazione a maggioranza della legge costituzionale che separa le carriere tra giudicante e inquirente, creando per ciascuna un diverso Consiglio superiore della magistratura e un nuovo organismo di disciplina. È la legge che sarà sottoposta al giudizio degli italiani nel referendum del prossimo 22 marzo.
Il caso Rogoredo, come altri analoghi, è stato usato per sostenere la bontà della modifica costituzionale contenuta nella legge che, comunque la si giudichi nei contenuti, mira in ogni caso a indebolire la magistratura e, nell’immediato, a convincere i cittadini a votare sì al referendum.
Per come si sono mossi i protagonisti della vicenda Rogoredo, da un lato i magistrati che hanno condotto rigorosamente le indagini fino a scoperchiare una verità opposta a quella appariva in prima battuta, dall’altro il governo e i partiti di destra che hanno immediatamente piegato a loro vantaggio una verità dimostratasi poi falsa, è più facile comprendere perché i padri costituenti hanno posto a fondamento della Costituzione proprio la separazione netta tra i poteri dello Stato, tra esecutivo (chi governa), legislativo (chi approva le leggi, il parlamento) e la magistratura (chi applica le leggi).
Soltanto perché liberi di indagare senza dover rispondere a chi governa, i magistrati hanno potuto far emergere la verità. Soltanto la possibilità di mettere sotto indagine anche i poliziotti, non perché poliziotti ma perché cittadini con gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutti gli altri, ha consentito di arrivare ad appurare la verità. Se protetti da uno «scudo penale», come avrebbe voluto il governo con il «pacchetto sicurezza» varato nei giorni scorsi, la verità dei fatti difficilmente sarebbe venuta a galla.
Quando la nostra Costituzione afferma che «tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge», stabilisce che nessuno può essere esentato dal rispondere delle proprie azioni. Indipendentemente dal ruolo che occupano nella società, anche quando governano, sono titolari di un potere elettivo o rappresentano le istituzioni più alte, magistratura compresa. Gli unici a godere di immunità oggi sono i politici, ed è un privilegio piuttosto discusso e controverso.
Infine l’informazione. Anche i giornali e le TV di area governativa si sono schierati da subito contro la magistratura, a favore del poliziotto, poi omicida confesso, senza attendere l’esito delle indagini. La vicenda di Rogoredo mette in evidenza il cattivo servizio che fa l’informazione quando si schiera a prescindere dai fatti. E, più di qualsiasi altro discorso, spiega quanto sia necessaria e indispensabile poter contare su un’informazione realmente libera e onesta.
Magistratura e informazione libere per arrivare alla verità
01 marzo 2026
Cuneo
I fatti nudi e crudi raccontati senza censure, spesso comunicano da soli ciò che mille spiegazioni non riescono a trasmettere. La cronaca delle ultime settimane abbonda di esempi: su tutti, la tragedia del piccolo Domenico, morto dopo il trapianto sbagliato di un cuore “bruciato”, e la vicenda del poliziotto Carmelo Cinturrino che a Rogoredo ha ucciso uno spacciatore e, con una messinscena, ha tentato di far credere che la sua fosse stata soltanto autodifesa.
Quest’ultima vicenda ha smascherato la manipolazione politica che, ignorando il reale svolgimento dei fatti, li aveva usati per piegarli al proprio obiettivo: accusare la magistratura di mettere sotto indagine dei poliziotti per difendere dei delinquenti. A distinguersi in questa campagna sono state le più alte cariche governative, la premier Meloni e il suo vice Salvini, e tutta una serie di esponenti di primo piano della destra. Costretti poi a fare marcia indietro quando i fatti emersi hanno inchiodato il poliziotto alla sua responsabilità di omicida reo confesso, scoperchiando un mondo squallido di ricatti e minacce su cui le indagini proseguono.
Gli attacchi alla magistratura sono una costante della destra italiana fin dai tempi di Berlusconi. E i tentativi di indebolirla e ridurne l’autonomia si sono susseguiti negli anni, fino alla predisposizione e all’approvazione a maggioranza della legge costituzionale che separa le carriere tra giudicante e inquirente, creando per ciascuna un diverso Consiglio superiore della magistratura e un nuovo organismo di disciplina. È la legge che sarà sottoposta al giudizio degli italiani nel referendum del prossimo 22 marzo.
Il caso Rogoredo, come altri analoghi, è stato usato per sostenere la bontà della modifica costituzionale contenuta nella legge che, comunque la si giudichi nei contenuti, mira in ogni caso a indebolire la magistratura e, nell’immediato, a convincere i cittadini a votare sì al referendum.
Per come si sono mossi i protagonisti della vicenda Rogoredo, da un lato i magistrati che hanno condotto rigorosamente le indagini fino a scoperchiare una verità opposta a quella appariva in prima battuta, dall’altro il governo e i partiti di destra che hanno immediatamente piegato a loro vantaggio una verità dimostratasi poi falsa, è più facile comprendere perché i padri costituenti hanno posto a fondamento della Costituzione proprio la separazione netta tra i poteri dello Stato, tra esecutivo (chi governa), legislativo (chi approva le leggi, il parlamento) e la magistratura (chi applica le leggi).
Soltanto perché liberi di indagare senza dover rispondere a chi governa, i magistrati hanno potuto far emergere la verità. Soltanto la possibilità di mettere sotto indagine anche i poliziotti, non perché poliziotti ma perché cittadini con gli stessi diritti e gli stessi doveri di tutti gli altri, ha consentito di arrivare ad appurare la verità. Se protetti da uno «scudo penale», come avrebbe voluto il governo con il «pacchetto sicurezza» varato nei giorni scorsi, la verità dei fatti difficilmente sarebbe venuta a galla.
Quando la nostra Costituzione afferma che «tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge», stabilisce che nessuno può essere esentato dal rispondere delle proprie azioni. Indipendentemente dal ruolo che occupano nella società, anche quando governano, sono titolari di un potere elettivo o rappresentano le istituzioni più alte, magistratura compresa. Gli unici a godere di immunità oggi sono i politici, ed è un privilegio piuttosto discusso e controverso.
Infine l’informazione. Anche i giornali e le TV di area governativa si sono schierati da subito contro la magistratura, a favore del poliziotto, poi omicida confesso, senza attendere l’esito delle indagini. La vicenda di Rogoredo mette in evidenza il cattivo servizio che fa l’informazione quando si schiera a prescindere dai fatti. E, più di qualsiasi altro discorso, spiega quanto sia necessaria e indispensabile poter contare su un’informazione realmente libera e onesta.